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endometriosi

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Una nuova tecnologia potrebbe diagnosticare prima l’endometriosi

Si stima che l'endometriosi colpisca circa 1 donna su 10 e che per ricevere una diagnosi corretta siano necessari circa 7 anni, ma una nuova tecnica di scansione testata all’Università di Oxford potrebbe ridurre i tempi ed evitare procedure invasive come la laparoscopia. Tutti i dettagli 

 

Quante donne di fronte a mestruazioni molto dolorose si sono sentite dire – anche dai medici – che era “normale” mentre poi col tempo – anni dopo, spesso – sono giunte a una diagnosi di endometriosi? Secondo l’Istituto superiore di sanità (Iss), nel 2025, solo in Italia, le donne che convivevano con questa patologia erano oltre 1.800.000, ma per una diagnosi corretta servono circa 7 anni.

Ora, però, uno studio pilota condotto all’Università di Oxford ha testato una nuova tecnica di scansione che potrebbe aiutare a individuare la condizione più precocemente.

UNA MALATTIA DIFFUSA E DIFFICILE DA RICONOSCERE

L’endometriosi è una patologia infiammatoria cronica in cui tessuti simili a quelli che rivestono l’utero crescono al di fuori di esso, soprattutto nella pelvi ma talvolta anche in altre aree del corpo, come i polmoni. Questa presenza anomala può provocare infiammazione, alterazioni dell’anatomia e conseguenze importanti come dolore intenso e infertilità. Si stima che colpisca circa 1 donna su 10, ovvero circa 190 milioni di donne nel mondo.

I sintomi sono spesso eterogenei e possono includere mestruazioni molto abbondanti e dolorose, stanchezza estrema, dolore addominale e pelvico, dolore durante la minzione o la defecazione e durante o dopo i rapporti sessuali. Questa variabilità, unita alla somiglianza con altre condizioni come la sindrome dell’intestino irritabile o lo stress, rende la diagnosi particolarmente complessa e tardiva.

TEMPI DIAGNOSTICI LUNGHI E PERCORSI COMPLESSI

Nonostante la diffusione e l’impatto della malattia, il tempo medio per ottenere una diagnosi resta molto elevato. Nel Regno Unito si aggira intorno ai 9 anni, mentre in Inghilterra ci possono volere fino a 11 anni per le donne appartenenti a minoranze etniche. A livello globale, secondo Women’s and Reproductive Health, il ritardo è stimato tra gli 8 e i 12 anni.

Durante questo periodo, le pazienti affrontano numerose visite e indagini diagnostiche, tra cui ecografie e risonanze magnetiche, che però non sempre riescono a individuare la malattia, soprattutto nelle fasi iniziali. Le tecniche di imaging standard tendono infatti a rilevare solo cambiamenti strutturali tipici degli stadi più avanzati.

Attualmente, l’unico metodo per ottenere una diagnosi definitiva è la laparoscopia, una procedura chirurgica invasiva che può richiedere anni prima di essere effettuata. Inoltre, circa il 40% di questi interventi risulta negativo, indicando che molte donne si sottopongono inutilmente a procedure invasive.

UN NUOVO APPROCCIO (NON INVASIVO)

In questo contesto si inserisce la nuova tecnica sviluppata nell’ambito dello studio pilota condotto all’Università di Oxford. La metodologia prevede una scansione SPECT-TC eseguita dopo l’iniezione di un tracciante chiamato 99mTc-maraciclatide. Questo si lega a proteine presenti nei tessuti dove si formano nuovi vasi sanguigni, un segno tipico dell’endometriosi in fase iniziale.

In questo modo, la scansione è in grado di individuare la presenza della malattia anche quando non rilevabile con i metodi tradizionali. In uno studio pilota su 19 pazienti con endometriosi sospetta o confermata, la tecnica ha mostrato risultati comparabili alla laparoscopia.

I RISULTATI DELLO STUDIO

I dati indicano che la nuova tecnologia è stata in grado di identificare correttamente la presenza o l’assenza della malattia in 16 casi su 19. Inoltre, ha rilevato 14 dei 17 casi successivamente confermati chirurgicamente, inclusi 2 casi di endometriosi toracica.

Non sono stati registrati falsi positivi, con una specificità del 100%, e le lesioni sono state individuate in tutti i sottotipi della malattia, indipendentemente dai trattamenti in corso. Il tracciante si è dimostrato ben tollerato, con elevata accettabilità da parte delle pazienti.

La capacità di individuare anche l’endometriosi peritoneale superficiale, la forma più comune e precoce che rappresenta circa l’80% dei casi diagnosticati tramite laparoscopia, è considerata particolarmente rilevante, poiché questa tipologia sfugge spesso agli strumenti diagnostici attuali.

PROSPETTIVE, LIMITI E PROSSIMI PASSI

Se confermata da studi più ampi, la nuova tecnica potrebbe ridurre il ricorso alla chirurgia, rendendo più rapide e accurate diagnosi e monitoraggio dell’endometriosi e favorendo lo sviluppo di nuove terapie. Tuttavia, gli esperti sottolineano che si tratta ancora di risultati preliminari e, dunque, sono necessari ulteriori studi di fase III per validarne l’efficacia nella pratica clinica e per valutare attentamente aspetti come l’esposizione alle radiazioni e il rapporto rischi-benefici rispetto alle procedure attualmente utilizzate.

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