L’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Iran non è un compromesso, ma una resa senza condizioni, come quella che all’inizio della campagna Donald Trump aveva chiesto al regime. Solo che ad arrendersi è stato lui. Tutto ciò che chiedeva la Casa Bianca o è sparito (come il disarmo delle milizie di Hezbollah e degli altri proxy iraniani) o è smentito (vedi l’imbarazzante impegno reciproco a non interferire nei rispettivi affari interni di cui parlo oltre in questa newsletter) o nella migliore delle ipotesi è rinviato a una trattativa successiva (il programma nucleare).
Persino la navigazione nello stretto di Hormuz – che peraltro, prima della guerra, era perfettamente aperto – è dichiarata libera «solo per i primi sessanta giorni», nonché condizionata di fatto alle operazioni di sminamento affidate proprio all’Iran, che successivamente discuterà con l’Oman «per definire la futura gestione e i servizi marittimi» nello stretto, «in consultazione con gli altri Stati rivieraschi del Golfo Persico, nel rispetto del diritto internazionale applicabile e dei diritti sovrani degli Stati costieri».
Chiaro? Da parte loro, gli Stati Uniti si impegnano invece a rimuovere immediatamente il blocco navale; a porre fine a «ogni tipo di sanzione», comprese quelle dell’Onu, come parte dell’accordo definitivo; ad autorizzare immediatamente e fino alla cessazione delle suddette sanzioni l’esportazione del greggio e dei prodotti petroliferi iraniani; a rendere «pienamente disponibili per l’uso tutti i fondi e i beni della Repubblica Islamica dell’Iran congelati o soggetti a restrizioni», e persino, tenetevi forte, «a sviluppare un piano definitivo e concertato con uno stanziamento di almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell’Iran».
Tutto questo, in cambio di un generico impegno iraniano a non sviluppare armi atomiche (cosa che hanno sempre negato di voler fare) e di un impegno ancora più vago riguardo all’uranio arricchito (quello che Trump aveva giurato che si sarebbe preso con le buone o con le cattive), su cui si dice semplicemente questo: «Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica islamica dell’Iran hanno concordato di risolvere la questione del materiale arricchito accumulato dall’Iran attraverso un meccanismo che verrà concordato reciprocamente». Hai capito.
Quanto al programma nucleare in generale, «le due Parti hanno anche accettato di discutere la questione dell’arricchimento e altri temi concordati relativi ai bisogni nucleari della Repubblica Islamica dell’Iran, sulla base di un quadro normativo che sarà concordato nell’accordo finale». In poche parole, come scrive oggi sul Corriere della sera Federico Fubini la bozza di accordo tra Stati Uniti e Iran rappresenta «la maggiore umiliazione della diplomazia americana dalle fughe da Saigon nel 1975 e da Kabul nel 2021». Ma non escludo che col passare del tempo e il senno del poi questo giudizio possa apparirci riduttivo.







