Skip to content

cina

Aggiungi Startmag.it

alle tue fonti preferite su Google

Cosa dobbiamo aspettarci dal vertice Trump-Xi. Parla Sisci

Analisi e scenari sul prossimo vertice Trump-Xi. Conversazione di Marco Mayer con il sinologo Francesco Sisci

Tu sostieni che l’imminente vertice tra Trump e Xi Jinping si svolgerà su due piani: temi a breve termine sostanzialmente superficiali e questioni profonde al lungo termine. In questa tua analisi, che rilevanza ha per la Cina la riapertura dello stretto di Hormuz?

La Cina vuole la riapertura dello stretto, ma c’è un problema sulla responsabilità della chiusura dello stretto stesso. Per i cinesi la responsabilità ultima della chiusura è degli americani che hanno attaccato l’Iran. Da questa diagnosi c’è il problema di come affrontare la chiusura attuale. Sicuramente di questo parleranno giovedì a Pechino.

A questo proposito, perché ritieni che Teheran non voglia un accordo con gli Usa prima del vertice di Pechino?

Se l’Iran avesse un accordo con l’America prima del vertice di Pechino, dell’Iran semplicemente non si parlerebbe. Invece se la questione iraniana rimane aperta, questa diventa importante – se non centrale – nella discussione tra Cina e Usa, e la Cina naturalmente ha una posizione se non filoiraniana certamente non anti-iraniana come quella americana. Questo può dare spazio di leva a Teheran per ottenere qualche risultato in più.

Tu definisci l’incontro come un vertice a tempo perché fisserà dei paletti sino alle elezioni midterm di novembre. Quali saranno a tuo avviso i paletti su cui venerdì 15 maggio il due leader potrebbero trovare un accordo?

La questione sarà sulle tariffe, a che livello potranno essere sopportabili dalle due parti. È probabile che i due cerchino anche delle aree di cooperazione comune, e queste potrebbero essere il fentanyl e forse anche la Nord Corea. La Cina si è detta preoccupata del nuovo accordo tra Piongyang e Mosca che allontana la Nord Corea dall’influenza cinese e quindi la trasforma in un elemento di grande instabilità regionale. Su questo poi c’è il problema della corsa al riarmo nucleare della Nord Corea: se questo non viene messo sotto controllo Corea del sud, Giappone ma anche Vietnam e Filippine possono volere la loro arma nucleare. Questi sarebbero missili tutti puntati contro Pechino. Quindi Pechino potrebbe avere un interesse vero a contenere, se non fermare il riarmo nucleare missilistico non coreano. Il diavolo però è sempre nei dettagli.

Gli Usa anche la settimana scorsa hanno sanzionato le entità cinesi che aiutano l’Iran e la Russia sul piano militare e di intelligence. Dal vertice potrebbe uscire qualcosa di buono su Ucraina o Medioriente?

A parole sì, nei fatti non si sa. Il diavolo di questi accordi è sempre nei dettagli e c’è una diffidenza reciproca tra Stati Uniti e Cina. Detto questo, anche un accordo a parole è importante positivo in questo clima di tensioni esasperate.

Nel corso del vertice – stando al South Morning Post e ad altri media cinesi – la Cina potrebbe approfittare delle attuali difficoltà nonché della diffusa impopolarità del presidente Trump per accreditare nel mondo il suo ruolo di potenza “alternativa” molto più stabile e affidabile degli Usa. È così? Questo tentativo avrà successo?

Questo tentativo è in corso ormai da anni e certo la Cina, storicamente affidabile nei suoi impegni a lungo termine, può affermare di essere un elemento di stabilità rispetto alla volatilità e imprevedibilità delle svolte di Trump.

C’è però un problema di fondo. L’America, nonostante Trump, è una società aperta, quindi affidabile, al di là delle giravolte dell’attuale presidente. La Cina è una società chiusa, quindi si tratta di pura fiducia nel presidente cinese, il quale all’esterno è stato sì affidabile ma all’interno è stato, ed è, altamente incerto. La recente epurazione drammatica dell’esercito ne è stata una prova recente. Più ampiamente, nell’ultimo decennio la campagna contro la corruzione, che ha toccato tutto l’apparato statale, è stata la riprova dell’incertezza che percorre oggi al suo interno la società cinese.

Per dare maggiori certezze all’esterno, la Cina dovrebbe attuare una serie di riforme che rendano più trasparenti e affidabili, i suoi meccanismi di mercato e di burocrazia interni. Ma tali riforme sono delicate e politicamente divisive.

A livello geopolitico la Cina ha relazioni difficili o apertamente tese con i suoi vicini. Quali sono i casi più gravi?

Naturalmente è il caso più grave quello del Giappone, ma questo non deve fare dimenticare le tensioni diverse. Tutti i paesi dell’area poi parlano tra di loro prima ancora di parlare con l’America e la Cina queste dinamiche di conversazioni politiche, di sicurezza, di mercato hanno creato e creeranno sempre di più dinamiche di tensione. Tali tensioni per oggi sono mirate principalmente alla Cina, anche se pure l’America ne è oggetto. In realtà sia America che Cina, quando si parlano, parlano anche agli altri paesi della regione e si creano dinamiche nuove e diverse ancora non chiaramente stabilizzate. Di certo sempre di più emerge in Asia il rapporto quasi ancillare tra America e Giappone, e il rapporto del Giappone con paesi della regione come l’India ma anche il Vietnam. Qui élite locali durante la Seconda guerra mondiale erano filo giapponesi, contro i colonialisti francesi o inglesi. Questi rapporti antichi sono stati rispolverati e potrebbero diventare sempre più importanti nel futuro.

Nel 2011 gli Stati Uniti hanno deciso di rafforzare la loro presenza in Asia per contenere l’espansione cinese, ma i loro alleati europei hanno potenziato le loro relazioni con la Cina e soprattutto non hanno aumentato il loro impegno per la Nato, il cui peso è restato in gran parte sugli Stati Uniti. La posizione di Trump è stata molto critica verso tutti, Italia compresa, ma il suo comportamento erratico e imprevedibile ha prodotto crescente instabilità. Prevedi un riavvicinamento tra Ue e Cina per esempio in materia di investimenti?

Tutto è possibile, però c’è un problema di base. Le questioni bilaterali, commerciali tra Stati Uniti e Cina sono identiche a quelle che ci sono tra Europa e Cina stessa. Qui si può cercare un accomodamento di breve periodo, ma se le questioni di fondo non vengono risolte esse torneranno a vendicarsi con maggiore forza domani. I tedeschi hanno fatto un conto secondo cui perdono oltre 100.000 posti di lavoro all’anno per la concorrenza cinese. Se questo problema di fondo non viene affrontato i governi che oggi fanno un accordo con la Cina, domani saranno cacciati a pedate e un nuovo sciovinismo anticinese potrebbe affermarsi in Europa, molto più forte di quello che oggi c’è in America.

E quindi?

Non si possono barattare soluzioni placebo di breve termine che aggravano problemi strutturali di lungo termine. Al di là delle antipatie o simpatie transatlantiche, ci sono problemi strutturali profondi tra Europa e Cina. Essi devono essere affrontati in modo serio altrimenti diventa un problema maggiore domani sia per l’Europa che per la Cina.

Torna su