Le dichiarazioni del ministro della Difesa Israel Katz secondo cui Israele sarebbe solo in attesa del via libera americano per «riportare l’Iran all’età della pietra», nella loro banale brutalità, dicono molto della natura di questa guerra, ma anche del governo israeliano e del governo americano, e in poche parole del mondo che ci circonda. Non foss’altro perché l’espressione era una citazione testuale da una dichiarazione di Donald Trump, che il 2 aprile aveva promesso all’Iran esattamente questo trattamento.
Dichiarazioni del genere trovano ampio spazio nell’articolo dedicato dall’Economist all’imbarbarimento della stessa retorica di guerra, a partire da un parallelo implacabile. Prima le parole pronunciate da Roosevelt nel 1944 sui soldati americani che non combattevano «per sete di conquista» ma per «mettere fine alle conquiste». Poi quelle poste da Churchill in apertura della sua storia della Seconda guerra mondiale: «In guerra, determinazione; nella sconfitta, resistenza; nella vittoria, magnanimità». Infine le parole usate da Trump il 5 aprile rivolgendosi agli iraniani: «Aprite quel cazzo di Stretto, pazzi figli di puttana, o vivrete all’inferno – STATE A VEDERE!».
Dunque, chi è che sta tornando all’età della pietra?
Qualche giorno fa Thomas Friedman sul New York Times suggeriva di guardare due immagini comparse sui giornali nel fine settimana per capire dove il governo di Benjamin Netanyahu abbia portato Israele. La prima era la fotografia del soldato che distrugge un crocifisso a colpi di mazza. La seconda era una foto pubblicata su Haaretz che ritraeva un gruppo di ministri della destra raggianti mentre inaugurano un nuovo insediamento nella Cisgiordania settentrionale. In quell’occasione il ministro della Difesa Katz (sempre lui) si era vantato della prevista legalizzazione da parte del governo di circa 140 insediamenti, al fine di sventare qualsiasi «tentativo palestinese di stabilire una presenza nella zona». Friedman invitava quindi a riflettere sul fatto che quando persino democratici centristi e da sempre filoisraeliani come Rahm Emanuel vanno in tv a dichiararsi contrari agli aiuti militari degli Stati Uniti a Israele significa che «si stanno esaurendo gli amici». Se poi a prendere le distanze arriva pure Giorgia Meloni, aggiungo io, significa che si sono esauriti pure i conoscenti, e sulla nave non è rimasto proprio nessuno.
Ma naturalmente il dato più significativo è il cambio di atteggiamento da parte dell’opinione pubblica negli Stati Uniti. Secondo il Pew Research Center, il 60 per cento degli americani oggi ha un’opinione negativa di Israele, mentre secondo un altro sondaggio condotto dalla Nbc lo scorso fine settimana tre quarti dei giovani tra i 18 e i 29 anni simpatizzano più con i palestinesi che con gli israeliani. Ne ha scritto Edward Luce sul Financial Times, sottolineando il rischio ulteriore, per Israele, che anche il rapporto con Trump possa incrinarsi presto, dal momento in cui il presidente degli Stati Uniti appare intenzionato a sfilarsi dal pantano iraniano a qualunque costo, e difficilmente, al di là delle dichiarazioni roboanti, otterrà qualcosa di più di quanto ottenuto a suo tempo da Barack Obama, con il famigerato accordo sul nucleare stracciato proprio da Trump (per la gioia di Netanyahu).
In ogni caso, le parole con cui Trump ha risposto ieri ai giornalisti che lo incalzavano sui tempi della crisi, «siamo stati in Vietnam per diciotto anni… non mettetemi fretta», nella loro maldestra ingenuità, appaiono piuttosto rivelatrici.







