Il primo luglio, alle nove del mattino, sulla prateria del seminario di Écône, in Vallese, la Fraternità sacerdotale San Pio X consacrerà quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio. I nomi diffusi sono Pascal Schreiber (svizzero), Michael Goldade (statunitense), Michel Poinsiet de Sivry (francese) e Marc Hanappier (francese). A imporre le mani saranno, con ogni probabilità, Bernard Fellay e Alfonso de Galarreta, i due superstiti della consacrazione del 1988. Nello stesso istante in cui il rito si compie, consacranti e consacrati incorrono nella scomunica latae sententiae, automatica, già messa nero su bianco dal Dicastero per la Dottrina della Fede il tredici maggio.
La parte istruttiva non è il rito. È il contorno. La Fraternità ha organizzato una tre giorni con sito per registrarsi e indicazioni stradali per arrivare, e vende perfino un cofanetto commemorativo, la Cuvée des Sacres, 75 franchi svizzeri per quattro bottiglie con le etichette che riproducono mitria, anello, pastorale e croce pettorale. Uno scisma con il merchandising. Chi mette in vendita la propria rottura non si comporta come un dissidente che teme la punizione. Si comporta come un sistema che ha smesso di aspettare gli aggiornamenti di Roma, perché ormai gira per conto suo.
Non è uno zero day
Nel lessico della cybersecurity, uno zero day è una falla che il difensore non ha avuto nemmeno un giorno per chiudere, perché ne ignorava l’esistenza fino al momento dell’attacco. Uno zero day la Santa Sede lo ha già subìto davvero, nel 2022, quando un’offensiva informatica colpì le sue infrastrutture. Arrivò dall’esterno, senza che nessuno lo vedesse arrivare.
Lo scisma di Écône è l’opposto. Qui la vulnerabilità è di dominio pubblico da trentotto anni. La dichiarò Lefebvre nel 1988 consacrando quattro vescovi contro Roma, la si ridichiarò nel 2009, è stata riconfermata con tanto di data e comunicato nel febbraio 2026. Trentotto anni di preavviso, fino al listino delle bottiglie. E la patch non è mai uscita.
Il forever day di Roma
Per questo esiste un altro termine, e non è zero day. È forever day: la falla nota, conclamata, che non verrà mai chiusa, perché vive in un nodo vecchio che il sistema non sa più riscrivere. Lo zero day lo correggi appena lo scopri. Il forever day lo conosci da decenni e resti scoperto lo stesso, perché gli unici strumenti che hai lavorano sul punto sbagliato.
È la tesi del mio libro, e qui calza. Si proteggono i nodi, non i canali. La scomunica e la sua revoca agiscono sul canale, sulla sanzione. Il nodo è un’altra cosa, ed è la comunione dottrinale, quel Concilio Vaticano II che la Fraternità non ha mai accettato. Finché quel nodo resta scoperto, tutto ciò che fai sulla sanzione è un rattoppo che prima o poi salta. Il primo luglio non è una scomunica in più, è il giorno in cui il forever day viene messo in sicurezza dagli attaccanti. La vulnerabilità diventa ereditaria.
La distinzione, del resto, non l’ho inventata io. È scritta nel diritto canonico. Le consacrazioni di Écône sono valide ma illecite: i vescovi che ne escono sono vescovi veri, con un carattere che nessun decreto cancella, e insieme sono fuori dalla comunione.
La Chiesa lo codifica da secoli, distinguendo due cose. Da un lato il potere di consacrare, cioè di ordinare preti e altri vescovi, che qualunque vescovo validamente consacrato possiede per sempre, anche contro la volontà del Papa. Dall’altro il permesso di governare e di agire nella Chiesa, che dal Papa soltanto dipende e che il Papa può togliere. La scomunica colpisce solo il secondo. Il primo non lo sfiora, ed è per questo che un vescovo scomunicato continua a ordinare validamente altri vescovi. La sanzione raggiunge il permesso, non il sacramento, e tanto meno la dottrina. Roma colpisce l’unica cosa che le sue armi riescono a toccare, e lascia in piedi proprio quelle che terrebbero insieme il sistema.
Senza metafora informatica è perfino più semplice. Roma continua a trattare come un problema disciplinare, da chiudere con un provvedimento, una frattura che è invece ecclesiologica. Per quarant’anni ha lavorato sul reparto sbagliato.
Lo dimostra il gesto più venerato dai tradizionalisti, la remissione della scomunica firmata da Benedetto XVI il ventuno gennaio 2009. Gli adoratori di Ratzinger la ricordano come un atto di misericordia e di intelligenza, e obietteranno che non voleva sciogliere la questione dottrinale, ma creare le condizioni per affrontarla. Ed è proprio lì il problema. Pensare che togliere l’ostacolo canonico avrebbe aperto la strada alla dottrina significa già usare il canale come leva per muovere il nodo. In quell’ordine non funziona. 17 anni di sistema acceso su una falla nota, e il primo luglio l’attacco riparte, più grande, perché nel frattempo i vescovi superstiti da due, diventano sei. Il condono non ha ricomposto il nodo. Lo ha lasciato in piedi, e in qualche modo incoraggiato.
La mossa di Leone
C’è però una novità, ed è la parte più interessante. Per la prima volta qualcuno a Roma sta trattando il nodo e il canale come due problemi diversi.
Francesco li teneva insieme. Con Traditionis Custodes, nel 2021, ha stretto sulla messa in latino colpendo tutti nello stesso modo, dai lefebvriani scismatici alle comunità rimaste in piena comunione, come se la sensibilità per il rito antico e lo scisma fossero la stessa minaccia. Leone XIV sta facendo il contrario. Verso le comunità tradizionali regolari ha scelto la distensione: ampie esenzioni senza abrogare il motu proprio, udienze mensili con figure come Schneider, Burke e Sarah, la lettera di Parolin ai vescovi francesi che parla della liturgia come di una ferita da sanare, il concistoro straordinario del 26 e 27 giugno convocato proprio su questo. Verso lo scisma di Écône, invece, nessuna apertura. È scisma, è scomunica.
In linguaggio di sicurezza, è un disaccoppiamento. Leone tiene dentro la sensibilità liturgica legittima, che è un nodo sano da non perdere, e lascia cadere l’atto scismatico sul canale. Separa ciò che il predecessore aveva fuso in un’unica minaccia. Se sia la mossa giusta, e se basterà, lo dirà il tempo. Ma almeno il cacciavite, stavolta, sembra puntato sulla vite giusta.
Resta la lezione, e per un laico è una lezione cinica. La macchina diplomatica più antica e sofisticata del mondo viene messa in scacco da una falla che conosce da quarant’anni, che le hanno persino rivenduto in bottiglia. Il 2022 fu il suo zero day, una vulnerabilità che nessuno aveva visto arrivare. Lo scisma lefebvriano è peggio, perché è il suo forever day. E i forever day non si chiudono con un decreto. Si chiudono riscrivendo il nodo, oppure non si chiudono affatto.



