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Ritiro truppe Usa dalla Germania? Cosa succede fra Trump e Merz

L'annuncio del ritiro delle truppe Usa dalla Germania agita il dibattito politico a Berlino. I termini possibili, le conseguenze sulle basi in Germania, le ricadute economiche e i commenti della stampa tedesca.

La notizia è arrivata a Berlino come un fulmine a ciel sereno. Il Pentagono ha ufficializzato il trasferimento di cinquemila militari statunitensi attualmente di stanza in Germania: via nei prossimi sei-dodici mesi. A firmare l’ordine è stato il segretario alla Difesa Pete Hegseth, al termine di quella che i portavoce di Washington hanno definito “una revisione della presenza militare americana in Europa”.

La capitale tedesca incassa il colpo in un momento già segnato da tensioni con l’amministrazione Trump e si interroga sulle ricadute – militari, strategiche, economiche – di una decisione che rischia di ridisegnare, almeno in parte, la mappa della presenza americana sul suolo europeo.

RETROSCENA DI UNA DECISIONE ANNUNCIATA

La scintilla andrebbe ricercata in una dichiarazione del cancelliere Friedrich Merz, che aveva sostenuto pubblicamente, di fronte a un gruppo di studenti, che gli Stati Uniti si fossero trovati in una posizione di debolezza nei confronti dell’Iran durante i negoziati di pace, operando “senza una chiara visione strategica nel conflitto con Teheran”. Le parole di Merz hanno irritato profondamente Donald Trump, che sui suoi canali social ha risposto con toni accesi, accusando il cancelliere di essere “del tutto inefficace” sul dossier ucraino e di dover pensare prima a “rimettere in ordine il proprio paese”. Stando a fonti vicine al Pentagono, riprese da alcuni quotidiani tedeschi, la proposta di riposizionare le truppe avrebbe colto di sorpresa gli stessi alti funzionari della Difesa americana, non preventivamente informati. Ma da Washington, alcuni funzionari dell’amministrazione Trump hanno descritto la retorica di Berlino come “inappropriata e controproducente”.

La decisione si inscrive però in un orientamento di più lungo respiro. Gli Stati Uniti inseguono da anni l’obiettivo di alleggerire il proprio impegno militare in Europa per concentrare risorse nell’area indo-pacifica. Già nel 2020, durante il primo mandato di Trump, era stato ventilato un ritiro di dodicimila soldati dalla Germania, poi scongiurato dall’arrivo di Biden alla Casa Bianca.

Secondo alcuni esperti di difesa, infatti, il piano per svuotare le basi americane in Europa (quindi non solo in Germania) non è affatto un’improvvisazione dell’ultimo minuto. Tutto risalirebbe alla Global Posture Review (Gpr), un documento strategico ratificato tempo fa ma tenuto nell’ombra, che già metteva nero su bianco un massiccio riposizionamento delle forze. La minaccia di tagliare i contingenti in Germania, ma anche in Italia e Spagna, è stata decisa da tempo, il mancato appoggio contro l’Iran è solo un pretesto. Così come la contemporanea riapertura del fronte dei dazi è una complementare carta di pressione e ricatto. Tutto rientra perfettamente nello stile delle trattative di Trump.

LE BASI IN GIOCO: UN PATRIMONIO DIFFICILE DA SMANTELLARE

Secondo i dati diffusi dall’esercito americano ad aprile, circa 86 mila soldati statunitensi sono oggi dislocati in Europa, quasi 39 mila dei quali in Germania. Le unità trasferibili con maggiore rapidità sono alcune formazioni rotazionali inviate dopo l’avvio dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022: il Wall Street Journalindica proprio il livello di presenza precedente a quella data come traguardo del riposizionamento.

Ben più complessa è la situazione delle grandi infrastrutture. La base aerea di Ramstein, in Renania-Palatinato, è il fulcro della proiezione di potenza americana tra Europa, Africa e Medio Oriente: ospita circa 9 mila militari, gestisce trasporti, rifornimenti, evacuazioni e flussi di dati per le operazioni con droni in Medio Oriente. Accanto sorge il Landstuhl Regional Medical Center, il più grande ospedale militare americano fuori dai confini nazionali, che assiste 50 mila persone tra soldati e familiari. A pochi chilometri, a Weilerbach, è in costruzione una struttura sanitaria da un miliardo e mezzo di dollari, che dovrebbe aprire nel 2029 e servire duecentomila soldati impegnati nel teatro europeo, mediorientale e africano.

A Stoccarda hanno sede l’Eucom e l’Africom. A Wiesbaden si trova il quartier generale dell’esercito americano per le due regioni, oltre alla 2nd Multi-Domain Task Force, unità nata appena nel 2021 che integra operazioni cibernetiche, ricognizione spaziale, guerra elettronica e armi di precisione a lungo raggio.

Smantellare tutto questo richiederebbe anni, investimenti miliardari e strutture sostitutive altrove. Nel breve periodo –osservano analisti militari tedeschi – è uno scenario poco realistico.

LO SPETTRO DEI MISSILI ANNULLATI

Tra le conseguenze più discusse a Berlino c’è la sospensione dell’accordo siglato nel 2024 tra Washington e l’allora governo tedesco guidato da Olaf Scholz per il dispiegamento di missili americani a medio raggio. Dal 2026 avrebbero dovuto essere schierati a Mainz-Kastel, sempre in Renania-Palatinato, missili da crociera Tomahawk, missili polivalenti SM-6 e i nuovi vettori ipersonici Dark Eagle: sarebbe stato il primo ritorno di armamenti americani a lungo raggio in Germania dalla fine della Guerra Fredda. Il relativo battaglione era operativo al novanta per cento ancora a febbraio. Stando alle ultime indiscrezioni dagli ambienti americani, quel dispiegamento è ora accantonato.

RICADUTE ECONOMICHE PER LE REGIONI INTERESSATE

La presenza militare americana non è solo una questione di sicurezza: è anche un motore economico. Secondo stime della stampa economica tedesca, nell’area di Ramstein il volume d’affari generato ogni anno supera i due miliardi di dollari, tra stipendi ai dipendenti locali, affitti e commesse alle imprese della zona. Il sindaco di Ramstein, Ralf Hechler, ha quantificato in oltre due miliardi di dollari annui il peso complessivo della presenza americana.

In Baviera – dove si trovano basi come Grafenwöhr e Vilseck – la sola presenza delle forze statunitensi generava, sei anni fa, quasi 672 milioni di euro di produzione economica annua. Per ora questi conti angustiano le amministrazioni locali tedesche. Ma non è escluso, a detta dello stesso Trump, che riduzioni analoghe vengano disposte anche in Italia e in Spagna, qualora il sostegno europeo alla strategia americana in Medio Oriente non dovesse crescere.

IL DIBATTITO SULLA STAMPA TEDESCA

Il tema è da ieri centrale nel dibattito mediatico tedesco. Le principali testate hanno affrontato la vicenda con accenti differenti. La Süddeutsche Zeitung ha ricostruito il deterioramento del rapporto personale tra Trump e Merz, ipotizzando che anche una telefonata tra il presidente americano e Vladimir Putin abbia avuto un peso: Trump l’ha definita “lunga e buona”, ha detto di aver suggerito al presidente russo un cessate il fuoco, “e credo che potrebbe farlo”, ha affermato. Il quotidiano di Monaco sottolinea: “Non si può escludere che Putin, come prezzo per questo cessate il fuoco, abbia chiesto, tra le altre cose, ciò che Trump aveva già minacciato: la riduzione del numero di soldati americani in Europa”. Il quotidiano ha collegato l’annuncio del ritiro all’inasprimento dei dazi sulle automobili europee, leggendoli come parte di una ritorsione nei confronti di Berlino.

La Frankfurter Allgemeine Zeitung ha evidenziato che il ritiro parziale “non avrebbe conseguenze immediate sulla sicurezza del paese”, ma ha aperto interrogativi più profondi “sull’affidabilità delle garanzie americane in seno alla Nato”. E ha avanzato un’ipotesi, forse più una speranza: che l’annuncio potrebbe essere “uno strumento di pressione, destinato a rientrare”.

La Neue Zürcher Zeitung, dopo aver raccontato la dinamica dello scontro Merz-Trump, si è soffermata sulle questioni più tecniche, distinguendo tra le unità trasferibili in tempi brevi e le strutture di fatto inamovibili nel breve periodo e ricordando che Trump aveva già minacciato un’operazione analoga nel 2020 senza poi darvi seguito.

Die Welt ha dato voce all’esperto militare Carlo Masala, per il quale l’elemento davvero preoccupante non è il ritiro delle truppe in sé, bensì la cancellazione del dispiegamento dei missili Tomahawk e Dark Eagle. “Si crea una lacuna nella capacità di deterrenza nei confronti della Russia”, ha detto Masala, “che potrà essere colmata solo quando le forze europee avranno sviluppato sistemi equivalenti, e ci vorrà tempo”. Un tempo che Mosca potrebbe utilizzare per un’aggressione a un paese della Nato, magari dell’area baltica.

Il quotidiano economico Handelsblatt ha inquadrato la decisione di Washington come un ritorno alla logica del primo mandato: la presenza militare americana in Europa usata come merce di scambio. Con una notazione non priva di ironia: “il Pentagono, solo settimane fa, aveva elogiato l’impegno tedesco nell’incremento delle spese per la difesa”. Evidentemente, non è stato sufficiente.

La Bild ha invece rivelato che i funzionari del Pentagono erano stati colti di sorpresa dall’annuncio presidenziale: nessuno li aveva avvertiti. E ha riportato la posizione dell’ex consigliere repubblicano Brad Bowman: ridurre la presenza americana in Europa favorirebbe la Russia e indebolirebbe la capacità degli Stati Uniti di proiettare potenza nel Mediterraneo.

UN VINCOLO PARLAMENTARE

Su questo aspetto, la stampa tedesca ricorda che Trump non potrebbe agire da solo. Il Congresso, inclusi diversi senatori repubblicani, ha recentemente introdotto soglie minime e obblighi di rendicontazione per limitare la possibilità dell’esecutivo di ridurre le forze in Europa.

Ma al di là delle contingenze politiche del momento, la direzione di marcia appare ormai chiara: una progressiva riduzione del dispositivo militare americano nel Vecchio Continente sembra destinata a concretizzarsi, con o senza le turbolenze del rapporto tra Washington e Berlino.

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