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La carenza di elio manderà in crisi microchip, ospedali e satelliti?

Un terzo della produzione mondiale di elio dipende dal Qatar e dalle rotte del Golfo Persico. Una crisi poco visibile che (non) attraversa Hormuz e si propaga all’intera economia globale. L'analisi di Luca Longo.

Per decenni è stato considerato poco più che il gas dei palloncini delle feste. Una curiosità della tavola periodica, utile per far volare dirigibili pubblicitari o strappare qualche sorriso con la voce temporaneamente alterata. In realtà, dietro questa immagine quasi folkloristica, l’elio è uno dei materiali più strategici dell’economia contemporanea.

Senza elio non esisterebbero molte delle tecnologie che caratterizzano la medicina moderna, l’industria dei semiconduttori, la produzione aerospaziale e numerose applicazioni scientifiche. La sua disponibilità influenza catene produttive che valgono migliaia di miliardi di dollari. E oggi, a causa della persistente instabilità nello Stretto di Hormuz, una parte essenziale delle forniture mondiali si trova improvvisamente sotto pressione.

L’attenzione dell’opinione pubblica è concentrata soprattutto sul petrolio e sul gas naturale. Ma esiste un’altra materia prima, apparentemente molto più … effimera, che rischia di fare saltare le catene industriali più critiche dell’economia globale.

Un elemento nato nelle stelle e intrappolato nel sottosuolo

L’elio è il secondo elemento più abbondante dell’universo dopo l’idrogeno. La quasi totalità dell’elio presente nel cosmo si è formata negli istanti successivi al Big Bang, mentre una parte continua a essere prodotta all’interno delle stelle attraverso le reazioni di fusione nucleare.

Sulla Terra, però, l’elio è relativamente raro. Essendo estremamente leggero e chimicamente inerte, tende a disperdersi nello spazio. Quello che oggi viene utilizzato dall’industria è il risultato di processi geologici che si sviluppano nell’arco di centinaia di milioni di anni.

L’elio terrestre deriva principalmente dal decadimento radioattivo di uranio e torio presenti nelle rocce profonde. Le particelle alfa emesse durante questo processo sono, in sostanza, nuclei di elio. Nel corso dei tempi geologici, questi atomi si accumulano in alcune formazioni sotterranee e, se rimangono intrappolati sotto strati impermeabili, finiscono per mescolarsi ai giacimenti di gas naturale.

È proprio questa associazione con il metano che rende economicamente possibile la sua estrazione. L’elio rappresenta soltanto una piccola frazione del gas naturale prodotto, ma a parità di peso vale molto più di quest’ultimo. Le concentrazioni possono variare da meno dello 0,1% fino a oltre il 7%, ma sono sufficienti a giustificare impianti dedicati di separazione e liquefazione.

La produzione mondiale di elio è fortemente concentrata in un numero limitato di Paesi. Per gran parte del XX secolo gli Stati Uniti hanno dominato il mercato grazie agli enormi giacimenti di gas naturale presenti soprattutto in Texas, Kansas e Oklahoma, tanto da creare già negli anni Venti del secolo scorso una riserva strategica nazionale destinata a garantire l’approvvigionamento di una risorsa considerata essenziale per la sicurezza del Paese.

Non è un caso che l’elio abbia assunto un’importanza strategica ben prima dell’era dei microchip e delle risonanze magnetiche. Tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, infatti, era considerato una risorsa militare di primaria importanza per l’impiego nei grandi dirigibili. A differenza dell’idrogeno, che offre una maggiore spinta ma è altamente infiammabile, l’elio è un gas inerte e non presenta il minimo rischio di esplosione o di incendio. Proprio per questo, negli anni Venti e Trenta, gli Stati Uniti decisero di limitarne severamente l’esportazione, mantenendo di fatto un quasi monopolio mondiale sulle forniture.

La Germania, che non disponeva di giacimenti naturali e non poteva accedere alle riserve americane, fu costretta a ripiegare sull’idrogeno per alimentare i suoi giganteschi dirigibili Zeppelin. Una scelta obbligata che avrebbe avuto conseguenze drammatiche. Il 6 maggio 1937, durante le operazioni di attracco a Lakehurst, nel New Jersey, il dirigibile Hindenburg, lungo 245 metri e simbolo dell’orgoglio tecnologico tedesco, prese fuoco e venne distrutto in pochi secondi. Morirono 36 persone. Le immagini della catastrofe fecero il giro del mondo e segnarono non soltanto la fine dell’epoca dei grandi dirigibili, ma anche una delle dimostrazioni più evidenti del valore strategico dell’elio. Se Berlino avesse avuto accesso al gas americano, il più celebre disastro della storia dell’aviazione non sarebbe mai avvenuto.

Negli ultimi due decenni, tuttavia, la geografia della produzione mondiale è cambiata profondamente. Il Qatar è emerso come uno dei protagonisti assoluti del mercato internazionale grazie ai giganteschi giacimenti del North Field, affiancandosi ad altri importanti produttori come Russia, Algeria e Canada. Oggi, accanto agli Stati Uniti, l’emirato del Golfo rappresenta uno dei pilastri dell’approvvigionamento globale di una materia prima che continua a essere strategica, anche se per ragioni molto diverse da quelle che preoccupavano i governi negli anni Trenta del secolo scorso.

Questa forte concentrazione geografica rende l’intera filiera vulnerabile a crisi geopolitiche e problemi logistici.

Il gas che rende possibile l’economia ad alta tecnologia

L’importanza dell’elio deriva soprattutto dalle sue uniche proprietà fisiche. Nessun altro elemento possiede contemporaneamente un punto di ebollizione così basso, un’elevata conducibilità termica e una totale inerzia chimica.

Quando viene raffreddato a -269 °C, l’elio liquido diventa uno dei refrigeranti più efficienti al mondo. Questa caratteristica lo rende insostituibile nei magneti superconduttori delle apparecchiature per la risonanza magnetica nucleare. Ogni macchina MRI installata negli ospedali di tutto il mondo dipende dall’elio liquido per mantenere i magneti a temperature prossime allo zero assoluto.

L’industria elettronica rappresenta un altro grande consumatore. La produzione di semiconduttori richiede ambienti perfettamente controllati e processi termici estremamente sofisticati. L’elio viene utilizzato per raffreddare wafer di silicio, mantenere atmosfere inerti e garantire la qualità dei processi produttivi. In un settore in cui pochi nanometri possono determinare il successo o il fallimento di un intero lotto di produzione, non esistono sostituti equivalenti.

Anche la ricerca scientifica dipende da questo elemento. Acceleratori di particelle, laboratori criogenici e numerosi strumenti di misura utilizzano elio liquido per operare a temperature estreme.

Nel settore aerospaziale e missilistico, l’elio viene impiegato per pressurizzare serbatoi di combustibile, raffreddare componenti e garantire la sicurezza delle operazioni. La NASA e le principali aziende spaziali mondiali ne fanno un uso intensivo.

Nell’industria metallurgica viene sfruttato per la saldatura di materiali speciali e per creare atmosfere protettive prive di ossigeno. Perfino la produzione di fibre ottiche e di schermi LCD richiede grandi quantità di questo elemento.

A differenza di altri materiali critici, l’elio consumato non può essere riciclato facilmente. Una volta disperso nell’atmosfera, viene perso definitivamente. Ogni litro utilizzato rappresenta quindi una risorsa non rinnovabile.

Il Qatar e il collo di bottiglia di Hormuz

Negli ultimi quindici anni il Qatar si è trasformato in una superpotenza dell’elio. Grazie ai giganteschi giacimenti del North Field, condivisi con l’Iran, Doha ha sviluppato una delle più grandi capacità mondiali di liquefazione e separazione.

Secondo le analisi riportate da IUMI (International Union of Marine Insurance) e dal rapporto “Qatari Helium Shortages Report“, il Qatar rappresenta circa il 30% della produzione globale di elio liquido.

Questa enorme capacità è concentrata principalmente negli impianti di Ras Laffan, sulla costa orientale del Paese. Da qui, l’elio viene caricato in container criogenici specializzati e spedito verso Asia, Europa e Nord America.

Il problema è che tutte queste esportazioni devono necessariamente attraversare lo Stretto di Hormuz.

La persistente instabilità nel Golfo Persico e il prolungarsi delle tensioni tra Iran, Stati Uniti e Israele hanno trasformato quello che per anni era stato considerato un semplice passaggio obbligato in uno dei punti più vulnerabili dell’economia mondiale.

Secondo le stime riportate dal rapporto IUMI, la chiusura del traffico nello stretto interrompe quasi il 30% dell’offerta mondiale di elio.

A differenza del petrolio, per il quale esistono riserve strategiche, oleodotti alternativi e una pluralità di produttori, l’elio presenta una filiera molto più rigida. Le capacità produttive inutilizzate sono limitate; e aumentare rapidamente la produzione in altri Paesi è estremamente difficile.

Le interruzioni logistiche hanno già dimostrato la loro pericolosità nel 2017, quando la crisi diplomatica tra Arabia Saudita e Qatar provocò un blocco temporaneo delle esportazioni qatariote. All’epoca, numerose industrie ad alta tecnologia furono costrette a ridurre i consumi e a cercare fornitori alternativi.

La situazione attuale risulta molto più grave, perché coinvolge direttamente il principale corridoio marittimo mondiale.

Secondo le analisi pubblicate da The Motley Fool, la chiusura dello Stretto di Hormuz colpisce duramente petrolio e GNL, ma anche una vasta gamma di merci strategiche, tra cui proprio l’elio, rendendo evidente quanto le economie avanzate dipendano da pochi nodi logistici globali.

Ma non è solo una questione di transiti: il Qatar, che nel 2025 produceva il 33,2% dell’Elio mondiale, ora è in serie difficoltà non solo per la chiusura dello Stretto, ma perché i bombardamenti iraniani di marzo 2026 sul complesso di Ras Laffan hanno bloccato l’estrazione e la raffinazione del gas nobile. Anche nel caso di una rapida tregua (o di un cessate il fuoco) che permetta la riapertura immediata dello Stretto, ci vorranno anni per ricostruire gli impianti danneggiati e per riportare la produzione di Elio ai volumi prebellici.

Dai microchip agli ospedali: l’effetto domino sulla catena del valore

Le conseguenze di una prolungata carenza di elio sono molto più estese di quanto si possa immaginare.

La produzione di semiconduttori rappresenta probabilmente il settore più vulnerabile. Taiwan, Corea del Sud, Giappone, Stati Uniti e la stessa Europa dipendono da forniture stabili di elio ad alta purezza. Un’interruzione significativa rallenta la produzione di chip, con effetti che si propagano rapidamente verso il settore automobilistico, l’elettronica di consumo, le telecomunicazioni e l’intelligenza artificiale.

Anche il settore sanitario subisce conseguenze rilevanti. Gli ospedali che utilizzano apparecchiature MRI dipendono dalla disponibilità di elio liquido per mantenere operativi i magneti superconduttori. Sebbene molti sistemi moderni abbiano ridotto i consumi, il prolungarsi della crisi aumenta i costi di gestione e crea problemi di approvvigionamento.

La ricerca scientifica rappresenta un altro anello fragile. Laboratori di fisica, centri di ricerca sui materiali e infrastrutture come acceleratori di particelle necessitano di forniture continue. Una scarsità improvvisa comporta rinvii, sospensioni e costi aggiuntivi.

Anche il settore spaziale è interessato. L’elio è utilizzato per pressurizzare serbatoi e sistemi di propulsione. La crescita dell’economia spaziale privata rende questa dipendenza ancora più evidente.

Le industrie manifatturiere avanzate, dalla saldatura specializzata alla produzione di fibre ottiche, devono affrontare aumenti dei prezzi e difficoltà di approvvigionamento.

L’impatto è amplificato dalla natura stessa del mercato. La domanda mondiale è relativamente rigida e l’offerta estremamente concentrata. Basta una perturbazione relativamente modesta per generare forti oscillazioni dei prezzi.

La guerra in Iran e il rischio di una nuova crisi delle materie prime critiche

La vicenda dell’elio dimostra come la guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti non riguardi soltanto la sicurezza regionale o il prezzo del petrolio. In gioco vi sono alcune delle catene del valore più sofisticate dell’economia mondiale.

L’esperienza degli ultimi anni ha mostrato che la globalizzazione ha costruito sistemi estremamente efficienti, ma anche sorprendentemente fragili. Semiconduttori, terre rare, litio, cobalto e – come molti capi di Stato hanno scoperto solo ora – perfino l’elio dipendono da un numero limitato di produttori e da poche rotte marittime.

Se la crisi nel Golfo Persico si protrarrà ancora e la chiusura dello Stretto di Hormuz diventasse una realtà permanente anziché una minaccia temporanea, il mondo potrebbe trovarsi di fronte non soltanto a una crisi energetica, ma a una vera crisi delle materie prime critiche.

È probabile che gli Stati Uniti e i loro alleati cerchino di impedire un blocco totale attraverso operazioni navali e pressioni diplomatiche. Ma la storia recente insegna – e ne abbiamo discusso spesso proprio qui – che non è necessario chiudere completamente uno stretto per provocare effetti economici rilevanti. Bastano l’incertezza, l’aumento dei premi assicurativi e la percezione del rischio per modificare i flussi commerciali e far impennare i prezzi.

L’elio, invisibile e silenzioso, offre così una lezione più ampia. Nelle guerre del XXI secolo non sono soltanto il petrolio e i missili a determinare gli equilibri internazionali. A volte il destino di interi settori industriali può dipendere da un gas nobile che costituisce appena cinque parti per milione dell’atmosfera terrestre, ma senza il quale una parte significativa della civiltà tecnologica contemporanea semplicemente non può funzionare.

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