Dal Consiglio europeo del 18 giugno – cioè il vertice tra i capi di stato e di governo dei paesi membri dell’Unione – ci si sarebbe aspettati una risposta forte contro le politiche commerciali della Cina: nel 2025 il surplus cinese nel commercio di beni con l’Europa ha infatti superato i 360 miliardi di euro, segnando un aumento del 15 per cento su base annua; nei primi quattro mesi del 2026, peraltro, questo surplus è cresciuto ancora, del 10 per cento.
Il problema commerciale con la Cina è dato dal fatto che il paese sussidia la sua produzione industriale. Le aziende europee operano però in un contesto diverso e, di conseguenza, non riescono a reggere la concorrenza con questi grandi volumi di prodotti ad alto valore aggiunto – come veicoli e “tecnologie pulite”, ad esempio – venduti a prezzi convenienti.
LA DICHIARAZIONE ANTI-CINESE DEL PPE…
Prima dell’inizio del vertice del 18 giugno, il Partito popolare europeo – il gruppo più grande nel Parlamento europeo, al quale appartiene anche la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen – aveva fatto sapere che non avrebbe più “accettato gli interventi sleali della Cina sul mercato” e invitava perciò la Commissione a potenziare gli “strumenti di difesa commerciale esistente”.
La dichiarazione chiedeva inoltre a Bruxelles di “smetterla con l’ingenuità nei confronti delle ambizioni a lungo termine della Cina” ed era stata firmata, oltre che da von der Leyen, anche dal cancelliere tedesco Friedrich Merz: un fatto rilevante, dato che la Germania è sia l’economia più grande dell’Unione, sia il paese dei ventisette che commercia maggiormente con la Cina. In passato Berlino difendeva l’interscambio con Pechino e portava avanti una politica di engagement – cioè di coinvolgimento – nei confronti del gigante asiatico. Merz si è allontanato da questa linea, ma solo in parte.
… E LA MORBIDEZZA DEL CONSIGLIO EUROPEO, TRA MERZ E SANCHEZ
Nei giorni scorsi la Germania – assieme all’Italia, alla Francia e ai Paesi Bassi – ha proposto l’introduzione di nuovi strumenti commerciali europei per alzare i dazi verso la Cina e definire delle quote massime di importazione. Tra le richieste c’era anche l’istituzione di un obbligo per le aziende a ricercare fornitori alternativi di componenti critici – come alcune tipologie di minerali o di microchip -, in modo da proteggere l’economia dell’Unione dalle restrizioni cinesi sulle esportazioni.
E invece, durante il Consiglio europeo, il cancelliere Merz non ha menzionato la Cina: si è limitato a un invito generico ad affrontare “il contesto competitivo globale e gli squilibri geo-economici”. Eppure l’afflusso di merci cinesi a basso prezzo è un problema anche per la Germania stessa: l’industria tedesca, in particolare quella automobilistica, aveva puntato sul vasto mercato cinese, ma oggi le esportazioni verso Pechino sono in netto calo.
Il leader più espressamente filocinese è il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, il cui paese ha attirato numerosi investimenti cinesi (soprattutto nel comparto automotive): a suo dire, la Cina è un “alleato potenziale” e “l’Europa ha bisogno di amici” in un momento di grandi turbolenze geopolitiche e di parziale messa in discussione dei rapporti con gli Stati Uniti.
E QUINDI, COSA FARÀ LA COMMISSIONE CONTRO LA CINA?
Secondo le fonti del Financial Times, i capi dei paesi dell’Unione hanno dato istruzioni alla Commissione di “continuare a intrattenere un dialogo costruttivo con i nostri principali partner economici”, sottolineando che “il dialogo deve portare a risultati concreti”. In secondo luogo, la Commissione dovrebbe “sviluppare ed eventualmente integrare gli strumenti nel campo della difesa commerciale e della politica industriale”.
Un anonimo diplomatico europeo si è sfogato con il quotidiano dicendo che “lo scorso novembre parlavamo di quanto la situazione con la Cina fosse intollerabile e di come dovessimo intervenire. Ed eccoci di nuovo qui [a giugno, ndr], a parlare della stessa cosa”.
Nonostante l’Unione europea abbia adottato una retorica più dura contro la Cina – che già nel 2019 venne definita una concorrente economica e una rivale sistemica -, di concreto non ha finora ottenuto molto. I paesi membri temono le ritorsioni commerciali di Pechino, che potrebbe alzare dazi su alcuni prodotti sensibili oppure limitare le esportazioni di componenti e materiali critici.
DE-RISKING SÌ, MA COME?
“Nonostante stia crescendo la consapevolezza tra i ventisette Stati membri del pericolo per l’industria europea posto dalle pratiche economiche e commerciali di Pechino, la paura di una rappresaglia è ancora molto forte”, si legge sul Mattinale europeo. “Tutti sostengono che l’obiettivo è il de-risking dalla Cina e non il decoupling [la mitigazione della dipendenza anziché il distacco totale, ndr], anche se la strategia lanciata da von der Leyen nel 2023 non ha prodotto risultati”.
Nei giorni scorsi il commissario per il Commercio Maros Sefcovic ha detto che l’Unione ha bisogno di una legge per realizzare la diversificazione delle aziende dalla Cina: diversificazione che però, nella pratica, è estremamente complicata e richiederebbe parecchio tempo.




