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Non solo Tucidide: parole e pensieri di Xi e Trump a confronto

Perché Xi Jinping evoca per la seconda volta in un decennio il rischio della trappola nella quale si trovano la potenza in declino e quella in ascesa, che rischiano di farsi la guerra. Il commento di Stefano Feltri tratto da Appunti.

Xi Jinping evoca per la seconda volta in un decennio il rischio della trappola nella quale si trovano la potenza in declino e quella in ascesa, che rischiano di farsi la guerra

La notizia non è che Xi Jinping citi la “trappola di Tucidide”, ma che ne ammetta l’esistenza. Cioè che contempli la possibilità di una guerra tra Stati Uniti e Cina dovuta alla possibile reazione della potenza egemone in declino rispetto alla potenza in ascesa.

Nel 2015, durante una visita negli Stati Uniti a Seattle, Xi aveva citato lo stesso concetto, usato e abusato nella teoria delle relazioni internazionali, ma per sostenere che non esistesse alcuna trappola di Tucidide contemporanea.

Un rischio di conflitto tra le due superpotenze che per Xi era molto remoto un decennio fa, adesso sembra quasi un pericolo imminente da evitare.

Inutile cercare qualche profondità strategica nei discorsi di Donald Trump durante questo vertice a Pechino che ha tanto voluto e atteso. Il presidente americano, come noto, è incapace di articolare qualunque concetto e quando ci prova comunque non va preso alla lettera.

Per ora si è limitato a dire che la Cina è bella e che invita il presidente cinese Xi Jinping e sua moglie Peng Liyuan alla Casa Bianca il 24 settembre.

Meglio dunque concentrarsi su Xi e la “trappola di Tucidide”, che ora spieghiamo nel dettaglio. Ma prima le parole di Xi:

Il mondo intero sta guardando al nostro incontro. Una trasformazione senza precedenti nell’arco di un secolo sta accelerando in tutto il mondo, e la situazione internazionale è fluida e turbolenta.

Il mondo è arrivato a un nuovo crocevia.

Possono la Cina e gli Stati Uniti evitare la trappola di Tucidide e creare un nuovo paradigma nelle relazioni internazionali? Possiamo affrontare insieme le sfide globali e offrire maggiore stabilità al mondo? Possiamo costruire insieme un futuro più luminoso, per il benessere dei nostri due popoli e per il futuro dell’umanità?

Dieci anni fa a Seattle, con Barack Obama presidente degli Stati Uniti e un’economia cinese ancora da Paese in via di sviluppo, i toni di Xi intorno al rischio di un confronto diretto tra superpotenze erano molto diversi:

Costruire con gli Stati Uniti un nuovo modello di relazioni tra grandi potenze, fondato su assenza di conflitto, assenza di confronto, rispetto reciproco e cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti, è la priorità della politica estera cinese.

Vogliamo approfondire con gli Stati Uniti la comprensione reciproca dell’orientamento strategico e del percorso di sviluppo di ciascuno. Vogliamo vedere più comprensione e fiducia, meno distanza e sospetto, così da prevenire incomprensioni ed errori di calcolo.

Dovremmo fondare rigorosamente il nostro giudizio sui fatti, per evitare di diventare vittime del sentito dire, della paranoia o di pregiudizi autoimposti.

Nel mondo non esiste nulla come la cosiddetta “trappola di Tucidide”. Ma se le grandi potenze continuano, una volta dopo l’altra, a commettere errori di calcolo strategico, potrebbero finire per creare da sole queste trappole.

Quindi, nel 2015 Xi Jinping avvertiva che le superpotenze potevano coesistere pacificamente oppure creare trappole che avrebbero portato alla guerra.

Oggi sembra dare per scontato che sia successo, cioè che le trappole ci siano, dunque Stati Uniti e Cina devono provare a “evitare” la trappola di Tucidide che è un rischio concreto e presente.

Un concetto scivoloso

Quello che conta è il messaggio, più che la correttezza filologica di applicare alla dinamica attuale di confronto tra Cina e Stati Uniti le logiche della guerra del Peloponneso.

Sono passati oltre 2500 anni, eppure la guerra tra Atene e Sparta che si è consumata tra 431 e 404 avanti Cristo rimane un paradigma analitico ineludibile nella teoria delle relazioni internazionali.

In estrema sintesi: Sparta era la città-Stato con l’esercito tradizionale di terra più forte, ma Atene era all’avanguardia con la tecnologia di frontiera dell’epoca, quella per la costruzione di navi da guerra veloci e leggere. Sparta guidava l’alleanza militare della Lega peloponnesiaca, Atene la Lega delio-attica. Alleanze militari che prevedevano l’obbligo per la potenza guida di difendere i membri più piccoli se attaccati dai nemici.

Tucidide, storico, politico, aristocratico scettico sull’efficacia della democrazia, dedica otto libri per ricostruire quasi in tempo reale eventi dei quali è testimoni e protagonista. Senza attribuire colpe e responsabilità a dèi capricciosi o a eroi dalle doti sovrumane.

I suoi otto libri sono il primo esempio di analisi storica e politica quasi scientifica, con l’analisi dei fatti e la proposta di una chiave interpretativa.

Nel primo libro riassume la sua tesi sull’origine del conflitto tra Sparta e Atene:

“Sono convinto che la motivazione più autentica, quella però che meno traspariva dai discorsi ufficiali, fosse la formidabile potenza conseguita da Atene e l’apprensione che ne derivava per Sparta: e la guerra fu inevitabile”.

Poi ci sono altre 500 pagine per discutere le cause formali e quelle sostanziali. Ma è a quella sintesi iniziale che guarda il politologo di Harvard Graham Allison quando scrive sul Financial Times nel 2012 che “la trappola di Tucidide è scattata nel Pacifico”.

Per Allison i due ingredienti fondamentali sono l’ascesa di una nuova potenza e la paura che questa ispira nell’egemone.

Nel 2017 Graham Allison trasforma quell’articolo e le sue successive analisi in un libro, che in italiano è pubblicato da Fazi con il titolo “Destinati alla guerra – Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?”

Con quel misto di apparente rigore e disinvoltura intellettuale che spesso caratterizza le sintesi di successo in politica internazionale, Allison censisce le situazioni nelle quali due potenze si sono trovate nella trappola di Tucidide nella storia recente.

Su 16 casi elencati, soltanto in quattro l’ascesa dello sfidante non ha innescato una guerra. I casi più recenti nell’elenco di Allison sono l’ascesa del Giappone negli anni Settanta-Ottanta che minaccia l’egemonia dell’Unione Sovietica in Asia, l’ascesa dell’Unione Sovietica che minaccia gli Stati Uniti tra anni Quaranta e Ottanta, l’ascesa della Germania in Europa dagli anni Novanta che insidia Gran Bretagna e Francia.

Come tutte le analogie storiche, è ovvio che la “trappola di Tucidide” sia criticabile, perché molto se non tutto oggi è diverso dai tempi di Sparta e Atene, così come ogni scelta delle “trappole” successive è discutibile.

Ma quello che conta in queste potenti sintesi è che se i protagonisti della politica internazionale le fanno proprie, poi si comportano di conseguenza.

Graham Allison ha goduto di grande fortuna soprattutto in Cina, la leadership del Partito comunista cinese lo prende molto sul serio, e la rinnovata citazione da parte di Xi Jinping dimostra che quel modo di leggere la competizione tra le due superpotenze ha permeato la posizione ufficiale della Cina.

Se andiamo a leggere quello che scriveva su The Atlantic proprio Graham Allison nel 2015, all’indomani della visita di Xi Jinping negli Stati Uniti, il pericolo paventato era una guerra tra Stati Uniti e Cina “nel prossimo decennio”.

Quel decennio è passato e la guerra non c’è stata. Nel frattempo la Cina ha cambiato la sua natura, da fabbrica del mondo a concorrente con gli Stati Uniti nelle tecnologie di frontiera, da economia aperta che aveva bisogno della globalizzazione a potenza globale che difende i suoi confini e costruisce all’interno un ecosistema chiuso con una forte influenza del governo.

Nel 2015 alla guida degli Stati Uniti c’era il candidato della speranza, Barack Obama che aveva vinto nel 2008 con lo slogan “Yes we can”, possiamo farcela, mentre nel 2026 c’è – di nuovo – il candidato che ha il declino americano nello slogan che lo ha portato alla Casa Bianca: Donald Trump vuole rendere l’America “great again”, di nuovo grande, perché evidentemente non lo è più.

Trump l’ateniese

Donald Trump si richiama anche lui a Tucidide, ovviamente in modo inconsapevole perché è legittimo pensare che non abbia la più vaga idea di chi sia lo storico greco. Nel senso che applica alle relazioni internazionali una logica della forza che non contempla i vincoli del diritto internazionale.

Agli abitanti della neutrale isola in orbita spartana di Melo che invocano il diritto e la giustizia per rifiutare di sottomettersi alla brutale pretesa di Atene, gli ateniesi replicano con parole rese celebri da Tucidide:

“Siete consapevoli quanto noi che i concetti della giustizia affiorano e assumono corpo nel linguaggio degli uomini quando la bilancia della necessità sta sospesa in equilibrio tra due forze pari. Se no, a seconda, i più potenti agiscono, i deboli si flettono”.

Anche Trump ha provato a sostituire la forza del diritto con il diritto della forza. Il problema è che, così facendo, ha esposto le fragilità di una superpotenza declinante, come dimostra il sostanziale fallimento della guerra in Iran.

Dopo oltre due mesi, il regime degli ayatollah è ancora in piedi, il programma nucleare non è distrutto, e l’Iran ha trasformato lo stretto di Hormuz in un’arma geopolitica all’apparenza invincibile.

Trump non ha certo reso l’America più forte, l’ha resa soltanto più aggressiva e imprevedibile. E ha sottovalutato un aspetto, che invece la Cina ha colto: l’America è, o è stata, un egemone che ha istituzionalizzato il suo potere, come ben spiega Vittorio Emanuele Parsi nel suo ultimo libro Contro gli imperi (Bompiani).

Gli Stati Uniti hanno costruito un ordine internazionale basato sulle regole che serviva a ridurre i costi dell’esercizio del proprio potere, perché rendeva gli esiti dei conflitti tra interessi diversi più prevedibili. E’ stato un sistema efficace, ma anche efficiente.

Trump ha scambiato il sintomo per la malattia, ha iniziato a indebolire le istituzioni come l’Onu o l’Organizzazione mondiale del commercio che erano state gli strumenti dell’egemonia americana. La ridotta efficacia di quegli strumenti era la conseguenza della nuova debolezza americana, non certo la causa.

La Cina sembra aver scelto di usare quell’ordine internazionale per accompagnare la sua ascesa, invece di agevolare le mosse distruttive di Trump, perché lo trova ancora funzionale.

L’analogia con la “trappola di Tucidide”, che vede la competizione come tutta centrata sul piano militare e sull’uso della forza, è insomma imperfetta, come tutte le analogie storiche.

(Estratto da Appunti)

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