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Perché il petrolio resta fragile anche se i prezzi scendono

La riapertura dello Stretto di Hormuz ha allentato le tensioni, ma la crisi del petrolio non si è risolta. L'analisi di Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, tratta dal suo profilo X.

Il mercato sta leggendo l’aumento dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz come il segnale che la crisi è ormai alle spalle. È probabilmente l’errore più grande di questa fase. Le petroliere stanno tornando a transitare, ma buona parte dell’incremento dei volumi non deriva da una produzione aggiuntiva: è semplicemente il rilascio del petrolio rimasto bloccato per mesi nelle navi in attesa di attraversare lo Stretto. In altre parole, il mercato sta consumando le proprie scorte galleggianti e lo interpreta come nuova offerta.

Questa distinzione è fondamentale. Finché il sistema si alimenta attraverso lo svuotamento delle riserve accumulate durante la crisi, l’impressione sarà quella di un mercato abbondante. Quando questo processo terminerà, probabilmente già tra luglio e agosto, il flusso tornerà a dipendere esclusivamente dalla capacità produttiva effettiva dei Paesi esportatori. Ed è qui che emergeranno nuovamente le rigidità.

Le esportazioni dal Golfo restano infatti inferiori ai livelli precedenti alla guerra, mentre anche altri elementi di sostegno dell’offerta stanno progressivamente venendo meno. Gli Stati Uniti stanno riducendo il ricorso alle riserve strategiche e difficilmente potranno mantenere gli elevati livelli di esportazione osservati nei mesi passati. Questo significa che una quota crescente della domanda mondiale dovrà essere soddisfatta attingendo alle scorte commerciali, accelerandone il drenaggio.

Anche il lato della domanda appare più robusto di quanto il mercato stia scontando. I margini di raffinazione rimangono su livelli eccezionalmente elevati, segnale che la richiesta di prodotti petroliferi continua ad assorbire rapidamente l’offerta disponibile. Se la domanda fosse davvero crollata, come molti avevano previsto durante la guerra, i crack spread sarebbero già rientrati. Sta accadendo esattamente il contrario.

L’altra grande variabile resta la Cina. Per mesi Pechino ha ridotto gli acquisti internazionali sfruttando le proprie riserve interne. Tuttavia, il rapido calo delle scorte suggerisce che questa strategia stia raggiungendo i propri limiti. Se le importazioni dovessero riprendere con decisione nella seconda parte dell’anno, il mercato potrebbe trovarsi ad affrontare una domanda aggiuntiva proprio mentre l’offerta torna a normalizzarsi lentamente.

La realtà è che il sistema energetico mondiale ha ormai consumato tutti i margini di sicurezza costruiti negli ultimi anni. Sono state utilizzate le riserve strategiche, sono state svuotate le petroliere ferme in mare, sono stati aumentati i tassi di utilizzo delle raffinerie e sfruttata ogni possibile forma di flessibilità logistica. Il mercato ha evitato una vera crisi di approvvigionamento, ma al prezzo di esaurire quasi completamente i propri cuscinetti.

Per questo motivo il recente calo dei prezzi rischia di trasmettere un messaggio fuorviante. È vero che gli scenari più estremi sono oggi meno probabili rispetto ai mesi della guerra, ma il danno strutturale prodotto al sistema non scompare con la riapertura di Hormuz. Ricostituire scorte commerciali e strategiche richiederà mesi, probabilmente anni. Fino ad allora, qualsiasi nuova interruzione dell’offerta, anche di entità limitata, avrà effetti molto più violenti rispetto al passato.

In sostanza, il mercato non è tornato alla normalità. Ha semplicemente sostituito un’emergenza visibile con una fragilità meno evidente. Ed è proprio questa nuova fragilità a giustificare un premio di rischio strutturalmente più elevato sul petrolio. I prezzi possono oscillare nel breve periodo, ma finché il sistema resterà privo di riserve e capacità inutilizzata, sarà difficile immaginare un ritorno stabile ai livelli pre-bellici. Il petrolio ha evitato il peggio, ma ha perso i propri margini di sicurezza. Ed è questo il vero lascito della crisi.

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