La Commissione europea ha annunciato oggi di aver multato Google per 890 milioni di euro in tutto: la società tecnologica statunitense è accusata di aver violato il Digital Markets Act, il regolamento per la promozione della concorrenza sui mercati digitali dell’Unione entrata pienamente in vigore nel 2024.
L’importo, per quanto significativo, è comunque molto più basso del tetto massimo previsto dal Digital Markets Act, che può arrivare al 10 per cento del fatturato globale annuo dell’azienda. Alphabet, la società madre di Google, ha chiuso il 2025 con un fatturato di 402,8 miliardi di dollari, un record.
LE DUE MULTE
La sanzione si compone di una prima multa da 460 milioni per aver favorito i propri servizi nei risultati di ricerca, a scapito di quelli concorrenti, nei settori dello shopping online, degli hotel e dei trasporti. La seconda multa, da 430 milioni, riguarda invece le restrizioni applicate da Google sul suo negozio di applicazioni, chiamato Google Play, che impedivano agli sviluppatori di informare gratuitamente gli utenti dell’esistenza di offerte più convenienti disponibili su altre piattaforme.
Si tratta delle prime multe inflitte dall’Unione europea a Google ai sensi del Digital Markets Act, ma della quinta e della sesta per violazione delle norme antitrust: in totale, quindi, la società ha ricevuto multe per oltre 10 miliardi di euro negli ultimi vent’anni, come ricostruito da Reuters.
LA POSIZIONE DELLA COMMISSIONE EUROPEA
Henna Virkkunen, la commissaria responsabile per la sovranità tecnologica dell’Unione, ha spiegato che il Digital Markets Act “serve a garantire condizioni eque per tutti. Con queste decisioni”, ha detto, riferendosi alle due multe, “vogliamo assicurarci che ci sia concorrenza”.
LA REPLICA DI GOOGLE
Google avrà sessanta giorni di tempo per conformarsi alla decisione della Commissione europea, che ha criticato, facendo peraltro sapere che potrebbe fare ricorso in tribunale.
“Per conformarci alle nuove regole”, ha spiegato la società, “siamo costretti a eliminare funzionalità di ricerca in tempo reale che gli europei apprezzano, come l’aggiornamento istantaneo dei prezzi e la disponibilità diretta di hotel, voli e ristoranti, oltre a smantellare delle protezioni di sicurezza di Google Play”.
“Questa non è concorrenza leale”, ha proseguito Google, ma “un peggioramento dei prodotti imposto da un piccolo gruppo di ricorrenti che agiscono nel proprio interesse, a discapito delle imprese e dei consumatori europei. La regolamentazione dovrebbe migliorare i prodotti, non renderli peggiori”.
E ORA?
La Commissione europea ha comunque parlato di un “dialogo costruttivo” con Google e di progressi significativi nel suo adeguamento al Digital Markets Act, facendo intendere che probabilmente non verranno applicate sanzioni giornaliere per l’eventuale mancata conformità al regolamento. Bruxelles ha infatti spiegato che Google ha già “iniziato a testare delle modifiche al modo in cui presenta i propri servizi su Google Search per servizi gratuiti come lo shopping, gli hotel e i voli”.
La Commissione ha detto di aver accolto positivamente anche le modifiche apportate da Google alle regole di Google Play che disciplinano il reindirizzamento degli utenti verso offerte esterne.
CRISI IN VISTA CON L’AMMINISTRAZIONE TRUMP?
Prima di Google e sempre nell’ambito del Digital Markets Act, la Commissione europea aveva già multato Apple e Meta, lo scorso aprile. Circa un mese fa, poi, ha stabilito in via preliminare che le divisioni di cloud computing di Amazon e Microsoft vanno considerate delle gatekeeper: ovvero dei soggetti capaci, in virtù delle loro dimensioni, di controllare l’accesso ai mercato digitali e le condizioni di utilizzo dei servizi.
Nelle intenzioni della Commissione, il Digital Markets Act è lo strumento che permetterà all’Unione europea di ridurre il potere di mercato delle cosiddette Big Tech al fine di tutelare la propria “sovranità tecnologica”. Il Vecchio continente, tuttavia, non dispone di alternative proprie paragonabili alle tecnologie offerte dalle società americane.
Questa offensiva normativa contro le Big Tech non piace agli Stati Uniti, cioè i principali alleati politici e soci commerciali dell’Unione: l’amministrazione di Donald Trump ha minacciato più volte ritorsioni commerciali, sostenendo che i regolamenti europee discriminino le aziende americane, che in effetti sono quelle dominanti sui mercati digitali.




