L’e-commerce in Italia non è più solo un canale di vendita, ma un ecosistema industriale maturo che muove l’economia nazionale. Il commercio elettronico è cresciuto del 23% dal 2022, arrivando a generare un impatto economico complessivo di 993 miliardi di euro. Un boom che si scontra, però, con pesanti ritardi digitali e uno scenario geopolitico internazionale sempre più polarizzato. È il quadro emerso dai dati della ricerca di Netcomm e Nomisma “Digital Value Chain Impact”, che fotografano un comparto capace di generare un valore economico complessivo pari al 13% del PIL nazionale, con un effetto moltiplicatore del 5,6% sull’intera economia.
I NUMERI DEL BOOM DELL’E-COMMERCE
Dal 2022 al 2025 il fatturato del commercio elettronico è cresciuto del 23%, portando il valore economico generato a un +28%. Oggi l’e-commerce offre lavoro a oltre 2 milioni di persone (il 9% degli occupati in Italia). Nel 2026 gli acquisti online toccheranno quota 67 miliardi di euro, con una penetrazione del 13,5% sul totale del retail. I dati della ricerca “Digital Value Chain Impact” evidenziano anche che l’e-commerce è a tutti gli effetti un attivatore economico di ricchezza. I ricavi si dividono tra brand producer (421 miliardi), fornitori (218 miliardi), marketplace (201 miliardi) e retailer (153 miliardi), con un beneficio diretto per lo Stato e le pubbliche amministrazioni pari a 69 miliardi di euro di gettito: 34,4 miliardi di imposte dirette e 34,6 miliardi di imposte indirette.
E-COMMERCE, IL GAP CON L’UE
L’84% delle aziende investiranno in e-commerce nei prossimi 2-3 anni, secondo la ricerca di Netcomm e Nomisma. Una trasformazione che investirà tutta l’azienda. Il 74% delle aziende prevede un forte aumento dei profitti legato all’e-commerce, oltre a rafforzare il fatturato, attrarre nuovi clienti. Dati che dimostrano che le imprese guardano con sempre maggiore interesse al commercio digitale. Tuttavia, oggi l’Italia sconta ancora forti ritardi. Il tasso di penetrazione dell’e-commerce è salito al 62%, ma il divario con l’Europa (ferma al 78%) resta di ben 16 punti percentuali.
Le aziende italiane usano l’online dal 2 al 4% in meno rispetto ai concorrenti europei. A livello settoriale spiccano il turismo (con una penetrazione al 60% e una crescita del 7%) e le assicurazioni (+11%). Un’altra barriera riguarda la diffusione della connessione internet, ferma al 91%, 4% in meno rispetto alla media Ue.
COSA FRENA L’E-COMMERCE
L’e-commerce deve entrare a tutti gli effetti nell’Olimpo dell’industria poiché è a tutti gli effetti un ecosistema di imprese, ha sottolineato Roberto Liscia, presidente di Netcomm. Liscia ha invocato un piano triennale per le competenze e un “digital fitness check” per semplificare le regole europee. La politica continua a inseguire il consenso, invece, di delineare una politica industria, secondo il senatore Gianluca Cantalamessa (Lega). “L’Italia eroga alle imprese 100-120 miliardi di euro all’anno, slegate da politiche industriali a medio-lungo termine. Se la politica smette di avere ansia da prestazione abbiamo tutti gli strumenti per tornare a competere”.
Come se non bastasse, la complessità normativa pesa per il 20-30% sulle spese di un’impresa, ha sottolineato Matteo Bassi, Head of Economic Policy & Regulation di Amazon, ricordando che il colosso ha investito 25 miliardi in Italia, ospitando 100.000 PMI con un giro d’affari di 40 miliardi. “Serve più semplificazione ed armonizzazione a livello Ue, ci sono circa 27 regimi diversi. I costi di compliance arrivano al 20-30%, alcune aziende preferiscono non crescere”.
Il mercato unico e la semplificazione normativa sono i primi passi per sfruttare l’effetto leva dell’economia dei dati, secondo Brando Benifei, europarlamentare del Partito Democratico. “Esistono troppe autorità. Con gli Usa stiamo costruendo un’intesa per regole base per il commercio elettronico internazionale. Ma serve la ratifica di tutti i Paesi, perché per il via libera serve il sì di 46 Paesi”.
E-COMMERCE E IA
Il futuro passa inevitabilmente dall’Intelligenza Artificiale, ma oggi solo il 19% delle aziende italiane la utilizza (contro il 40% di Paesi Bassi e Scandinavia), frenata da costi, barriere culturali e mancanza di competenze (il 40% delle ditte non trova specialisti), secondo la ricerca di Netcomm e Nomisma.
La rivoluzione digitale porta con sé anche rischi geopolitici, avverte Carlo Corazza, Capo Ufficio del Parlamento Europeo in Italia. L’alleanza tra Big Tech e tecnocrazie mira a distruggere la libertà dei cittadini europei di decidere sulla base di informazioni corrette, uno dei pilastri che reggono le democrazie occidentali. Intanto, lo storico alleato statunitense, critica l’Ue, i suoi leader e le sue regole, secondo Corazza.
I FALSI MITI SULL’IA
L’Intelligenza Artificiale non ruberà il lavoro a nessuno, anzi li renderà meno faticosi, secondo Riccardo Mangiaracina, professore del Politecnico di Milano. “Secondo una nostra ricerca, con l’Ia l’accuratezza previsionale migliora sensibilmente. Questo porta a meno scorte nel sistema”, ha affermato il professore. L’Ia rappresenterà un cambio di paradigma per diversi settori, sottolinea Bassi. “L’Ia è un’opportunità enorme per le Pmi. La sfida è insegnargli ad usare l’intelligenza artificiale in modo trasformativo”.
Oggi i costi logistici legati all’e-commerce sono 20 euro per ordine, secondo il professor Mangiaracina. L’intelligenza artificiale potrà rivoluzionare la logistica e i servizi, ha sottolineato Gabriele Cappellini, Resp. Marketing Posta, Comunicazione e logistica di Poste Italiane: “Gli agenti IA stanno cambiando l’esperienza di acquisto. L’operatore logistico si deve trasformare da piattaforma operativa a piattaforma di relazioni”.
Giorgio Aretino di TicketOne ha posto l’accento sul fatto che in futuro servirà “un’evoluzione verso i modelli, un lavoro molto diverso rispetto a sviluppare interfacce”. Per questa ragione, le competenze Ia e digital saranno fondamentali, secondo Andrea Gaboardi (Nexi).
I NODI DA SCIOGLIERE
La normativa sull’Ia non convince pienamente. “Le norme sull’Intelligenza Artificiale e il digitale hanno difetti, ad esempio oneri di applicazione troppo alti per alcune imprese. Sicuramente serve un maggior dialogo”, ha osservato Corazza.
I testi normativi sul digitale e Ia scontano la velocità dell’innovazione, che il legislatore fa fatica a catturare, secondo Gabriele Carovano (funzionario AGCM). “L’IA Act è stato stravolto rispetto al white paper iniziale con interventi necessari, ma che hanno cambiato le logiche sottostanti la norma”, ha aggiunto Carovano.







