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Non solo Manus, tutto sulla stretta cinese ai capitali americani nell’intelligenza artificiale

La Cina impone restrizioni alle principali startup Ia cinesi, vietando capitali americani senza approvazione governativa, in risposta all’acquisizione della startup Manus da parte di Meta bloccata da Pechino

I regolatori cinesi stanno imponendo nuove restrizioni alle aziende tecnologiche del Paese, comprese alcune delle più importanti startup di intelligenza artificiale, impedendo loro di accettare capitali statunitensi senza un’esplicita approvazione governativa.

Come riporta Bloomberg, la misura rappresenta la risposta più ampia di Pechino all’acquisizione da parte di Meta Platforms della startup Manus. Ed è notizia di poco fa, riferita sempre da Bloomberg, che la Cina ha imposto l’annullamento dell’operazione.

L’obiettivo delle autorità cinesi secondo Quartz è tutelare la sicurezza nazionale e prevenire fughe di tecnologia strategica verso rivali geopolitici, in un momento di crescente tensione tra le due superpotenze.

La direttiva: no ai fondi Usa senza ok di Pechino

Secondo fonti citate da Bloomberg, agenzie come la National Development and Reform Commission (NDRC) hanno comunicato nelle ultime settimane a diverse società private di rifiutare capitali di origine statunitense nei round di finanziamento, salvo approvazione esplicita del governo.

Tra le aziende coinvolte figurano pionieri dell’IA come Moonshot AI – che sta valutando un’offerta pubblica iniziale – e StepFun. Anche ByteDance, la società madre di TikTok e tra le più preziose startup cinesi, ha ricevuto istruzioni analoghe: qualsiasi vendita secondaria di azioni a investitori americani richiederà il via libera di Pechino.

Moonshot AI, con sede a Pechino, sta cercando di raccogliere fino a 1 miliardo di dollari in un round che la valorizzerebbe intorno ai 18 miliardi.

StepFun, rivale di Shanghai, sta invece sciogliendo le proprie entità estere e riportando capitali in patria per rispettare le norme sui “red chip” – società registrate all’estero che ospitano attività cinesi – e sta valutando un’IPO da 500 milioni di dollari a Hong Kong.

Le nuove misure si sommano alla decisione di Pechino di bloccare le quotazioni a Hong Kong delle red chip, rischiando di stravolgere un modello di raccolta capitale straniero consolidato da due decenni.

L’intento generale è impedire che investitori statunitensi acquisiscano partecipazioni in settori sensibili dove la sicurezza nazionale è prioritaria.

L’acquisizione Meta-Manus

La nuova stretta nasce direttamente dall’acquisizione da parte di Meta della startup Manus, annunciata a dicembre e valutata intorno ai 2 miliardi di dollari e ora cancellata dalle autorità di Pechino.

L’operazione aveva immediatamente innescato un’indagine multi-agenzia guidata dalla NDRC e dal Ministero del Commercio su possibili violazioni degli investimenti esteri e delle esportazioni di tecnologia.

Pur incorporata a Singapore, Manus era fondata daI cinesi Xiao Hong e Ji Yichao e manteneva radici operative in Cina; il trasferimento del team e delle conoscenze aveva sollevato critiche per la perdita di un asset strategico a favore di un rivale geopolitico.

I co-fondatori sono stati bloccati dall’uscire dal Paese, secondo quanto riferito dall’Independent.

Contesto geopolitico

La mossa cinese arriva in parallelo a restrizioni simili imposte dagli Stati Uniti. Come ricorda Bloomberg, già nel 2025 Washington ha introdotto regole per limitare gli investimenti americani in società cinesi attive in semiconduttori, quantum computing e IA, per timore di rafforzare la potenza militare ed economica di Pechino.

La Cina, per anni, aveva invece incoraggiato le proprie aziende più ambiziose a cercare partnership e capitali all’estero, inclusi quelli americani provenienti da fondi pensione e università.

Il successo di fenomeni come DeepSeek nel 2025 aveva spinto molti allocatori globali a rivalutare il Paese. Oggi, però, la preoccupazione per la “fuga” di tecnologia ha spinto i regolatori a invertire la rotta.

Conseguenze per il settore tech cinese

Queste restrizioni rischiano di isolare ulteriormente il settore tecnologico cinese – in fase di ripresa – dal venture capital statunitense che lo ha sostenuto per vent’anni.

Il dibattito post-Manus ha visto accademici e osservatori lamentare la perdita di un asset prezioso e temere un effetto emulativo su altre startup. Resta incerto quali ulteriori azioni intraprenderà Pechino al termine dell’indagine in corso. Nel frattempo, l’approvazione governativa diventa una variabile centrale nelle strategie di business delle aziende IA cinesi, in un ambiente regolatorio che si fa sempre più stringente da entrambe le sponde del Pacifico.

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