La guerra in Iran non sembra avviata verso una conclusione netta, ma piuttosto verso una fase di gestione del rischio. Una dinamica in cui ogni attore cerca di evitare il punto di non ritorno, senza però rinunciare ai propri obiettivi strategici.
Quello che doveva essere un fulmineo blitz – o almeno una rapidissima operazione come la precedente “Guerra dei 12 giorni” – dopo oltre un mese non accenna ad avvicinarsi ad una risoluzione, ma entra in una nuova fase operativa. Dopo le prime settimane di attacchi mirati contro infrastrutture, leadership militare e capacità industriali, il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele è entrato in una fase meno lineare. Le operazioni continuano, ma non producono più effetti decisivi nel breve periodo.
Secondo quanto emerge dalle analisi pubblicate da Axios e altri media americani, l’amministrazione di Donald Trump starebbe valutando diversi scenari alternativi, segno che l’obiettivo di una rapida risoluzione del conflitto appare ormai irrealistico.
Sul terreno, i dati qualitativi indicano una dinamica chiara: le capacità iraniane sono state degradate, ma non neutralizzate. Teheran continua a mantenere una catena di comando funzionante e, soprattutto, conserva la capacità di colpire Israele con attacchi missilistici coordinati. Poche ore fa ha anche dimostrato di essere sempre in grado di abbattere un moderno F15 americano. Questo elemento segna il passaggio da una fase di “shock iniziale” a una logica di attrito prolungato.
LEADERSHIP FRAMMENTATA E RESILIENZA DEL SISTEMA
Uno degli aspetti più rilevanti emersi nelle ultime settimane riguarda la struttura decisionale interna iraniana. L’eliminazione sistematica di figure chiave – e la totale latitanza dell’attuale guida suprema Mojtaba Khamenei – non hanno prodotto un vuoto di potere evidente.
Al contrario, si sta consolidando una forma di leadership collettiva che ruota attorno a diversi centri di potere: apparato politico, vertici militari e Guardia rivoluzionaria. Figure come Mohammad Bagher Ghalibaf – con un passato nei Pasdaran e una posizione istituzionale di primo piano – rappresentano un punto di equilibrio tra ideologia e pragmatismo operativo.
Questa configurazione rende il sistema più opaco ma anche più resiliente. Un po’ come la rete Internet, non esiste un singolo nodo la cui eliminazione possa determinare il collasso dell’intero apparato decisionale. È una caratteristica tipica dei regimi che hanno interiorizzato il rischio di decapitazione strategica.
IL NODO CENTRALE: CAPACITÀ MISSILISTICHE E PROFONDITÀ STRATEGICA
Sul piano militare, il bilancio è ambiguo. Gli attacchi statunitensi e israeliani hanno ridotto il numero di lanciatori e colpito parte delle infrastrutture, ma non hanno eliminato il problema strutturale: la profondità difensiva iraniana.
Le cosiddette “città missilistiche” sotterranee – installazioni fortificate distribuite sul territorio – continuano a rappresentare un asset critico difficilmente neutralizzabile. Questo significa che, anche in caso di cessate il fuoco, Teheran manterrebbe una capacità di deterrenza residua significativa.
Il punto più critico non è tanto la distruzione degli arsenali esistenti, quanto la capacità industriale di ricostruzione. Per questo motivo, la strategia attuale sembra orientata sempre più verso la distruzione sistematica delle linee produttive, piuttosto che dei singoli sistemi d’arma.
IL RISCHIO NUCLEARE: TEMPI TECNICI E DECISIONE POLITICA
Il dossier nucleare resta il vero spartiacque strategico. Le valutazioni più accreditate distinguono tra intenzioni e capacità.
Sul primo fronte, la guerra sembra aver rafforzato all’interno dell’élite iraniana l’idea che il possesso di un’arma nucleare rappresenti l’unico deterrente credibile contro Stati Uniti e Israele. Il ridimensionamento dell’“asse della resistenza” e i limiti emersi nell’uso dei missili convenzionali spingono in questa direzione.
Sul piano tecnico, la presenza di circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60% rappresenta una soglia critica. Sappiamo bene che concentrare Uranio 235 è un’operazione estremamente lunga e che richiede enormi quantità di energia. Ma con l’aumento della sua concentrazione, il processo di raffinazione ed eliminazione degli isotopi di Uranio 238 per ottenere un prodotto sempre più arricchito in Uranio 235 diventa rapidissimo.
In assenza di un accordo o di un intervento diretto su queste scorte, il tempo necessario per arrivare a materiale fissile di grado militare (che richiede un arricchimento attorno al 90%) si riduce ad alcune settimane.
Nessuno sa con certezza dove si trovino queste scorte, e se siano raggiungibili o sepolte sotto uno dei centri nucleari sotterranei più volte spianati dall’azione congiunta di Israele e degli USA. E questo introduce uno scenario particolarmente instabile: anche dopo la fine delle ostilità, il rischio di una nuova escalation resterebbe elevato, legato ai facilmente prevedibili tentativi iraniani di “breakout nucleare”.
NEGOZIATI: CONTATTI INDIRETTI E ASPETTATIVE DIVERGENTI
Il fronte diplomatico si muove in parallelo, ma con dinamiche complesse. Le dichiarazioni pubbliche contrastanti riflettono una realtà già vista in passato: contatti indiretti mediati da attori terzi — come Pakistan, Turchia ed Egitto — senza un vero tavolo negoziale formale.
Le posizioni restano distanti. Washington punta a limitare programma nucleare e missilistico, mentre Teheran cerca garanzie di sicurezza e un riconoscimento implicito del proprio ruolo regionale.
Un elemento chiave è la percezione iraniana di aver ottenuto risultati strategici: la capacità di minacciare il traffico energetico e di esercitare pressione sullo Stretto di Hormuz – di cui abbiamo già parlato qui – viene vista come leva negoziale concreta. Il successo nell’abbattimento, dopo oltre un mese di guerra, del primo caccia americano ha galvanizzato l’esercito e – ma non abbiamo dati diretti – forse anche una vasta fetta di popolazione civile. Tutto questo rende improbabile una capitolazione rapida.
ESCALATION POSSIBILE: DAL MARE AL TERRENO
In assenza di un accordo, gli scenari delineati includono un’ulteriore escalation. Tra le opzioni considerate vi sono operazioni dirette per il controllo di nodi strategici come l’isola di Kharg — da cui transita la maggior parte delle esportazioni petrolifere iraniane — o interventi nello stesso Stretto di Hormuz.
Tuttavia, questi scenari presentano rischi elevati. L’introduzione di forze terrestri aumenterebbe la vulnerabilità statunitense e allargherebbe il conflitto ai Paesi del Golfo, esponendo infrastrutture energetiche e rotte commerciali a ritorsioni.
La guerra, in questo caso, assumerebbe una dimensione sistemica, con impatti immediati sui mercati energetici globali e sulla sicurezza marittima.
L’idea di un collasso interno del regime resta, allo stato attuale, più una proiezione politica che uno scenario concreto.
Nonostante le difficoltà economiche e il malcontento sociale, mancano almeno due condizioni fondamentali: una reale opposizione in grado di organizzare una mobilitazione coordinata su larga scala e, soprattutto, fratture significative all’interno degli apparati di sicurezza.
Le informazioni disponibili indicano che le forze di controllo — Pasdaran, Basij e polizia — continuano a operare in modo efficace, adattando rapidamente le proprie modalità operative anche sotto sistematico attacco.
In queste condizioni, un cambiamento di regime nel breve periodo appare improbabile. L’insieme dei fattori in gioco — resilienza del sistema iraniano, ambiguità negoziale, rischio nucleare e limiti delle opzioni militari — converge verso uno scenario di conflitto prolungato o di tregua instabile.
La guerra in Iran non sembra avviata verso una conclusione netta, ma piuttosto verso una fase di gestione del rischio. Una dinamica in cui ogni attore cerca di evitare il punto di non ritorno, senza però rinunciare ai propri obiettivi strategici.
È in questo equilibrio precario che si giocherà il prossimo capitolo: non una vittoria decisiva, ma la definizione di nuovi limiti — militari, politici ed energetici — all’interno di un sistema regionale sempre più instabile.