La provincia canadese dell’Alberta, dove si concentra la produzione petrolifera nazionale, ha inviato alle autorità centrali i documenti per la realizzazione di un oleodotto verso la costa occidentale, che affaccia sull’oceano Pacifico: l’infrastruttura dovrebbe dunque favorire le esportazioni verso l’Asia e permettere al Canada di ridurre la dipendenza economica dagli Stati Uniti, il principale mercato di sbocco per il suo greggio.
LA RELAZIONE PETROLIFERA TRA IL CANADA E GLI STATI UNITI
Il Canada possiede le terze riserve di greggio più grandi al mondo ed è il principale fornitore degli Stati Uniti, rappresentando da solo oltre la metà delle importazioni totali americane. Anche se gli Stati Uniti sono i maggiori produttori di petrolio al mondo, continuano a importare greggio dall’estero per le proprie raffinerie: questo perché il petrolio da scisto statunitense è di varietà “leggera”, dunque poco adatto a essere lavorato dagli stabilimenti sul Golfo, che per ragioni storiche sono stati progettati per processare qualità “pesanti” e viscose, come quelle estratte – per l’appunto – dalle oil sands dell’Alberta.
L’anno scorso gli Stati Uniti hanno registrato un deficit commerciale di 48 miliardi di dollari con il Canada, causato principalmente dalle importazioni petrolifere. Questo squilibrio nella bilancia degli scambi è una delle motivazioni alla base della decisione di Washington di non rinnovare automaticamente l’Usmca, l’accordo di libero commercio con Canada e Messico.
COSA SAPPIAMO DEL NUOVO OLEODOTTO DEL CANADA
Il nuovo oleodotto che collegherà i giacimenti petroliferi dell’Alberta alla costa della Columbia britannica sarà lungo oltre mille chilometri e avrà una capacità di un milione di barili di greggio al giorno. I lavori dovrebbero iniziare nel settembre del 2027 e concludersi nel 2035.
La tubatura seguirà lo stesso percorso del Trans Mountain (un altro oleodotto che collega l’Alberta alla costa ovest del paese, potenziato nel maggio 2024) e verrà realizzato dalla Trans Mountain Corporation assieme alla Pembina Pipeline.
Il primo ministro Mark Carney, in pessimi rapporti con il presidente americano Donald Trump – c’entra la distanza ideologica sul libero commercio e non solo – e desideroso di trasformare il Canada in una “superpotenza energetica”, ha parlato dell’infrastruttura come di una “opportunità unica nella vita” che “determinerà il nostro futuro”.
TRA POLITICA INTERNA E POLITICA ESTERA
Attualmente il Canada invia quasi tutto il suo petrolio negli Stati Uniti. Non solo: la dipendenza dal mercato statunitense è ben più profonda, visto che qui vengono venduti i tre quarti dei beni e servizi canadesi esportati.
Il primo ministro Carney intende riequilibrare questa situazione perché non percepisce più gli Stati Uniti come un alleato pienamente affidabile: il presidente Donald Trump, oltre a minacciare dazi nonostante l’esistenza di un trattato di libero scambio, ha ripetuto molte volte che il Canada dovrebbe diventare il cinquantunesimo stato americano.
L’oleodotto, però, non è utile solo ai fini della politica estera, ma anche di quella interna. Nella provincia dell’Alberta esiste infatti un movimento separatista che negli ultimi anni ha guadagnato parecchio slancio: è stato alimentato dalle politiche ambientalistiche dell’ex-primo ministro Justin Trudeau, che hanno penalizzato l’industria oil & gas albertana e creato malcontento popolare. Carney sta cercando di ricucire lo strappo tra la provincia e il governo centrale di Ottawa, anche perché a fine maggio la prima ministra dell’Alberta ha indetto un referendum – si terrà a ottobre – per chiedere agli abitanti se indire un secondo referendum vincolante per l’indipendenza dal Canada.
NON SOLO PETROLIO: IL CANADA PUNTA ANCHE SUL GAS LIQUEFATTO
Carney ha detto che il nuovo oleodotto verso ovest diventerà “una porta d’accesso ai mercati in più rapida crescita al mondo” – cioè quelli asiatici, dove c’è domanda di combustibili fossili per alimentare lo sviluppo economico e per sostituire il carbone – e permetterà al Canada di ricevere oltre 140 miliardi di dollari in investimenti diretti esteri.
Oltre al petrolio, Carney ha detto anche che il Canada “più che triplicherà” la sua produzione di gas liquefatto grazie alla costruzione di cinque nuove terminali nel giro di un decennio. Il paese, inoltre, investirà circa 7 miliardi di dollari per l’ammodernamento del porto di Vancouver, nella Columbia britannica, rivolto sempre ai mercati asiatici.
A giugno dell’anno scorso nella Columbia britannica è entrato in funzione l’impianto di Kitimat, dal quale partono le spedizioni di gas liquefatto dirette in Asia: il sito possiede una capacità annua di dodici milioni di tonnellate, che potrebbero diventare cinquanta milioni nei prossimi anni.



