Il risultato netto della guerra scatenata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio scorso è il rafforzamento relativo dell’Iran. Sicuramente nella regione, ma anche al di là.
Premettiamo che, al momento in cui scriviamo queste righe, le indiscrezioni sui 14 punti dell’«accordo» tra Washington e Teheran si fanno sempre più esplicite, ma si tratta comunque solo di una lista di questioni sulle quali la discussione deve ancora cominciare.
Non è un accordo di pace, tant’è vero che Trump ha già detto che «se gli iraniani non si comportano bene, torneremo subito a sganciare bombe proprio in mezzo alla loro testa».
Ma le discussioni a venire, quali che ne siano modi e contenuti, non potranno cambiare di molto il nuovo rapporto di forze che si è venuto a creare.
Nuovo rapporto che, in ogni caso, conferma la validità di un principio politico quasi intuitivo – anche perché si applica anche alla nostra vita quotidiana: se si comincia un’azione qualunque senza sapere cosa si vuole ottenere, nel migliore dei casi non si otterrà nulla, nel peggiore si perderà qualcosa, se non tutto.
La somma zero non esiste
Su quel che volessero ottenere gli Stati Uniti e Israele sono state avanzate le più svariate ipotesi, e non ci torneremo su. Che Stati Uniti e Israele abbiano perso questo conflitto sconsiderato non sembra che ci siano dubbi; chi sostiene che si tratti di una sconfitta ancora peggiore di quella in Vietnam pecca ancora di eccessivo ottimismo.
Ovviamente, Donald Trump ha già detto di aver vinto, convinto come al solito che siano le sue parole a creare la realtà; ed è confortato in questo dall’adesione cieca e incondizionata di milioni di suoi supporter in patria (e da migliaia di adulatori interessati e ipocriti all’estero). Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, da parte sua, ha affermato che questa guerra ha salvato Israele dall’«annichilazione».
Entrambi cantano vittoria, ma con una grossa differenza: Trump crede alle sue menzogne, mentre Netanyahu sa bene che sono menzogne. La differenza è profonda, certo; ma, sul piano pratico, sul piano dei rapporti di forza che questa guerra ha spostato, è irrilevante.
La questione, qui, consiste nel capire se l’Iran l’abbia vinta, questa guerra, come dicono quelli che si rifugiano nella comfort zone psicologica della «somma zero»; oppure, più realisticamente, se la sua posizione ne esca rafforzata o indebolita, in che misura e perché.
Partiamo dalle considerazioni più banali: in termini relativi, un’aggressione fallita miseramente è una vittoria per l’aggredito.
Si applica qui, come in molti altri casi, la legge formulata da Henry Kissinger a proposito – di nuovo – della guerra in Vietnam: la guerriglia vince se non perde; l’esercito convenzionale perde se non vince.
Anche senza contare i guerriglieri veri, gli Hamas e gli Hezbollah che forse gli israeliani hanno rafforzato invece di distruggere, i droni, le mine e gli attacchi dei motoscafi dei pasdaran sono stati di fatto i metodi di guerriglia con cui l’Iran ha piegato l’esercito convenzionale di gran lunga più potente del mondo.
Ma, come si è detto, la «somma zero» nei rapporti di forza è una fantasia.
Quindi, la cosa deve essere indagata nella sua complessità: e tale valutazione non può prescindere dal fatto che la credibilità americana nella regione e, soprattutto, nel mondo è ai suoi minimi storici dalla Seconda Guerra mondiale a oggi (peggio, molto peggio che dopo la sconfitta in Vietnam).
Né si può prescindere dal fatto che Israele, oltre a indebolire sé stesso con una serie di guerre sconsiderate e potenzialmente infinite, è indebolito dall’indebolimento americano.
Mentre si può tranquillamente prescindere dalla sensazionale breaking news che Israele è un Paese a sovranità limitata, per usare una formula efficace di Leonid Brežnev: se ne può prescindere perché non è una breaking news, non è sensazionale, e non lo sapeva solo chi fingeva di non saperlo.
Basta solo ricordare che, quando tutti sono costretti a riconoscere che il re è nudo, non si può più continuare a far finta che sia vestito.
I nuovi calcoli strategici
Cominciamo dal Golfo, dove questa guerra ha sbattuto in faccia ai vari Paesi che vi si affacciano due nuove realtà con cui fare i conti: 1) che la protezione degli Stati Uniti non li protegge granché, e anzi li espone a rischi indipendenti dal loro diretto coinvolgimento; 2) che l’arteria attraverso cui passa gran parte della loro economia può essere impunemente tagliata dall’Iran.
Di fronte a queste evidenze, tutti gli attori regionali sono costretti a rivedere e ricalibrare i propri calcoli strategici.
Da un lato, quei Paesi sono obbligati a rivedere la qualità e la quantità della loro dipendenza di sicurezza dagli Stati Uniti e a predisporre delle alternative; dall’altro, ma sono due facce della stessa medaglia, sono obbligati ad adottare una nuova relazione con l’Iran.
Predisporre delle alternative non significa per nessuno di loro separarsi da Washington; significa, piuttosto, diversificare i propri investimenti difensivi e, più in generale, politici.
È la stessa necessità di fronte alla quale si trovano molti Paesi europei, il Giappone, le Filippine, Taiwan, la Corea del Sud e tanti altri. Ma, a differenza di europei, giapponesi etc., i Paesi del Golfo hanno toccato con mano cosa vuol dire, oggi, essere «protetti» dagli Stati Uniti; quindi, sono costretti a prendere decisioni più rapidamente degli altri.
Quali sono le alternative? È inevitabile che il pensiero vada in primo luogo alla Cina, ma non è affatto detto che Pechino si voglia esporre più di tanto in un’area la cui turbolenza e imprevedibilità non ha più bisogno di essere dimostrata.
C’è chi parla dell’Europa, ma il riferimento, come al solito è a un’entità astratta, perché priva di una politica estera comune, e non ai singoli Paesi che, in competizione tra di loro, si stanno piazzando nei blocchi di partenza per colmare in parte i vuoti lasciati dagli Stati Uniti.
C’è chi parla persino dell’Ucraina, con la sua tecnologia militare testata sul campo di battaglia, proprio per far fronte a quegli stessi droni iraniani che poi sono stati lanciati in tutta l’area che va dal Kuwait agli Emirati, passando per l’Arabia saudita, il Bahrein e persino il Qatar.
Un altro straordinario risultato dell’epica stupidità di questa guerra: cominciata come un regalo a Vladimir Putin, potrebbe finire come un regalo a Volodymyr Zelenski.
Le alleanze alla prova
Al di là delle ipotesi future, c’è chi, già prima del conflitto, aveva spostato la propria attenzione verso l’Asia del Sud, in particolare verso i due Paesi dotati di arsenale nucleare.
L’Arabia saudita aveva già stretto un accordo strategico con il Pakistan, che è stato poi esteso a Turchia e Egitto durante la guerra: non solo per tentare di abbozzare quella che vorrebbe essere una grande intesa regionale (anzi, in questo caso, pluriregionale) per compensare il brusco e drastico indebolimento degli Stati Uniti, ma anche per far da contrappeso a un’altra intesa, già attiva da tempo, tra Israele e gli Emirati, anche questa con ambizioni extraregionali (Sudan e Corno d’Africa, per esempio), ma nella quale conviene contare fin d’ora anche l’India, già firmataria di un accordo con gli Emirati prima del conflitto, e oggi ulteriormente motivata dall’appartenenza del Pakistan all’intesa opposta.
Si tratta, come si vede, di due schieramenti di cui fanno parte tre due potenze nucleari: il Pakistan, Israele e l’India – uscite però dal conflitto in modo opposto: il Pakistan, promosso mediatore sul campo, ne è spropositatamente rafforzato; Israele, indebolito da una sconfitta, aggravata da un’umiliazione, che potrebbe rivelarsi strategica; l’India, messa doppiamente in difficoltà dalla «duratura amicizia» con Israele e dai successi diplomatici del Pakistan.
È abbastanza plausibile che lo schieramento Arabia saudita-Turchia-Pakistan-Egitto (imprudentemente etichettato dai commentatori più pigri come «asse sunnita») inauguri una nuova stagione di rapporti con l’Iran.
I quattro partner hanno già organizzato quattro incontri al vertice dall’inizio della guerra, e perdipiù la loro intesa va nella stessa direzione verso cui vanno, e certamente non da oggi, anche il Qatar e l’Oman (quest’ultimo, ricordiamolo, nient’affatto sunnita), cioè verso una relazione più stretta con l’Iran.
Se Islamabad, Doha, Mascate e Ankara avevano più o meno buoni rapporti con Teheran anche prima della guerra, la cosa è relativamente nuova per Riyad.
Certo, c’era stata la famosa «riappacificazione» sponsorizzata dalla Cina nel 2023, con la riapertura dei canali diplomatici tra Arabia Saudita e Iran; oggi, però, è possibile aspettarsi qualcosa di più concreto di un semplice atto protocollare, a cominciare da possibili cooperazioni sul piano economico – tra l’altro quasi «sollecitate» nella paginetta e mezzo del famoso memorandum of understanding convenuto tra Washington e Teheran – che potrebbero in futuro evolvere verso cooperazioni politiche e magari anche militari.
L’Arabia saudita è stata ai ferri corti con l’Iran almeno dal 1979, quando la rivoluzione islamica era sembrata poter attecchire anche sulle terre del Profeta e nel resto di quel mondo musulmano in cui Riyad aveva pazientemente tessuto la sua rete di scuole coraniche wahhabite a suon di petrodollari, che svolgevano un ruolo di ausiliari esteri, come i vari partiti comunisti svolgevano un ruolo di ausiliari esteri della Russia all’epoca della guerra fredda.
La lunga cooperazione con Washington e Israele aveva come scopo di ingabbiare Teheran, e su quell’asse sono stati costruiti i fallimentari «accordi di Abramo».
Era l’epoca in cui sauditi e emiratini camminavano a braccetto, al punto che questi ultimi hanno fatto da battistrada nell’alleanza formale con Tel Aviv; da qualche tempo, però, i rapporti tra Riyad e Abu Dhabi si sono guastati, e i due si trovano ormai su sponde opposte. E, come tali, hanno ricevuto un’attenzione diversa da parte dei pianificatori militari di Teheran.
Incognite nucleari
Nonostante queste rivalità, tutti i Paesi del Golfo hanno ormai ben chiaro che l’Iran dispone (grazie Trump, grazie Netanyahu) di un’arma infinitamente più potente del nucleare – di cui peraltro Teheran ha sempre dichiarato di non avere l’intenzione di dotarsi: il blocco dello stretto di Hormuz.
Ed è risultato altresì chiaro che l’ipotesi di sconfiggere Teheran sul piano militare deve essere riposta nel cassetto, dove era stata per quasi cinque decenni, almeno dal fallito tentativo di liberare gli ostaggi manu militari nell’aprile 1980.
A meno, ovviamente, di non «distruggere un’intera civiltà», riportandola all’età della pietra, come lo stesso Trump ha minacciato di fare nelle settimane scorse.
Notiamo, en passant, che Trump e Putin, dopo essersi lanciati in due guerre che si sono rivelati incapaci di vincere, hanno subito minacciato il ricorso al nucleare per sbloccare la situazione.
E Netanyahu si trova nella stessa situazione, alla testa di un paese dotato dell’atomica (d’altronde un suo ministro aveva adombrato la possibilità di servirsene dopo le prime difficoltà incontrate nell’invasione di Gaza).
Se la minaccia dell’olocausto nucleare diventa uno strumento da sbandierare a ogni accenno di resistenza da parte del nemico, non si capisce come la corsa di tutti a dotarsi di una force de frappe alla francese o alla nord-coreana possa essere fermata o anche solo rallentata.
Per ora siamo alla creazione di coalizioni – quanto solide e durature lo si vedrà – intorno a uno o più Paesi dotati dell’atomica. Ma l’evoluzione verso la tappa successiva è dietro l’angolo, ed è inevitabile che a Teheran ci si pensi molto più intensamente di quanto non si facesse prima del 28 febbraio.
E questa è un’altra delle ragioni per le quali i Paesi del Golfo si mostreranno molto più disposti a intrattenere legami di amicizia con l’Iran nel prossimo futuro – chi più, chi meno, certamente, e in modi, tempi e forme che varieranno da paese a paese.
C’è chi si terrà la carta di riserva israeliana (oggi strategicamente allargata al Somaliland) e quasi certamente indiana, e c’è chi pensa magari di trasformare l’«asse sunnita» in «asse sunnita-sciita», accorpandovi l’Iran in modo più stabile, in barba a tutti quelli che, da decenni, pensano di poter spiegare gli intrighi mediorientali invocando la prima fitna, cioè la lunga storia della rivalità tra sunniti e sciiti.
Questo vuol dire che l’Iran ha vinto questa guerra? Certamente no. L’Iran, in questa guerra, ha confermato e aggravato i suoi problemi strutturali, sia dal punto di vista economico che politico e anche militare.
L’Iran è più debole di prima e più fragile di prima. Ma la sua classe dirigente attuale è tanto smaliziata quanto spietata, e non si farà scrupolo di usare sia la malizia sia la spietatezza per tenersi in piedi e conservare i propri privilegi.
Ovviamente, accoglierà con favore tutti gli aiuti esteriori, materiali e morali, dai suoi amici tradizionali a Pechino e a Mosca, e dai nuovi amici sunniti disposti a dimenticare le vecchie querelle religiose e a passare a cose più concrete. E, naturalmente, da quelli che sono stati i loro migliori alleati in questa guerra: Donald Trump e il fedele soldatino di piombo Pete Hegseth.
(Estratto da Appunti)




