Dopo anni di declino apparentemente irreversibile, il settore petrolifero dell’Alaska sta vivendo una sorprendente rinascita.
Come evidenzia Bloomberg che dedica un lungo articolo al caso Alaska, nuove scoperte geologiche di grande rilievo, un quadro normativo più favorevole sotto l’amministrazione Trump e il ritorno in forze di grandi compagnie internazionali stanno ridando slancio a una regione che solo quindici anni fa sembrava destinata a un lento abbandono.
Il declino del North Slope e la crisi del TAPS
All’inizio del 2009 la situazione sulla Piattaforma Settentrionale dell’Alaska appariva drammatica.
La produzione di greggio era precipitata a 567.000 barili al giorno, appena un quarto rispetto al picco di due milioni di barili giornalieri raggiunto vent’anni prima.
John Kurz, all’epoca responsabile operativo senior di BP per Greater Prudhoe Bay, descrive un’industria che sembrava avviata verso la fine. Si temeva seriamente che il Trans Alaska Pipeline System (TAPS) potesse fermarsi definitivamente: con un flusso così ridotto, il petrolio rischiava di muoversi troppo lentamente, raffreddarsi e solidificarsi all’interno del condotto, creando accumuli di paraffina.
Molti professionisti, Kurz compreso, decisero di lasciare l’Alaska in cerca di opportunità più stabili all’estero, convinti che l’era d’oro del petrolio alaskano fosse ormai alle spalle.
Il ritorno di Kurz e il cambio di clima politico
Nel 2023 Kurz è stato richiamato in Alaska per assumere la guida di Alyeska Pipeline Service Co., la società responsabile del TAPS. Il suo rientro simboleggia in modo emblematico il profondo cambiamento in corso nella regione.
A favorire questa ripresa hanno contribuito due fattori decisivi: importanti nuove scoperte geologiche e soprattutto un’amministrazione fortemente orientata allo sviluppo energetico.
Ore dopo il suo insediamento, Trump ha firmato ordini esecutivi per sbloccare risorse petrolifere, di gas e minerarie, rimuovendo numerose restrizioni introdotte in precedenza e semplificando le procedure di autorizzazione.
Queste misure hanno rapidamente ridato fiducia agli investitori, trasformando l’Alaska in uno dei pilastri dell’agenda di “dominio energetico” americano.
La Riserva Nazionale Petrolifera dell’Alaska
L’attenzione del settore si concentra in particolare sulla Riserva Nazionale Petrolifera dell’Alaska (NPRA), un’area federale vastissima di circa 23 milioni di acri nel nord-ovest dello Stato, rimasta per lungo tempo relativamente inesplorata.
Nel mese di marzo si è tenuta un’asta federale record: ConocoPhillips, Shell, ExxonMobil, Santos e altre sette società hanno offerto complessivamente quasi 164 milioni di dollari per nuovi contratti di concessione petroliferi.
Particolarmente significativo è stato il ritorno di grandi operatori che in passato avevano abbandonato o ridotto la presenza in Alaska. ExxonMobil, che non perforava nello Stato dagli anni Novanta, ha vinto 23 lotti. Anche Shell, uscita nel 2015 dichiarando di lasciare lo Stato “per il futuro prevedibile”, è rientrata in società con Repsol.
Questo afflusso di capitali e di aziende è stato letto come un chiaro voto di fiducia sia sulla qualità del sottosuolo sia sulla durata delle nuove politiche regolatorie.
La formazione Nanushuk e le grandi scoperte recenti
Il vero catalizzatore di questo rinnovato interesse è stata la formazione Nanushuk.
Una scoperta del 2013 del perforatore indipendente Bill Armstrong, realizzata insieme a Repsol, ha rivelato un potenziale enormemente superiore alle stime precedenti. Ulteriori pozzi di conferma tra il 2015 e il 2017 hanno confermato la vastità della formazione.
Oggi il primo progetto commerciale, quello di Santos-Repsol denominato Pikka, ha iniziato a produrre i primi barili, con una capacità prevista di circa 80.000 al giorno. A una trentina di miglia di distanza, ConocoPhillips sta portando avanti il grande progetto Willow, con riserve recuperabili intorno ai 600 milioni di barili e avvio della produzione commerciale previsto per l’inizio del 2029.
Altre scoperte positive, come quelle di Quokka e Sockeye, stanno ulteriormente alimentando l’entusiasmo generale.
Potenziale del bacino alaskano
Secondo le stime dello US Geological Survey, la sola NPRA conterrebbe circa 8,7 miliardi di barili di petrolio recuperabile.
Rispetto a molti giacimenti dei 48 stati continentali, i giacimenti convenzionali dell’Alaska sono più estesi e caratterizzati da un declino produttivo più lento, garantendo una vita utile più lunga e una redditività potenzialmente maggiore.
Nonostante le sfide operative – temperature che possono scendere fino a -30°F, finestre stagionali limitate per le operazioni e la necessità di costruire strade di ghiaccio e piattaforme artificiali – gli analisti di Wood Mackenzie sottolineano che poche aree al mondo offrono una combinazione così attraente di risorse già note e potenziale ancora inesplorato.
Come ha dichiarato Ryan Lance, amministratore delegato di ConocoPhillips, si tratta di un vero e proprio “rinascimento dell’Alaska”, con le compagnie che tornano a guardare alla regione per soddisfare la domanda globale di petrolio convenzionale.
L’opposizione degli ambientalisti
Lo sviluppo non è tuttavia privo di controversie.
Molti residenti alaskani, soprattutto nelle comunità remote, considerano l’industria petrolifera l’unica fonte concreta di entrate per finanziare infrastrutture, scuole e servizi essenziali. Al contrario, ambientalisti e numerose comunità indigene esprimono forti preoccupazioni per l’impatto su ecosistemi fragili.
Il Natural Resources Defense Council parla di una “mentalità da corsa all’oro” che rischia di compromettere uno degli ultimi grandi ecosistemi intatti del pianeta, habitat fondamentale per caribù, uccelli migratori provenienti da ogni continente e cetacei lungo le coste artiche.
I repubblicani alaskani al Congresso tuttavia hanno spinto misure legislative per rendere più stabili e durature le politiche favorevoli allo sviluppo, aumentando la fiducia degli investitori sulla continuità del quadro normativo.







