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Danish Compromise, ecco gli effetti delle nuove regole su Mps-Generali, Unipol-Bper e Banco Bpm

Il Parlamento europeo chiede alla Commissione di superare l'attuale disparità di trattamento tra banche e compagnie assicurative nelle partecipazioni incrociate. Una modifica che potrebbe avere effetti sui dossier Mps-Generali, Unipol-Bper e Banco Bpm

Lo schema danese potrebbe cambiare le carte in tavola nel risiko bancario italiano. Quello che finora è stato considerato soprattutto un tema di regole prudenziali potrebbe infatti avere conseguenze molto concrete sulle future aggregazioni tra banche e assicurazioni. Nei giorni scorsi il Parlamento europeo ha approvato il Rapporto annuale sulla politica di concorrenza 2025, inserendo un passaggio che invita la Commissione europea a intervenire per eliminare l’attuale disparità di trattamento tra banche e compagnie assicurative quando detengono partecipazioni reciproche. Non si tratta ancora di una modifica normativa, ma di un indirizzo politico che potrebbe incidere su uno dei principali vincoli regolamentari del risiko italiano.

LO SCHEMA DANESE: COSA CHIEDE IL PARLAMENTO EUROPEO

A richiamare l’attenzione sulla portata della novità è stato per primo Milano Finanza, spiegando come l’emendamento approvato a Strasburgo punti di fatto a estendere alle compagnie assicurative i benefici patrimoniali oggi riconosciuti alle banche attraverso il cosiddetto Danish Compromise. Il Parlamento europeo, nel paragrafo 39 del rapporto, invita infatti la Commissione a valutare, nell’ambito della revisione della direttiva sui conglomerati finanziari (Ficod) e di Solvency II, misure che garantiscano un effettivo level playing field tra banche e assicurazioni nelle partecipazioni incrociate. Il Parlamento chiede alla Commissione di affrontare il tema nel quadro della revisione normativa prevista dal suo programma di lavoro. La richiesta non è vincolante, ma inserisce formalmente il Danish Compromise tra i dossier che Bruxelles è chiamata a valutare.

Il compromesso danese nasce per evitare che le banche siano penalizzate quando investono nel capitale delle compagnie assicurative. In pratica consente un trattamento patrimoniale più favorevole, riducendo l’assorbimento di capitale richiesto per queste partecipazioni. Il problema è che il beneficio oggi vale soltanto in una direzione. Se invece è una compagnia assicurativa a detenere una banca, il vantaggio non esiste e il costo patrimoniale resta molto più elevato. È proprio questa asimmetria che il Parlamento europeo chiede ora di riesaminare.

PERCHÉ LA NORMA INTERESSA MPS E GENERALI

La questione tocca da vicino il risiko italiano, come già evidenziato anche da Startmag. Il tema è diventato centrale dopo le indiscrezioni sul possibile asse tra Monte dei Paschi e Generali e, più in generale, nelle partite che coinvolgono Mediobanca e il Leone di Trieste. Un’eventuale estensione del Danish Compromise alle compagnie assicurative renderebbe infatti meno onerose, sotto il profilo patrimoniale, operazioni che oggi risultano penalizzate dall’attuale disciplina. È anche in questa chiave che viene letto il dossier Mps-Generali: il progetto studiato nel 2021 è rimasto congelato per una combinazione di fattori industriali, economici e regolamentari, ma una futura revisione delle regole potrebbe modificare almeno uno dei principali vincoli prudenziali.

Del resto non è una richiesta nata oggi. Per Carlo Cimbri, presidente di Unipol, secondo gruppo assicurativo italiano e primo nel ramo danni, l’attuale disciplina è una asimmetria ingiustificata, perché consente alle banche di beneficiare di un trattamento patrimoniale favorevole quando investono nelle assicurazioni, ma non riconosce lo stesso vantaggio alle compagnie che detengono partecipazioni bancarie. Sulla stessa linea si è espresso anche il presidente dell’Ania, Giovanni Liverani, che nella sua ultima relazione annuale ha richiamato la necessità di superare queste asimmetrie regolamentari e di garantire condizioni di concorrenza omogenee tra banche e assicurazioni.

IL CASO UNIPOL E BPER

E infatti il tema dello schema danese si ricollega direttamente anche all’altro grande dossier aperto: quello di Unipol e dell’accordo con Intesa Sanpaolo nell’ambito dell’Opas su Mps. Il gruppo guidato da Carlo Cimbri è già il primo azionista di Bper con una quota prossima al 20% e, se l’operazione dovesse andare in porto, rileverà 635 sportelli del Monte destinati a confluire nella banca emiliana. Proprio per questo, come evidenzia Intermonte, Unipol è oggi uno dei soggetti che più potrebbero beneficiare di un’estensione del Danish Compromise: oggi la partecipazione in Bper assorbirebbe circa 30-40 punti di Solvency ratio; dopo l’acquisizione del ramo costituito dagli sportelli Mps e la successiva integrazione con Bper, il peso potrebbe salire a 60-80 punti. Se in futuro venisse introdotto un trattamento simmetrico rispetto a quello oggi riconosciuto alle banche, il gruppo assicurativo avrebbe maggiore flessibilità per costruire un conglomerato finanziario integrato, senza dover ricorrere a più complesse riorganizzazioni societarie.

GLI EFFETTI SUL RISIKO BANCARIO

Anche gli altri dossier del risiko potrebbero essere influenzati, almeno indirettamente. La proposta di fusione tra Banco Bpm e Monte dei Paschi, la salita di Crédit Agricole al 29,9% del capitale di Piazza Meda e le possibili evoluzioni attorno a Mediobanca e Generali mostrano come il confine tra banche e assicurazioni sia ormai sempre più sottile. Una disciplina che riducesse l’attuale asimmetria regolamentare allargherebbe il ventaglio delle opzioni disponibili per gli operatori e potrebbe favorire nuove combinazioni industriali.

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