Tra gli aspetti cruciali della difesa e della sicurezza vi è il legame sempre più stretto con la tecnologia e l’industria, o meglio con la capacità di sviluppare tecnologie avanzate e riprodurle in quantità e tempi adeguati a costi sostenibili. Ciò rende impossibile immaginare una difesa europea che non abbia un’industria altrettanto europea quale presidio di capacità, garanzia di interoperabilità, opportunità di efficienza economica e strumento di integrazione. Per rispondere a tale esigenza, è necessaria una visione strategica che non solo includa la dimensione industriale, ma faccia sì che questa sia davvero al servizio della sicurezza collettiva.
Purtroppo la situazione odierna evidenzia una forte criticità, con esempi che vanno dal ritiro da programmi comuni alla vigilia del loro completamento (come la Francia con l’Eurodrone) o la scelta di soluzioni extra-UE (come per la scelta spagnola di un jet turco per l’addestramento avanzato).
Nella costruzione della futura capacità industriale europea appare indispensabile garantire quattro pilastri di livello tecnologico, di effettiva esigenza operativa, di condivisione tecnologica e di resilienza produttiva. L’importanza della difesa e sicurezza si rispecchia necessariamente nella dimensione tecnologica, in termini tanto di livelli qualitativi quanto di capacità industriali. Da un lato, la ricerca e sviluppo delle tecnologie più diverse (per intenderci: dai semiconduttori ai processi produttivi, dai propulsori ai satelliti, e chi più ne ha più ne metta); dall’altro, catene di fornitura certe, produzione stabile, quantitativamente adeguata e aumentabile velocemente in caso di necessità.
Questo impone di evitare le soluzioni scolastiche proposte dalle grandi società di consulenza, ma anche il campanilismo che antepone a tutto l’interesse dei campioni nazionali.
INNOVAZIONE E RESILIENZA PRODUTTIVA
Tra gli argomenti più diffusi portati per la difesa europea vi è quello della presunta inefficienza della moltiplicazione delle industrie. Entro certi limiti, è vero che a fronte degli alti costi non ricorrenti (ricerca e sviluppo, prove e certificazioni, allestimento delle linee di produzione, infrastrutture logistiche e di supporto, etc.) la prospettiva di poterli “spalmare” su una produzione più vasta contribuisce a ridurre i costi unitari di un dato sistema. Non è raro che partendo da questa considerazione oggettiva ci si spinga sino a immaginare di “razionalizzare” l’industria della difesa e sicurezza in Europa attraverso il concentramento in una manciata di grandissimi gruppi per tipologia di prodotto (p. es., aerei, elicotteri, navi, veicoli militari, etc.). A ben guardare, tale linea argomentativa non solo mostra la nostalgia del mito dell’economia pianificata ma nasconde al suo interno diverse vulnerabilità in termini di innovazione e resilienza.
In primo luogo, la teoria economica insegna che la mancanza di concorrenza fa sì che monopoli od oligopoli si traducano in mercati meno efficienti. Nel caso specifico, bisogna considerare che sicurezza e difesa sono un monopsonio, ovvero mercati dominati da un solo acquirente. Nella sua forma più estrema, dove un monopolista vende a un monopsonista, all’inefficienza economica si aggiunge la “porta rotante” tra acquirente/utilizzatore e produttore, con annesse considerazioni etiche. L’obiezione riguardo la possibilità che lo stimolo di concorrenza sia comunque fornito dai mercati di esportazione risolve il problema solo limitatamente: è infatti chiaro che in una logica di competizione tra blocchi, gli attori principali non sarebbero orientati all’acquisto di sistemi prodotti da loro pari.
In secondo luogo, la concentrazione delle attività di ricerca e sviluppo riduce l’innovazione di prodotto e di processo, in tendenza del tutto opposta a quanto sta avvenendo in settori quali lo spazio (con società quali SpaceX e Blue Origin che offrono accesso allo spazio con tempi e costi rivoluzionari rispetto agli operatori tradizionali) o i sistemi a pilotaggio remoto o autonomi. In ogni caso, è opportuno riflettere come gli USA abbiano prima mantenuto una molteplicità di fornitori nei settori di punta (si pensi a Boeing, Lockheed Martin e Northrop Grumman per i velivoli militari, oppure a Bell e Sikorsky negli elicotteri) e oggi premano per la semplificazione della normativa di procurement proprio per stimolare l’ingresso di nuovi attori e, con essi, di nuove idee.
In terzo luogo, l’assunto centrale della difesa europea come necessità per fronteggiare le nuove sfide – non solo in termini geopolitici ma anche delle modalità ibride/asimmetriche – impone di incorporare nel disegno industriale la variabile della resilienza. In questo senso, l’apparente efficienza della linea di montaggio finale unica per un dato prodotto si scontra con la sua vulnerabilità ad attacchi cinetici o ibridi, crisi politiche (dallo sciopero all’imprevedibilità politica, con scenari di sganciamento dall’UE o frenamento passivo, come per l’Ungheria) e persino eventi naturali. In tutti questi scenari, per evitare l’improvvisa indisponibilità di risorse industriali critiche è necessario disporre di backup sotto forma di capacità progettuale o produttiva immediatamente attivabile. In quarto luogo, bisogna considerare l’efficienza intrinseca dei grandi numeri. In altre parole, il passaggio dalla fase riduttiva post-Muro a una revisione in chiave espansiva permette di traguardare produzioni di decine di migliaia di pezzi (p. es. per i veicoli militari) o migliaia di pezzi (per i velivoli) e di rendere sostenibili, in senso di efficienza, anche linee multitipo. Ulteriori dimensioni di efficientamento possono attendersi, in molti settori, dalla standardizzazione di impianti, sistemi e munizioni. È il caso dei sistemi missilistici di difesa aerea, nei quali la munizione (il missile) non varia sostanzialmente nelle applicazioni con lancio dall’aria, dal suolo o da piattaforme navali.
Nella consapevolezza delle peculiarità del settore della sicurezza e difesa, dottrina economica e strategica convergono dunque sulla necessità di un approccio flessibile alla logica dell’efficientamento a qualunque costo.
LA CONDIVISIONE TECNOLOGICA
Alle dimensioni strategico-economiche è necessario aggiungere quella politica, legata alle ricadute politiche dei costi e benefici del ridisegno di un settore industriale avanzato. Non è infatti possibile ignorare come l’eliminazione delle sovrapposizioni non necessarie porti a una distribuzione delle competenze tra gli attori che non è neutra in termini di impatto sociale e prospettive di sviluppo. Com’è evidente, una distribuzione fortemente asimmetrica sarebbe altrettanto insostenibile dell’ipotetica pretesa di una perfetta uguaglianza. A titolo d’esempio, non sarebbe accettabile compensare la partecipazione economica allo sviluppo e mantenimento della difesa comune con l’assegnazione di commesse per la confezione di uniformi o la manifattura di scarponcini. In questa ipotesi estrema, tra l’altro, la mancanza di meccanismi soddisfacenti per equilibrare le diverse variabili in gioco consentirebbe alla propaganda – magari eterodiretta – di presentare la difesa comune come strategia di monopolio industriale da parte di un paese o gruppo di paesi, a scapito degli altri. Benché non si possa negare la fondatezza dell’obbiettivo di superare i meccanismi leggendariamente rigidi del juste retour, è evidente che la ricerca di maggior efficienza economica non può tradursi nell’escludere alcuni paesi dagli ambiti di punta, con ciò precludendo loro anche le tradizionali ricadute civili delle tecnologie militari. D’altro canto, anche senza arrivare ad un impossibile “tutti fanno tutto”, è evidente come lo sviluppo armonioso del settore su scala continentale aumenti i margini di resilienza e la flessibilità politica. Tra le soluzioni perseguibili vi è quella dei meccanismi di second source, con annesso mentoring, che affiancano all’azienda responsabile di una certa componente una o più altre in grado di costruirla.
In tale prospettiva è opportuno sia compresa l’analisi delle filiere di fornitura, garantendone al contempo la distribuzione continentale e la protezione generale. Nel primo caso, l’articolazione di un dato programma europeo nel più vasto numero possibile di paesi ridurrebbe il rischio di opposizione strumentale e contribuirebbe perciò alla sua stabilità sul lungo arco temporale tipico dei programmi della difesa. Nel secondo, l’apertura delle gare nazionali ai concorrenti di tutti i paesi UE andrebbe contemperata da meccanismi a protezione dei soggetti più deboli e perciò a rischio di essere fagocitati. Solo rispettando queste due condizioni si potranno perseguire insieme lo sviluppo tecnologico e la tutela sociale che è un pilastro dell’Unione.
CONSIDERAZIONI POLITICHE E FINALI
Poiché le esportazioni costituiscono un elemento centrale della sostenibilità economica del settore, i processi di riorganizzazione dovranno andare di passo con l’adozione di standard normativi comuni per la circolazione di prodotti e sistemi per la difesa all’interno dell’UE e, soprattutto, per la loro esportazione.
Come in ogni altro campo, è indubbio che anche in questo la creazione di un mercato unico richieda regimi uguali e semplificati, o addirittura preferenziali, per i programmi interni all’Unione. Oltre a ridurre tempi e costi della compliance, ciò aumenterebbe le opportunità di competizione e innovazione. Per quanto riguarda l’export, la dimensione sempre più multinazionale dovrà necessariamente comprendere meccanismi finalizzati a evitare sia la distorsione competitiva legata alle diseguaglianze normative interne sia il veto unilaterale di un partner in danno di tutti gli altri partecipanti. A quest’ultimo aspetto, peraltro, porrebbe almeno parziale rimedio la politica second source, sia come strumento di pressione sia come modalità alternativa.
Per mantenere la competitività tecnologica e la resilienza produttiva è opportuno evitare la concentrazione di conoscenze e produzione in poche grandi strutture. Più che il modello Airbus o ESA, ai quali il gigantismo di marca francese ha imposto fallimenti onerosi quali il quadrimotore civile A380 e i razzi Ariane 6, le best practice sembrano piuttosto quelle di MBDA o Eurofighter, caratterizzate da maggior condivisione delle scelte strategiche. Allo stesso modo non sarebbe accettabile, in quanto non risolutivo, un modello di stampo sovietico, nel quale un’azienda progetta ed altre producono in base a un’organizzazione build to print, con limitato coinvolgimento nella creazione di proprietà intellettuale e innovazione di processo o di prodotto. La dimensione industriale non costituisce solo lo strumento tecnico tramite il quale implementare le linee strategiche, ma offre un importante contributo alla concreta costruzione di uno spazio politico europeo. Basta pensare alle implicazioni politiche e di sicurezza della creazione di una dipendenza reciproca per comprendere quanto ciò poggi sulla garanzia di una solidità di rapporto a tempo indeterminato, come non è più possibile assumere che vi sia con gli Stati Uniti.







