Trevi non ci sta. L’Ops lanciata pochi giorni fa da Icop, concorrente friulano specializzato nell’ingegneria del sottosuolo, punta a creare un campione italiano da oltre un miliardo di euro di ricavi. A Cesena, però, la pensano diversamente. Il gruppo guidato da Giuseppe Caselli (nella foto) contesta sia il metodo sia il merito dell’iniziativa e annuncia di essere pronto a tutelare la società e gli azionisti con tutti gli strumenti previsti dalla legge. Uno scontro che arriva in un momento delicato per Trevi, appena uscita dalla complessa operazione di rafforzamento patrimoniale e impegnata ad attuare il piano industriale 2026-2029.
L’OPS DI ICOP E IL PROGETTO DEL NUOVO CAMPIONE ITALIANO
L’operazione annunciata da Icop è un’offerta pubblica di scambio, cioè una proposta con cui gli azionisti di Trevi riceverebbero azioni della società friulana anziché denaro. Il rapporto di concambio previsto è di 0,133 nuove azioni Icop per ogni azione Trevi consegnata. Sulla base delle quotazioni del 26 giugno, l’offerta attribuisce a ciascuna azione Trevi un valore di 4,163 euro, pari a un premio di circa il 20% rispetto all’ultima chiusura di Borsa prima dell’annuncio. L’obiettivo dichiarato è arrivare all’integrazione tra i due gruppi e, successivamente, al delisting di Trevi, cioè all’uscita della società da Piazza Affari.
Per capire lo scontro bisogna guardare ai protagonisti.
Icop, fondata oltre un secolo fa a Basiliano, in provincia di Udine, è controllata dalla holding della famiglia Petrucco e negli ultimi anni è cresciuta rapidamente, anche grazie alle acquisizioni dell’americana Atlantic GeoConstruction Holdings e dell’italiana Palingeo. Quotata dal 2024 a Milano, opera soprattutto nelle fondazioni speciali, nei microtunnel – le gallerie realizzate senza grandi scavi a cielo aperto – e nelle infrastrutture marittime. Nel 2025 ha superato i 500 milioni di ricavi su base aggregata e può contare su lavori già acquisiti per oltre 1,4 miliardi.
Trevi è uno dei principali operatori italiani del settore. Non si tratta quindi di un’acquisizione qualsiasi: Icop ha messo nel mirino uno dei suoi principali concorrenti sul mercato italiano delle fondazioni speciali (o profonde). Fondato a Cesena nel 1957 e quotato a Piazza Affari dal 1999, il gruppo opera attraverso due divisioni: quella dedicata ai lavori di ingegneria del sottosuolo – dalle fondazioni speciali ai consolidamenti del terreno fino alle grandi infrastrutture, tra cui anche la Metro C di Roma – e Soilmec, specializzata nella progettazione e produzione di macchinari per il settore. Dopo gli anni difficili della crisi finanziaria, il gruppo ha chiuso il 2025 con ricavi per 624 milioni di euro, un utile netto di 8,6 milioni e un portafoglio ordini di 748 milioni. Il primo azionista è Cdp Equity con il 21,3%, seguita dal fondo statunitense Polaris Capital Management con circa il 10% e da Praude Asset Management con poco più del 5%.
Per Icop l’operazione darebbe vita a un gruppo con oltre un miliardo di ricavi e più di due miliardi di lavori già acquisiti, capace di rafforzare la presenza internazionale e competere con i principali operatori mondiali del settore.
LA REPLICA DI TREVI: «L’OFFERTA NON RIFLETTE IL NOSTRO VALORE»
La ricostruzione di Trevi, però, è molto diversa. Il gruppo sottolinea anzitutto di non essere mai stato coinvolto in alcun confronto preliminare e definisce l’iniziativa “unilaterale”. Il consiglio di amministrazione evidenzia di avere appreso dell’offerta soltanto dopo la diffusione al mercato del comunicato di Icop. Peraltro, l’operazione è stata annunciata a pochi giorni dalla conclusione dell’aumento di capitale da 100 milioni. Si tratta di un’operazione che, come evidenziato da Startmag nei mesi scorsi, costituisce uno dei pilastri del nuovo piano industriale e della strategia di rafforzamento finanziario del gruppo. Una coincidenza temporale che Trevi, evidentemente, non considera casuale.
È su questo punto che si concentrano le contestazioni del gruppo romagnolo. Nel comunicato diffuso dal consiglio di amministrazione, approvato all’unanimità, la società precisa anzitutto che l’offerta “non è stata in alcun modo sollecitata, né preventivamente discussa o concordata” con Icop. Ma il passaggio più significativo arriva subito dopo: pur riservandosi di esprimere la propria valutazione nei tempi previsti dalla normativa sulle offerte pubbliche, il board afferma già ora che l’Ops “non riflette il percorso di creazione di valore intrapreso né le prospettive future della società, come delineate nel piano industriale 2026-2029”. Una presa di posizione che lascia pochi margini a interpretazioni e che anticipa una battaglia destinata a giocarsi non soltanto sul mercato, ma anche sul terreno della comunicazione con gli azionisti.
IL NODO DELL’AUMENTO DI CAPITALE E DEL PIANO INDUSTRIALE
L’aumento di capitale aveva infatti un obiettivo preciso: rafforzare il patrimonio, ridurre il debito e sostenere il piano industriale. L’operazione è stata sostanzialmente interamente sottoscritta e l’1 luglio la società ha comunicato ufficialmente il nuovo capitale sociale, salito a oltre 125,5 milioni di euro dopo l’emissione di quasi 50 milioni di nuove azioni.
È uno dei tasselli con cui Trevi punta a chiudere definitivamente la stagione del risanamento. Il gruppo ha archiviato il 2025 con ricavi pari a 624 milioni di euro, un utile netto di 8,6 milioni, un margine operativo in crescita e un portafoglio ordini di 748 milioni, ma anche con un indebitamento ancora significativo, pari a circa 187 milioni, che rendeva necessario rafforzare ulteriormente la struttura finanziaria. Da qui la decisione di affiancare all’aumento di capitale anche un rifinanziamento del debito e il nuovo piano industriale che punta a riportare progressivamente la posizione finanziaria netta verso lo zero.
L’iniziativa di Icop si inserisce quindi in un momento delicato della vita societaria di Trevi. Da una parte il management sostiene che il gruppo ha appena imboccato una nuova fase di crescita, dopo anni di ristrutturazione; dall’altra l’offerente ritiene proprio questo il momento ideale per accelerare un processo di consolidamento industriale. Insomma, due modi completamente diversi di leggere lo stesso momento aziendale.
LA PARTITA PASSA AGLI AZIONISTI
Per il momento Trevi evita di entrare nel merito economico dell’offerta. E tuttavia osserva che l’Ops non riconosce adeguatamente il valore creato e le prospettive delineate nel piano 2026-2029. La società, insomma, non dice semplicemente che il prezzo è troppo basso, ma lascia intendere che il mercato dovrebbe valutare Trevi alla luce dei risultati che il management ritiene di poter conseguire nei prossimi anni.
Per affrontare questa partita, il gruppo si è già attrezzato. Trevi ha scelto Mediobanca come advisor finanziario e lo studio Legance come consulente legale. Nei prossimi giorni il board analizzerà formalmente la documentazione dell’offerta e predisporrà il comunicato previsto dalla disciplina sulle offerte pubbliche, nel quale dovrà esprimere una valutazione motivata destinata agli azionisti.
La partita, però, è soltanto all’inizio. Per andare in porto l’operazione dovrà infatti superare una serie di passaggi autorizzativi e raggiungere un livello di adesioni molto elevato: Icop punta ad arrivare almeno al 90% dei diritti di voto di Trevi, soglia necessaria per procedere al delisting. Nel frattempo si aprirà inevitabilmente il confronto con gli azionisti, chiamati a decidere se scommettere sul progetto industriale prospettato dalla società friulana oppure continuare a seguire il percorso autonomo delineato da Caselli.




