La scorsa settimana Apple ha dovuto gettare la spugna, annunciando rincari per buona parte della sua line up. Si va daI 100 euro in più chiesti per l’ultimo MacBook Neo ai 1.300 euro extra per il Mac Studio M3 Ultra, che passa da 5.099 a 6.399 euro. Del resto secondo gli analisti di Counterpoint, i prezzi di alcune componenti hardware, a iniziare dalle memorie Ram, sono più che quadruplicati rispetto al quarto trimestre del 2025, erodendo i margini di profitto della maggior parte dei produttori di elettronica di consumo. Solo gli iPhone sono rimasti fuori dai ritocchi e per salvarli Cupertino guarderebbe a Est.
NUOVE ALLEANZE IN ARRIVO PER APPLE?
Nel tentativo di alleviare la pressione Cupertino avrebbe chiesto all’amministrazione Trump il via libera per acquistare chip di memoria dal produttore cinese ChangXin Memory Technologies, noto come Cxmt.
Come si sa, Donald Trump da quando è tornato alla Casa Bianca preme perché nel più breve tempo possibile le varie Big Tech statunitensi, a iniziare da quelle la cui filiera è ramificata parecchio in Cina, come Apple, rientrino nei confini americani. Per il tycoon servono infatti investimenti e posti di lavoro per attuare quella “golden age” promessa a più riprese in campagna elettorale all’elettorato americano.
E tale indiscrezione, riportata dal Financial Times, non solo va nel segno opposto, ma abbisognerebbe persino di una deroga ad hoc in quanto ChangXin Memory Technologies si trova persino nella black list che il Pentagono ha stilato su richiesta della Casa Bianca per conoscere le realtà asiatiche troppo interlacciate con l’apparato militare del Paese asiatico.
I RISCHI DI UNA MOSSA SIMILE
Nell’ultimo periodo, su spinta di Trump, Apple ha accelerato le operazioni di trasloco di molte delle sue attività dalla Cina all’India e ora per un componente critico come le Ram tornare a rivolgersi a un fornitore del Dragone potrebbe non solo suscitare le ire di The Donald ma anche esporre Cupertino alle futuribili crisi commerciali tra i due Paesi.
Ma con le software house al lavoro sull’Intelligenza artificiale che fanno incetta di memorie, arrivando a saturare l’offerta, Apple non può nemmeno fare la schizzinosa. Quel che è certo, però, è che anche le Big Tech cinesi in tutta risposta a Washington hanno iniziato a usare meno componenti che arrivano dagli Stati Uniti (o dalla Corea del Sud) rivolgendosi a prodotti “a km zero”, una situazione che a lungo andare potrebbe rendere più difficile rifornire clienti esteri.
L’ALLARME DI TIM COOK
Cupertino aveva già segnalato il problema di approvvigionamento ad aprile, durante la presentazione dei risultati trimestrali, quando l’amministratore delegato uscente Tim Cook aveva spiegato che la carenza di memorie stava già provocando ritardi nelle consegne di diversi modelli Mac e che la situazione a suo avviso non sarebbe migliorata nel corso dell’anno, aggiungendo che gli iPhone devono affrontare tensioni sulla disponibilità di altri processori. Un problema che dal prossimo settembre sarà ereditato dal nuovo Ceo, John Ternus.
Il fascicolo nel frattempo è già arrivato sulla scrivania dello Studio ovale: rifiutare la richiesta della Mela morsicata potrebbe avere come sola conseguenza quella di avvantaggiare le rivali cinesi, d’altro canto permettere tale accordo non ridurrebbe l’esposizione del gioiello hi-tech americano. Con ogni probabilità Trump, da consumato affarista qual è, accetterà ma chiederà altri investimenti su suolo statunitense in cambio.






