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Webuild ha paura?

Cosa non torna dell'appello di Partecipazioni Italia (Webuild) sul caso Moretti, dove non si cita Moretti né si coinvolgono giuristi e magistrati. La lettera di Francis Walsingham.

Caro direttore,

ho letto con particolare interesse il commento di Giuliano Cazzola sulla vicenda giudiziaria di Mauro Moretti, l’ex-amministratore delegato di Ferrovie dello Stato e di Rete Ferroviaria Italiana condannato dalla Cassazione per la strage di Viareggio. Ne condivido tutto, in particolare le perplessità critiche che solleva.

Anche per me è difficile comprendere come, per un treno merci che non apparteneva al gruppo Ferrovie dello Stato ma che circolava sulla rete di Rfi, si sia arrivati a ritenere penalmente responsabile il vertice della holding che, fra le altre società, controllava anche Rfi. È una ricostruzione che – a me pare – pone interrogativi non marginali sul confine della responsabilità manageriale e sulla sua progressiva dilatazione.

Detto ciò, oggi sfogliando i giornali mi sono imbattuto in un appello che, pur senza citare il caso Moretti, appare chiaramente ispirato proprio da quella vicenda. Eccolo, come pubblicato dal Sole 24 Ore.

Anche qui, nel merito, non ho obiezioni. Condivido in toto l’appello. E comprendo la preoccupazione per un clima nel quale chi assume responsabilità di gestione – nel pubblico come nel privato – rischia di rispondere di eventi sempre più lontani dalla propria effettiva sfera di controllo.

Proprio per questo, però, mi sorprendono alcuni aspetti.

Il primo è l’assenza di qualsiasi riferimento esplicito al caso che sembra aver motivato l’iniziativa. Se il “problema” è la condanna in Cassazione di Moretti, perché non dirlo apertamente?

Il secondo aspetto che mi sorprende riguarda i firmatari: vedo molti imprenditori, banchieri, manager, rappresentanti del mondo produttivo, addirittura giornalisti e comunicatori. Ma non non mi sembra di scorgere magistrati, giuristi, avvocati, professori di diritto o studiosi del sistema giudiziario.

Eppure l’appello interviene su una questione eminentemente giuridica. Discute, in sostanza, del modo in cui viene interpretata la responsabilità penale degli amministratori d’impresa. Visto che il punto è l’abnormità – quando non l’assurdità – di sentenze che puniscono manager pubblici o privati per fatti che sfuggono al loro controllo pur rispettando tutte le norme (come nel caso di Moretti), sarebbe stato naturale che a prendere posizione fossero anzitutto coloro che il diritto lo studiano, lo insegnano o lo applicano.

Insomma: mi chiedo se non sarebbe stato più convincente un appello promosso da chi è chiamato a giudicare queste questioni sul piano giuridico, piuttosto che da chi può essere percepito come direttamente interessato agli effetti di quelle sentenze.

Tutte queste domande e riflessioni approdano all’ultima riga dell’appello. L’iniziativa è infatti promossa da Partecipazioni Italia. Il lettore medio difficilmente sa di cosa si tratti, così come non lo sapevo io. Ho scoperto che la società è controllata da Webuild, il gruppo di ingegneria e costruzioni guidato da Pietro Salini – che infatti figura come primo firmatario dell’appello – e partecipato da Cassa depositi e prestiti.

E allora viene spontanea l’ennesima domanda. Se un grande gruppo industriale come Webuild – coinvolto nella realizzazione del ponte sullo stretto di Messina, peraltro – ritiene che certe interpretazioni giurisprudenziali rappresentino un problema per il paese e per chi investe, perché non sostiene l’appello apertamente, con il proprio nome? Perché ricorrere a una società partecipata anziché assumere direttamente la paternità dell’iniziativa?

Una curiosità analoga mi suscita la presenza di taluni esponenti del vertice di Confindustria tra i sostenitori. Se il tema riguarda così profondamente il sistema delle imprese italiane, non sarebbe stato più lineare che fosse la stessa Confindustria a promuovere un proprio appello, considerato il suo ruolo?

Ripeto: condivido il contenuto dell’appello. Ma proprio per questo credo che avrebbe meritato una forma più esplicita e, forse, anche più pregnante.

Francis Walsingham

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