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Autoscontro fra Usa, Messico e Canada sulle Case cinesi. Report Ft

Le auto cinesi stanno aprendo una frattura tra gli Usa, che le vietano per motivi di sicurezza e tutela industriale, Messico, che ne è il principale mercato di importazione, e Canada, che le corteggia con tariffe ridotte e investimenti, complicando seriamente il rinnovo dell’Usmca. Il report del Financial Times.

Le auto cinesi stanno scavando un solco profondo tra Stati Uniti, Messico e Canada, proprio alla vigilia della scadenza del 1° luglio per il rinnovo dell’USMCA, l’accordo di libero scambio che tiene insieme il continente nordamericano.

Come sottolinea il Financial Times, che al tema dedica un apposito report, mentre Washington mantiene un muro invalicabile contro i veicoli di Pechino per motivi di sicurezza nazionale e di protezione dell’industria domestica, Messico e Canada mostrano un’apertura crescente, attratti da prezzi competitivi, investimenti e tecnologia.

Questa divergenza rischia di complicare i negoziati su un patto già fragile, reso ancora più incerto dalle politiche tariffarie aggressive di Donald Trump.

In gioco c’è il futuro di una filiera automotive integrata da trent’anni, che oggi rappresenta uno dei pilastri economici dell’intera regione.

Il muro americano

Gli Stati Uniti restano l’unico grande mercato mondiale ancora del tutto precluso alle auto cinesi.

L’amministrazione Biden aveva imposto di fatto un divieto, motivato dalla paura che questi veicoli, pesantemente sovvenzionati da Pechino, possano incorporare tecnologie di sorveglianza in grado di inviare dati sensibili a potenze avversarie.

Allo stesso tempo, si nutriva la preoccupazione concreta che l’arrivo di prodotti low-cost potesse decimare l’industria automobilistica americana, già sotto pressione.

Anche con Donald Trump alla Casa Bianca, la situazione non è cambiata di molto. Il presidente è sotto forte pressione dal settore: il CEO di Ford, Jim Farley, ha lanciato un allarme chiaro, definendo la concorrenza cinese potenzialmente “devastante” per la manifattura statunitense.

Due senatori democratici hanno addirittura presentato il Protecting America from Chinese Cars Act, arrivando a definire le auto cinesi “pacchetti di sorveglianza su ruote”.

Il boom messicano

Il contrasto con il Messico non potrebbe essere più netto. Il Paese è diventato la principale destinazione delle esportazioni delle auto del Dragone, con almeno una vettura su cinque venduta oggi di origine cinese, anche se la quota reale è probabilmente superiore, perché marchi come BYD non riportano sempre tutti i dati di vendita.

In una nazione di circa 130 milioni di abitanti con un parco circolante molto datato – l’età media delle auto è intorno ai 18 anni – le vetture cinesi rappresentano un’opportunità straordinaria di rinnovo a prezzi accessibili.

“Se vedi un’auto nuova per strada oggi in Messico, è molto probabile che sia cinese”, osserva Janneth Quiroz, direttrice della ricerca di Monex a Città del Messico.

Marchi come BYD, Geely, Great Wall Motors, insieme a Volvo e MG ora controllati da gruppi cinesi, stanno conquistando rapidamente quote di mercato.

Il Messico ha una sola piccola fabbrica cinese di assemblaggio, ma l’importazione sta crescendo a ritmi sostenuti e non sembra aver ancora raggiunto il picco.

Il Canada alla ricerca di diversificazione e investimenti

Anche il Canada ha deciso di aprire le porte. Lo scorso mese sono arrivate le prime migliaia di auto elettriche cinesi grazie a un accordo siglato con Pechino che abbassa la tariffa al 6,1% per un contingente iniziale di 49.000 veicoli, con l’obiettivo di arrivare a 70.000 unità annue nei prossimi cinque anni.

La ministra dell’Industria Mélanie Joly si è recata di persona in Cina per incontrare i vertici di BYD, Chery, Geely e Shanghai Launch Automotive Technology, discutendo possibili joint venture per produrre localmente.

L’obiettivo dichiarato è duplice: offrire ai canadesi veicoli moderni, tecnologici e accessibili, e allo stesso tempo diversificare le relazioni commerciali per ridurre la forte dipendenza dagli Stati Uniti.

“Vogliamo veicoli ottimi per i canadesi, a prezzi ragionevoli e con le tecnologie più avanzate, tutelando al contempo i nostri lavoratori e l’industria”, ha spiegato Joly.

Tuttavia, questa linea non è condivisa da tutti. Brian Kingston, presidente dell’associazione dei costruttori canadesi, ha ammonito che corteggiare attivamente i produttori cinesi è incompatibile con il rinnovo di un rapporto commerciale ben più importante con gli Stati Uniti.

Il delicato equilibrio dell’USMCA

L’intera vicenda sta avvelenando i negoziati per il rinnovo dell’USMCA. Senza un accordo di estensione, il patto tornerebbe a revisioni annuali che minerebbero la certezza necessaria per investimenti a lungo termine nelle catene di fornitura.

Il settore automotive è particolarmente sensibile: rappresenta quasi il 5% del PIL messicano e centinaia di migliaia di posti di lavoro diretti e indiretti.

Come ha sottolineato l’ex viceministro messicano per il commercio estero Juan Carlos Baker, “nessun singolo settore ha la capacità di far deragliare l’intero accordo come quello automotive. Se non si trova un’intesa, si metterebbe a rischio l’economia di tutto il Messico”.

I dazi imposti da Trump hanno già alterato gli equilibri: in alcuni casi è diventato più conveniente per gli Stati Uniti importare veicoli dal Giappone o dalla Corea del Sud piuttosto che da Canada o Messico, mettendo in crisi la filiera integrata costruita in tre decenni.

Strategia cinese

Per la Cina, Messico e Canada rappresentano una posizione avanzata preziosa.

Come spiega Farid Ahmad, che lavora con aziende cinesi per l’espansione in Canada, “si stanno posizionando in modo da essere pronti a fornire veicoli anche al mercato americano quando il contesto politico cambierà”.

BYD mantiene un profilo prudente: la sua responsabile internazionale Stella Li ha ribadito che eventuali impianti in Messico o Canada servirebbero solo ai rispettivi mercati locali, mentre un ingresso diretto negli Usa avverrebbe solo con una presenza fisica sul territorio.

Nonostante queste dichiarazioni, i sospetti americani restano forti e il timore che Messico e Canada possano fungere da “porta sul retro” è ben vivo a Washington.

Divisioni interne

Non mancano le opposizioni interne. In Ontario, cuore dell’industria auto canadese, il premier Doug Ford ha definito le auto cinesi “spy vehicles” e concorrenza sleale per i lavoratori locali, pur lasciando uno spiraglio: “Se vengono qui a produrre, a creare posti di lavoro e componentistica nazionale, allora il discorso cambia completamente”.

L’analista Tu Le di Sino Auto Insights riassume la complessità del momento: “Ogni Paese nordamericano parte da una posizione diversa – Messico già immerso, Canada che si unisce quest’anno, Stati Uniti chiusi – e questo avrà un impatto significativo su quanto l’USMCA potrà continuare a essere presentato come un accordo vantaggioso per tutti”.

In definitiva, la questione delle auto cinesi mette in luce le diverse priorità strategiche, economiche e di sicurezza dei tre partner. Con l’avvicinarsi della scadenza di luglio, la capacità di trovare un equilibrio tra apertura ai mercati, tutela dell’occupazione e interessi nazionali sarà decisiva per il futuro dell’integrazione nordamericana.

Come rimarca il Financial Times, il settore automotive, più di ogni altro, rischia di diventare il vero banco di prova per la sopravvivenza dell’USMCA.

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