Mentre le cose si complicano per il riassetto di Delfin, Leonardo Maria Del Vecchio rivoluziona i vertici del family office Lmdv. Una mossa che, nelle intenzioni dell’imprenditore, dovrebbe consentire di concentrare uomini e risorse sulla partita più delicata degli ultimi quattro anni: il futuro della cassaforte di famiglia fondata dal padre Leonardo Del Vecchio e il tentativo, finora fallito, di ridisegnarne gli equilibri azionari.
LMDV CAMBIA PELLE MENTRE DELFIN RESTA IN STALLO
Il cambio annunciato nelle scorse ore rappresenta molto più di un semplice valzer di poltrone. Leonardo Maria, che controlla al 100% Lmdv, assume il ruolo di presidente esecutivo, rafforzando il proprio coinvolgimento operativo. Al suo fianco arriva come vicepresidente Gabriele Benedetto, ex amministratore delegato di Telepass, mentre la carica di amministratore delegato viene affidata a Lorenzo Calì, manager con un lungo percorso nel lusso tra Luxottica, Loro Piana e Moncler. A uscire di scena è invece il direttore generale Luigi Mascellaro. Soprattutto cambia ruolo Marco Talarico, finora amministratore delegato e cofondatore del family office, che lascia la gestione operativa per affiancare direttamente Del Vecchio nella complessa partita aperta all’interno di Delfin.
È proprio quest’ultimo passaggio a spiegare il significato della riorganizzazione. Il dossier Delfin è infatti entrato in una fase decisiva. Il progetto che avrebbe dovuto portare Leonardo Maria ad acquistare il 25% detenuto dai fratelli Luca e Paola Del Vecchio, salendo dal 12,5% al 37,5% del capitale della holding lussemburghese, si è progressivamente arenato tra richieste delle banche, divisioni interne e resistenze emerse nella governance. Un’operazione da circa 10 miliardi di euro che fino a poche settimane fa sembrava avviata verso il traguardo e che oggi appare invece sospesa tra molteplici scenari.
La partita si intreccia con quella dell’assemblea del 30 giugno, chiamata ad approvare il bilancio 2025 e a discutere il futuro della holding. Da quell’appuntamento dipenderanno non soltanto i dividendi e gli assetti di governance, ma anche la possibilità di riaprire il percorso di riassetto immaginato da Leonardo Maria. Secondo le ricostruzioni degli ultimi giorni, l’imprenditore non avrebbe comunque abbandonato il progetto originario. Al contrario starebbe tentando, insieme allo stesso Talarico, di rinegoziare il maxi finanziamento con il pool bancario e, parallelamente, di ottenere un allungamento dei termini concordati con Luca e Paola.
Il problema è che il tempo stringe. Gli accordi sottoscritti con i fratelli prevederebbero infatti penali particolarmente pesanti in caso di mancato perfezionamento dell’operazione. Secondo Milano Finanza la sanzione potrebbe arrivare fino a 500 milioni di euro, pari al 5% dell’importo complessivo. Repubblica parla invece di penali nell’ordine del 10%. In ogni caso, cifre tali da trasformare il mancato closing in un problema finanziario tutt’altro che secondario.
IL PRESTITO DA 11 MILIARDI, LE BANCHE E IL BUYBACK
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuto il fronte bancario. Il piano elaborato da Leonardo Maria prevedeva una linea di finanziamento nell’ordine degli 11 miliardi di euro. Le banche coinvolte, tuttavia, hanno progressivamente aumentato le richieste di garanzie e mostrato crescente prudenza sulla struttura dell’operazione. Secondo quanto emerso, Bnp Paribas si sarebbe nel frattempo sfilata dal consorzio, mentre gli altri istituti continuano a chiedere maggiore certezza sui dividendi futuri e sulla stabilità della governance della holding.
Non è difficile comprenderne le ragioni. Delfin non è una semplice holding familiare. Con un patrimonio stimato tra 40 e 42 miliardi di euro, rappresenta uno dei principali centri di potere finanziario italiani. Controlla il 32,2% di EssilorLuxottica, detiene il 17,5% di Mps, circa il 10% di Generali, il 2,8% di Unicredit e il 28,1% di Covivio. Nel 2025 dovrebbe chiudere con un utile superiore a 1,5 miliardi e dispone di circa 7 miliardi di riserve. Ogni modifica degli equilibri interni finisce inevitabilmente per riflettersi anche sulle grandi partite del risiko bancario e assicurativo in corso.
Proprio il risiko ha contribuito a rendere più complesso il progetto di Leonardo Maria. Le stesse banche chiamate a finanziare l’operazione si trovano infatti a interagire con partecipazioni strategiche custodite da Delfin. Non è un caso che negli ultimi giorni emissari di Unicredit si siano recati in Lussemburgo per valutare assieme ai professionisti vicini alla holding scenari alternativi rispetto al piano originario.
Tra questi prende sempre più quota il buyback. In questo schema non sarebbe più Lmdv Fin ad acquistare il 25% detenuto da Luca e Paola, bensì la stessa Delfin. La holding riacquisterebbe le quote per circa 10 miliardi di euro e successivamente le redistribuirebbe agli altri soci. Claudio Del Vecchio, Marisa Del Vecchio, Leonardo Maria Del Vecchio, Clemente Del Vecchio, Nicoletta Zampillo e Rocco Basilico passerebbero così dal 12,5% a circa il 16,7% ciascuno, evitando la nascita di un azionista dominante.
Anche questa soluzione, tuttavia, presenta diversi ostacoli. Lo statuto prevede che il buyback possa essere aperto a tutti gli eredi e che venga definito un meccanismo per determinare il prezzo. Inoltre resta da capire come finanziare l’operazione. Delfin potrebbe utilizzare le riserve disponibili oppure aumentare ulteriormente l’indebitamento, che già oggi sfiora i 5 miliardi di euro. Nelle trattative delle ultime settimane le banche avrebbero inoltre chiarito un punto: sarebbero disponibili a finanziare direttamente Delfin, anche a fronte di un pegno sulle azioni della holding, ma non la Lmdv Fin di Leonardo Maria. È una distinzione tutt’altro che secondaria, perché per concedere in garanzia le azioni di Delfin serve una delibera assembleare approvata all’unanimità dagli otto soci. Ed è proprio sul raggiungimento di quell’unanimità che si sono concentrate molte delle difficoltà emerse negli ultimi mesi.
LA MOSSA DI CLEMENTE E GLI EQUILIBRI TRA GLI EREDI
In parallelo si muovono anche altri rami della famiglia. La novità più significativa arriva da Clemente Del Vecchio, il più giovane degli eredi. Secondo quanto rivelato da MF, il ventunenne ha dato vita a un nuovo veicolo denominato Mhenthe, destinato ad accogliere la propria partecipazione in Delfin. L’obiettivo è rendere più facilmente finanziabile e “bancabile” la quota detenuta nella holding. A differenza delle partecipazioni assegnate direttamente alle persone fisiche, infatti, le quote conferite a una società possono essere utilizzate più agevolmente come garanzia nelle operazioni finanziarie.
La mossa di Clemente viene letta da molti osservatori come un segnale. Dopo Luca e Paola, potrebbe essere lui il terzo erede interessato a monetizzare almeno una parte del patrimonio ricevuto. Non a caso il trasferimento della quota a Mhenthe arriva dopo il tentativo, rimasto senza esito, di trasferire a quella stessa società lo 0,4% di Delfin acquisito attraverso l’esercizio della prelazione sulle quote dei fratelli. Anche in quel caso sarebbe mancata la maggioranza qualificata necessaria all’approvazione.
DELFIN 2, LIQUIDAZIONE E PLUSVALENZE DA RECORD
Sul tavolo, però, non ci sono soltanto buyback e finanziamento bancario. Tra gli scenari in campo compare anche l’ipotesi estrema della liquidazione della holding. Secondo alcune ricostruzioni, una mancata approvazione del bilancio potrebbe portare alla nomina di un commissario liquidatore e aprire una fase del tutto nuova nella storia della cassaforte di famiglia.
Esistono poi opzioni intermedie. Una di queste prevede l’approvazione del bilancio senza però modificare la politica dei dividendi, che oggi garantisce una distribuzione minima del 10% degli utili. Per le banche coinvolte nel finanziamento, però, un aumento delle distribuzioni rispetto a quel livello rappresentava uno degli elementi in grado di sostenere il rimborso del maxi prestito richiesto da Leonardo Maria. In questo caso il progetto resterebbe formalmente in vita ma perderebbe una parte importante della sostenibilità finanziaria che derivava dall’aumento dei flussi di cassa verso gli azionisti.
E non finisce qui. Fonti finanziarie citate dal Sole 24 Ore richiamano due vecchie ipotesi più volte esaminate negli anni passati. La prima è la creazione di una sorta di “Delfin 2”, da quotare in Borsa e destinata a raccogliere le partecipazioni bancarie e assicurative. La seconda consiste invece nella progressiva cessione degli asset finanziari per concentrare la holding esclusivamente su EssilorLuxottica, vero cuore industriale dell’impero costruito da Leonardo Del Vecchio.
A rendere queste ipotesi meno teoriche di quanto possano apparire sono i numeri. Grazie al consolidamento degli ultimi anni, Delfin registra oggi plusvalenze latenti superiori ai 10 miliardi di euro sulle sole partecipazioni finanziarie. La quota in Mps, a fronte di un investimento iniziale di circa 2,2 miliardi, è stata valorizzata dall’Opas di Intesa Sanpaolo in oltre 5,3 miliardi. Il 10% di Generali vale circa 6,5 miliardi rispetto a un costo storico di 2,7 miliardi. E il 2,8% di Unicredit esprime un valore di circa 3,3 miliardi. Nel complesso le plusvalenze superano i 10 miliardi, una cifra che coincide quasi perfettamente con il valore del 25% di Delfin che Leonardo Maria avrebbe dovuto acquistare da Luca e Paola.
È dentro questo intreccio di successione, finanza e grandi manovre bancarie che si inserisce la rivoluzione ai vertici di Lmdv. Il cambio di management deciso da Leonardo Maria non è soltanto una riorganizzazione interna. È il segnale che il dossier Delfin resta aperto e che la battaglia per il riassetto della holding è entrata in una nuova fase, forse ancora più complessa di quella che l’ha preceduta.







