Le due speculari fesserie che hanno allietato la domenica convergono. Nel segno della polarizzazione cui ci dovremo abituare per i mesi a venire, essendo ormai in campagna elettorale e privi dei mondiali di calcio come armi di distrazione e oggetto di chiacchiera. Tocca quindi tifare per i remigrazionisti o gli antifa che, però, giocano male quanto gli azzurri ma su campi separati, che trovano quindi sempre liberi per sparare la palla in tribuna. La seconda convergenza è che entrambi evidenziano l’italica passione normativa per le regole superflue, ridondanti rispetto al diritto pregresso.
In entrambi i casi le sparate partono da intenzioni ragionevoli, barlumi di senso vanificati dalla mancanza di tecnica e dall’obiettivo di buttare la palla quanto più lontano possibile, in caciara. Il generale Vannacci per la sua giornata inaugurale comincia con la prevista remigrazione, solo una parola ma dal senso chiaro, un neologismo intuitivo che per la pancia uditrice vuol dire “sono troppi, rimandiamoli a casa”. Tanto facile che la manifestazione indettagli contro ha potuto soltanto unire al campionario etico-solidale-antirazzista, su cui però la Chiesa ha un monopolio inattaccabile, il sensato ragionamento dei sindacati: gli stranieri ci servono per reggere la baracca.
Il colpo di teatro vannacciano è stato sul femminicidio, snobbato come reato inutile visto che c’è già l’omicidio e rovesciato come divario di genere che fa valere la vita di una donna più di quella di un maschio. L’asse testa-cuore-pancia trova la battuta sensata e anche qui i progressisti hanno le armi spuntate, visto che da anni lamentano il panpenalismo governativo, la proliferazione di aggravanti e nuovi reati che spesso sono banali cambi di denominazione. Certe imbarazzanti convergenze sono d’altronde inevitabili: in fondo, le sinistre sostengono il generale per scalfire il successo meloniano. Quasi nessuno gratta sotto la superficie per osservare che, allora, dovremmo ridiscutere anche le leggi contro la mafia o le aggravanti associative, un andazzo penalista che prosegue da decenni.
Gli antifa dall’altro canto celebrano l’istituzione del patentino di costituzionalismo per partecipare a Più Libri Più Liberi, parlando agli intestini dei loro fan dischiudendo la prospettiva dell’epurazione, il sogno di vietare l’avversario per legge: tanti ragionevoli progressisti lo criticano ma è troppo facile e bello per rinunciarci. Anche qui, alla fin fine, siamo sempre al normativismo, al sogno italianissimo che basti una regola per risolvere quello che non ci piace.
E anche qui si resta a una superficialità epidermica. Intanto, c’è da notare l’ennesima paradossale convergenza: a tanti lettori delle boiate neofasciste contro cui punta la misura forse piacerebbe un mondo dove non tutti possono dire tutto, salvo divergere su chi e cosa vietare. Ma, meno filosoficamente, il paradosso è di senso comune e commerciale: la fiera romana della piccola media editoria, si contrappone al Salone di Torino puntando a un mercato dove, con le suddette boiate, proliferano pessime ristampe, sedicenti editori a pagamento, stampatori di poesia onanistica, manualistiche per panacee ai problemi eterni, libri scritti integralmente con AI (che ha solo perfezionato altri copincolla).
Il patentino potrebbe inaugurare un expertise qualitativo suicida per l’AIE, l’Associazione italiana editori che organizza PLPL. E che, dopo il caso di Passaggio al Bosco della scorsa edizione, aveva sostenuto l’inammissibilità della selezione censoria tra i propri aderenti e partecipanti. Infatti l’Associazione ora ammette che è «necessario un approfondimento». Mentre la presidente della Fiera spiega: «Il nostro regolamento prevedeva già l’adesione ai valori della Costituzione». Ma che vuol dire?! Ci ricorda, con tutto il rispetto per la Carta, i vigili romani che dopo l’esplosione dei petardi con cui si sono imbizzarriti i cavalli alle prove del 2 giugno hanno precisato che la pratica era vietata dal regolamento. Norme che hanno solo lo scopo di tutelare chi dovrebbe assicurarne il rispetto.







