L’America Latina è diventata oggetto di una contesa non dichiarata tra gli Stati Uniti e l’Unione europea. Da una parte, l’arma è il sostegno al populismo di destra o estrema destra che sta dilagando nella regione elezione dopo elezione. Dall’altra, sono gli accordi commerciali che promettono di portare prosperità economica, rapporto tra pari e stabilità giuridica. Nella sua politica di diversificazione, l’Europa sta aumentando la sua presenza nel “cortile di casa” degli Usa. Lo storico accordo con il Mercosur, raggiunto dopo 25 anni di negoziati, ha di fatto portato l’Ue ad avere intese commerciali con quasi tutti i paesi della regione, eccetto Cuba e Venezuela. La modernizzazione dell’accordo commerciale con il Messico è stato l’ultimo tassello della strategia di diversificazione nella regione. L’Ue non lascia scoperto nemmeno il fronte dei Caraibi. La scorsa settimana il commissario al Commercio, Maroš Šefčovič, ha partecipato in Repubblica Dominicana alla riunione ministeriale tra l’Ue e i 15 Stati del Caricom.
Ma, con la seconda presidenza di Donald Trump, il motto “America First” si è di fatto esteso a tutto il continente americano. L’operazione statunitense in Venezuela del gennaio scorso, con il rapimento di Nicolás Maduro e l’instaurazione di un governo di transizione guidato da Delcy Rodríguez, e la recente incriminazione dell’ex presidente cubano Raúl Castro con l’accerchiamento di Washington al regime dell’Avana, costretto ad attuare riforme per evitare la capitolazione, sono solo gli ultimi sintomi di una trasformazione politica del subcontinente latinoamericano, accelerata dalla rielezione di Trump.
Le esternazioni di Trump all’inizio del suo secondo mandato hanno fatto riesumare la dottrina Monroe del 1823, che introduceva il predominio degli Usa nel continente contro la colonizzazione europea nelle Americhe, con il successivo corollario Roosevelt, che sancì il diritto di intervenire in America Latina per prevenire instabilità o ingerenze europee. L’esperienza insegna che tentare di inquadrare in una dottrina politica l’azione di Trump in categorie politiche o posizioni geopolitiche è un esercizio vano. Ma i messaggi lanciati all’inizio del suo secondo mandato sembrano non lasciare dubbi sulle intenzioni di rendere il continente americano appannaggio degli Stati Uniti.
Riprendersi il Canale di Panama (a dire di Trump permeato da interessi cinesi), cacciare i regimi comunisti in Venezuela e Cuba (e in un secondo momento forse anche in Nicaragua), annettersi il Canada come 51esimo Stato (o la Groenlandia), cambiare il nome del Golfo del Messico in Golfo d’America (non riconosciuto a livello internazionale): sono tutti elementi che vanno in questa direzione. Finora, l’unico successo ottenuto è quello in Venezuela, che di fatto ha tolto la protezione e le risorse energetiche all’alleata Cuba (e al Nicaragua).
Dietro agli atteggiamenti da bullo di Trump, c’è un’evoluzione politica che favorisce le sue ambizioni di controllare l’America Latina. Tutta la regione sta vivendo un processo di spostamento a destra simile a quello che sta attraversando l’Europa. Alla cosiddetta “marea rosa” che ha visto l’affermarsi di governi socialisti nell’America Latina (1998–2015), ora sta subentrando una “marea grigia”, composta da presidenti della destra populista, le cui campagne sono incentrate su slogan securitari e anti-establishment.
L’ultima svolta è avvenuta in Colombia, dove lo scorso 21 giugno ha vinto a sorpresa il candidato nazionalista, appoggiato da Trump, Abelardo de la Espriella, che ha sconfitto il candidato della sinistra Iván Cepeda, mettendo fine all’esperienza del presidente Gustavo Petro, la prima presidenza di sinistra nella storia colombiana, ma logorata dai problemi legati a sicurezza, economia e narcotraffico. Poco prima, in Perù, dopo uno scrutinio molto combattuto, la conservatrice Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore Alberto, condannato per violazioni dei diritti umani, è riuscita a conquistare la presidenza con uno scarto ridottissimo, dopo tre tentativi falliti.
Un anticipo della svolta a destra era già stato sperimentato nel 2019 in Brasile, quando arrivò al potere il populista di destra Jair Bolsonaro. Nel 2023 era stato Javier Milei, l’anarco-capitalista, a conquistare l’Argentina con un messaggio anti-establishment contro la politica clientelare di sussidi del peronismo di sinistra. Nel marzo di quest’anno si è insediato in Cile il governo di estrema destra di José Antonio Kast, succeduto a quello di estrema sinistra di Gabriel Boric. Il caso emblematico è quello del Salvador, dove il presidente Nayib Bukele, riconfermato nel 2024, ha impresso una svolta securitaria liberando il paese dalla morsa delle gang, seppur a discapito delle garanzie processuali e dei diritti individuali. Questo modello è stato ripreso dalla neopresidente del Costa Rica, Laura Fernández, eletta grazie alla svolta securitaria del suo predecessore.
Ora gli occhi sono puntati al test politico più importante: le presidenziali di ottobre in Brasile, che dovrebbero vedere schierati il leader uscente, Luiz Inácio Lula da Silva, e un candidato vicino all’ex presidente Jair Bolsonaro (ora agli arresti domiciliari), probabilmente il figlio Flávio. Il Brasile, oltre a essere il più grande paese dell’America Latina, ha una posizione del tutto particolare: un partner dell’Ue, ma allo stesso tempo un promotore del Sud globale e membro dei BRICS, il forum politico che riunisce Russia, Cina, India e Sudafrica, e della Nuova banca dello Sviluppo, in contrapposizione alla Banca Mondiale e all’FMI.
In questa divisione non più in sfere ideologiche da guerra fredda, ma in sfere di influenza regionale, l’Europa cerca alleati per evitare la “notte del multilateralismo”, secondo la definizione del presidente del Consiglio europeo, António Costa, in un discorso al Senato messicano. E prosegue sulla strada pragmatica degli accordi commerciali, aspettando di raccogliere i risultati dell’accordo col Mercosur, applicato provvisoriamente dal 1° maggio scorso, e che potrebbe in futuro magari estendersi alla Bolivia e forse anche al Venezuela.
L’accordo con il Mercosur offre all’Ue un vantaggio competitivo verso la concorrenza di Cina e Stati Uniti, spiega Paolo Garzotti, capo unità della direzione Commercio della Commissione e negoziatore dell’accordo. “Oggi siamo dappertutto dietro la Cina”, ricorda il negoziatore, citando il grande porto di acque profonde da poco aperto da Pechino a Chancay in Perù. Ma “i cinesi non hanno un accordo con il Mercosur. Di conseguenza, noi abbiamo la possibilità di mettere le imprese europee su un piano più vantaggioso.” Non solo, “questi paesi vogliono commerciare più con noi che con la Cina. Non hanno, come noi, nessun interesse a diventare dipendenti da un unico paese.”
Lo stesso discorso vale per il rinnovato interesse strategico nell’area da parte degli Stati Uniti. “L’amministrazione Trump — spiega il funzionario della Commissione — sta dando un’attenzione molto particolare a questa regione, decidendo di stipulare accordi reciproci con l’Argentina, l’Ecuador, il Guatemala e il Salvador. Noi siamo arrivati prima, ed è importante che sfruttiamo questo diritto di primo arrivato.” La storia dirà se arrivare per primi con gli accordi commerciali permetterà agli europei di essere più forti dell’ideologia trumpista per evitare la “notte del multilateralismo” e preservare i loro interessi in America Latina.
(Estratto dal Mattinale europeo)






