Per comprendere ciò che accade oggi nello Stretto di Hormuz, non basta guardare mappe e flotte. Bisogna tornare indietro di oltre un secolo, quando un altro stretto – i Dardanelli – divenne il centro di una delle più ambiziose e fallimentari operazioni della Prima guerra mondiale. Nel 1915, l’Impero britannico e i suoi alleati tentarono di forzare il passaggio verso Costantinopoli, convinti che il controllo di quel corridoio marittimo avrebbe cambiato rapidamente l’esito del conflitto. Non fu così. La campagna di Gallipoli si trasformò in un disastro strategico, militare e politico.
Oggi, tra il Golfo Persico e il Mar Rosso, la pressione iraniana su Hormuz – combinata con le azioni degli Houthi a Bab el-Mandeb – ripropone una dinamica sorprendentemente simile: un chokepoint marittimo come leva per influenzare una guerra molto più ampia. Le analogie non sono superficiali. Riguardano la natura stessa del potere marittimo, i limiti della tecnologia militare e la fragilità delle previsioni strategiche.
Il mito del controllo rapido: quando la superiorità non basta
Nel 1915 gli Alleati erano convinti che una potente flotta potesse forzare lo stretto dei Dardanelli in poche settimane. L’idea era semplice: neutralizzare le difese costiere ottomane, aprire la via navale verso la Russia e costringere l’Impero ottomano alla resa. La realtà fu diversa. Mine navali, batterie costiere e una conoscenza superiore delle acque e del terreno circostante trasformarono lo stretto in una trappola. Le navi britanniche e francesi subirono perdite pesanti e l’operazione si arenò prima ancora che potesse produrre risultati decisivi.
Lo stesso errore concettuale riemerge oggi nelle analisi su Hormuz. Gli Stati Uniti e i loro alleati dispongono di una superiorità navale e tecnologica schiacciante. Ma il controllo di uno stretto non si misura solo in termini di potenza militare. Come nel 1915, anche oggi il difensore – in questo caso l’Iran – può sfruttare strumenti relativamente semplici, come mine navali, missili antinave e droni, per rendere estremamente rischioso il transito.
La lezione è chiara: la superiorità militare non garantisce il controllo operativo di un chokepoint. Può ridurre il rischio, ma non eliminarlo. E in un contesto economico globale, anche un rischio ridotto è sufficiente a paralizzare il traffico.
Geografia e asimmetria: il vantaggio di chi difende
I Dardanelli nel 1915 erano uno spazio ristretto, dominato da alture e facilmente difendibile. Le forze ottomane, pur inferiori per mezzi, sfruttarono la geografia per moltiplicare la loro efficacia. I dardanelli, nel punto più angusto, sono larghi appena 1250 metri, con una profondità media di soli 60 metri: le mine, posizionate in modo strategico, si rivelarono decisive. Non solo intercettarono e danneggiarono le navi alleate, ma imposero un’incertezza costante che rallentò ogni operazione.
Tenendo conto del progresso tecnologico dell’ultimo secolo, Hormuz presenta caratteristiche analoghe. È largo appena 33-38 km nel punto più stretto, con due corsie di navigazione obbligate a senso unico larghe 3 km in acque profonde anche solo 33 metri. L’Iran controlla la costa settentrionale e dispone di basi, missili e capacità di posa di mine che possono essere attivate rapidamente. Come nel caso ottomano, il vantaggio non sta nel distruggere la flotta avversaria, ma nel rendere il transito incerto, costoso e pericoloso.
Questo squilibrio tra attaccante e difensore è uno degli elementi più sottovalutati nelle crisi contemporanee. Le grandi potenze tendono a ragionare in termini di capacità distruttiva. Gli attori regionali, invece, puntano sulla negazione dell’accesso. È una strategia meno spettacolare, ma spesso più efficace.
L’illusione della soluzione navale
La campagna dei Dardanelli nacque anche da un’illusione strategica: quella di poter ottenere risultati decisivi con la sola potenza navale, evitando una guerra terrestre lunga e sanguinosa. Quando l’operazione navale fallì, gli Alleati tentarono uno sbarco a Gallipoli. Ne seguì una campagna logorante, che si concluse con un ritiro umiliante.
Anche oggi esiste una tentazione simile. L’idea che la crisi di Hormuz possa essere gestita con pattugliamenti, scorte navali e operazioni mirate rischia di sottovalutare la natura del problema. Proteggere le rotte marittime richiede un impegno continuo, costoso e politicamente delicato. E ogni escalation – un attacco a una petroliera, una mina che colpisce una nave commerciale – può spingere verso un coinvolgimento più diretto.
La storia dei Dardanelli suggerisce che le operazioni limitate tendono a espandersi quando incontrano resistenza. Ciò che nasce come intervento circoscritto può trasformarsi in una campagna più ampia, con obiettivi che si moltiplicano e costi che crescono rapidamente.
Dal chokepoint alla guerra globale
Nel 1915 il controllo dei Dardanelli non era solo una questione militare. Riguardava le linee di rifornimento verso la Russia zarista e, più in generale, l’equilibrio strategico della guerra. Il fallimento dell’operazione contribuì all’isolamento della Russia, con conseguenze che si sarebbero riflesse negli anni successivi, fino alla rivoluzione del 1917.
Oggi Hormuz svolge una funzione analoga, ma su scala globale. Attraverso questo stretto passa una quota decisiva del petrolio mondiale e una parte rilevante del gas naturale liquefatto. La sua destabilizzazione non colpisce solo i Paesi direttamente coinvolti nel conflitto, ma l’intero sistema economico internazionale. L’effetto non si limita all’energia: si estende ai trasporti, all’industria, all’agricoltura.
Le analisi più recenti sottolineano come una crisi prolungata nello stretto possa innescare reazioni a catena. L’aumento dei prezzi energetici alimenta l’inflazione, riduce la crescita e accentua le tensioni sociali. Le economie più fragili sono le prime a risentirne, ma nessuna area del mondo resta davvero immune.
In questo senso, il parallelismo con il 1915 è forse più profondo di quanto sembri. Allora come oggi, il controllo di uno stretto diventa una leva geopolitica capace di ridisegnare equilibri globali.
La storia come strumento di previsione
La tentazione, di fronte a ogni crisi, è considerarla unica. La storia suggerisce il contrario. Le dinamiche fondamentali tendono a ripetersi, anche quando cambiano le tecnologie e gli attori.
Se si guarda con attenzione alla campagna dei Dardanelli del 1915, emergono almeno sei insegnamenti distinti, ciascuno dei quali risuona in modo sorprendente con la crisi contemporanea nello Stretto di Hormuz.
La prima lezione riguarda la sistematica sottovalutazione del difensore. Nel 1915 le potenze dell’Intesa consideravano l’Impero ottomano un avversario debole, arretrato, incapace di resistere a una pressione combinata navale e terrestre. Questa convinzione si rivelò profondamente errata. Le difese ottomane, pur tecnologicamente inferiori, erano ben posizionate, motivate e supportate da una conoscenza intima del terreno e delle acque. Oggi, una dinamica simile si intravede nelle valutazioni sull’Iran: un Paese spesso descritto come vulnerabile sotto il profilo convenzionale, ma che ha costruito negli anni una capacità difensiva asimmetrica proprio negli stretti che controlla. Mine navali, batterie costiere, missili antinave e unità leggere della Guardia Rivoluzionaria replicano, in forma aggiornata, quel vantaggio difensivo che gli ottomani seppero sfruttare nei Dardanelli.
La seconda lezione è che il controllo di uno stretto non è mai puramente una questione di potenza militare, ma di geografia operativa. I Dardanelli sono un passaggio stretto, tortuoso, con correnti complesse e fondali che favoriscono l’impiego di mine. Nel 1915, le flotte britanniche e francesi scoprirono che la superiorità navale non si traduce automaticamente in libertà di manovra in uno spazio così vincolato. Le mine ottomane, spesso invisibili e difficili da neutralizzare, inflissero perdite decisive e bloccarono l’avanzata. Lo Stretto di Hormuz presenta caratteristiche analoghe: anche la più avanzata marina del mondo, in un ambiente simile, opera in condizioni di vulnerabilità strutturale.
La terza lezione riguarda l’illusione delle operazioni rapide e decisive. La campagna dei Dardanelli nacque con l’idea di una vittoria veloce, ottenuta attraverso una combinazione di bombardamenti navali e pressione limitata. Si pensava che Costantinopoli sarebbe caduta in poche settimane. Invece, l’operazione si trasformò in un lungo stallo, con perdite crescenti e un progressivo coinvolgimento di forze terrestri. Questa dinamica è ricorrente: quando un piano si basa sull’aspettativa che il nemico ceda rapidamente, ogni resistenza imprevista costringe a un’escalation. Nel caso iraniano, l’idea di ottenere risultati strategici – dal contenimento del programma nucleare all’indebolimento del regime – attraverso una pressione prevalentemente aerea o navale rischia di scontrarsi con la stessa realtà: se gli obiettivi non vengono raggiunti rapidamente, la tentazione di ampliare il conflitto diventa quasi inevitabile.
La quarta lezione è il vantaggio asimmetrico del difensore in un ambiente ristretto. A Gallipoli, le mine navali ottomane e le batterie costiere costringevano le navi alleate a muoversi in spazi prevedibili, trasformandole in bersagli relativamente facili. Il difensore, con risorse limitate, riuscì a neutralizzare una forza superiore sfruttando la conformazione dello stretto. Oggi, l’Iran ha costruito una strategia esplicitamente basata su questo principio: non competere frontalmente con la superiorità navale occidentale, ma saturare lo spazio con minacce diffuse e difficili da neutralizzare, dalle mine ai missili antinave, fino ai droni e alle imbarcazioni veloci. In uno scenario del genere, il costo per mantenere aperto lo stretto diventa elevatissimo anche per chi dispone di mezzi superiori.
La quinta lezione riguarda la tendenza delle operazioni limitate a sfuggire di mano sul piano politico e strategico. La campagna dei Dardanelli non fu solo un fallimento militare, ma anche un disastro politico per la leadership britannica. Le aspettative iniziali erano state costruite su una narrazione di facilità e rapidità che non trovò riscontro nei fatti. Quando l’operazione si arenò, i costi – in vite umane e credibilità – divennero difficili da sostenere. Il Primo Lord dell’Ammiragliato, il giovane Lord Winston Churchill, fu cacciato proprio in seguito a questa bruciante sconfitta. Anche oggi, ogni intervento nello Stretto di Hormuz viene presentato come controllato e circoscritto. Ma la storia suggerisce che il passaggio da una crisi gestita a un conflitto aperto può essere rapido, soprattutto quando sono in gioco interessi vitali e simbolici.
La sesta lezione, forse la più sottovalutata, riguarda l’impatto sistemico delle operazioni sugli stretti. Il fallimento di Gallipoli non si limitò al piano militare: ebbe conseguenze strategiche più ampie, contribuendo a prolungare la guerra, a mantenere isolata la Russia zarista e, indirettamente, a creare le condizioni per la sua instabilità interna. Gli stretti sono nodi logistici e politici, non solo geografici. Oggi, Hormuz e Bab el-Mandeb svolgono una funzione analoga per l’economia globale: la loro instabilità non incide solo sulle operazioni militari, ma sui flussi energetici, alimentari e commerciali. Le conseguenze si propagano ben oltre la regione, influenzando mercati, inflazione e stabilità politica in Paesi lontani dal teatro del conflitto.
Letti insieme, questi sei elementi restituiscono un quadro più complesso di quello suggerito da una semplice analogia storica. Gallipoli non è solo un precedente militare: è un promemoria dei limiti strutturali della potenza quando si confronta con la geografia, dell’imprevedibilità delle escalation e della portata globale delle crisi che si sviluppano in punti apparentemente circoscritti della mappa. Ed è proprio in questa combinazione di fattori – geografici, militari, politici ed economici – che si gioca oggi, ancora una volta, il destino di uno stretto.
Le sei lezioni di Gallipoli e la crisi attuale
Applicate alla crisi attuale, queste lezioni indicano uno scenario tutt’altro che rassicurante. Anche senza una chiusura totale di Hormuz, la sola percezione di rischio può continuare a disturbare i flussi commerciali globali. La pressione militare potrebbe intensificarsi, ma difficilmente porterà a una soluzione rapida e definitiva.
Se i fragili cessate il fuoco dovessero saltare, è plausibile che il confronto si sposti sempre più sulle rotte marittime. L’Iran potrebbe continuare a utilizzare la minaccia sullo stretto come strumento di pressione, mentre gli Stati Uniti e i loro alleati cercherebbero di garantire la libertà di navigazione senza scivolare in una guerra aperta. È un equilibrio instabile, che ricorda da vicino altre fasi della storia in cui nessuno degli attori voleva davvero un conflitto globale, ma tutti contribuivano ad avvicinarlo.
La storia non offre certezze, ma fornisce schemi. Nel caso di Hormuz, gli schemi suggeriscono che la crisi sarà lunga, intermittente e capace di produrre effetti ben oltre il campo di battaglia. E che, ancora una volta, uno stretto di poche decine di chilometri potrebbe avere un peso decisivo nel destino di un ordine internazionale già fragile.







