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Il limbo del Venezuela tra opposizione scalpitante ed economia fragile. Report Economist

Dopo la cattura di Maduro, il Venezuela vive un’euforia per le riforme lampo e il potenziale petrolifero. Ma l’economia resta fragile, con l’inflazione al 618% e il Pil che resta a -70% dal 2013. La transizione politica, poi, è ancora tutta da scrivere. L’approfondimento dell’Economist.

Il Venezuela resta sospeso tra speranza e incertezza, scrive l’Economist in un approfondimento che tiene conto dei più recenti cambiamenti.

Dopo il blitz delle forze speciali americane che ha catturato Nicolás Maduro il 3 gennaio, il paese sembra aver tirato un sospiro di sollievo. L’opposizione festeggia, gli investitori fiutano affari e Donald Trump parla di grandi opportunità.

Eppure, sotto la superficie, il potere è passato alla vice Delcy Rodríguez con il via libera di Washington, e il cammino verso democrazia ed economia sana resta tutt’altro che lineare.

Gioia dopo anni di paura

Per la prima volta, osserva il settimanale britannico, i sostenitori di María Corina Machado, vincitrice del Nobel per la pace, si ritrovano senza più doversi nascondere. Chi fino a poco fa era in galera o in fuga oggi gonfia palloncini e ride.

È un cambiamento radicale: la repressione è calata e la gente respira. Juan Díaz, uno dei sostenitori della premio Nobel, lo dice chiaro: “Non abbiamo più paura”.

Fremori economici da Caracas a Wall Street

A Caracas l’entusiasmo è palpabile, rimarca l’Economist. Al Country Club gli investitori brindano a bordo piscina e le società private hanno guadagnato il 20% di valore in poche settimane. Banchieri e consulenti americani parlano di “Atlantide riemersa”.

Rodrigo Naranjo di VIPCapital e Charles Myers di Signum Global Advisors raccontano di riforme lampo volute da Delcy Rodríguez.

Trump, dal canto suo, vede solo dollari: petrolio, miliardi di investimenti e profitti facili.

Più parole che soldi

Però la sostanza è un’altra, sottolinea l’Economist. Le uniche aziende che stanno davvero muovendosi sono quelle venezuelane, che si preparano alla concorrenza.

I grandi gruppi internazionali restano cauti: ricordano troppo bene le espropriazioni del passato. Qualche contratto preliminare c’è – Shell sul gas, Chevron su alcuni giacimenti – ma nessuno ha ancora sborsato un centesimo.

In tutto si contano una ventina di manifestazioni d’interesse, quasi tutte nel petrolio, gas e miniere. Per ora, zero soldi sul tavolo.

Il petrolio: la grande promessa e i suoi ostacoli

Trump punta tutto sul petrolio. Il Venezuela ha le riserve più grandi del mondo, ma la produzione è crollata da 4 milioni di barili al giorno a poco più di 1 milione. Per risalire servirebbero 183 miliardi di dollari di investimenti e infrastrutture disastrate.

I pagamenti sono bloccati tra Tesoro americano, sanzioni residue e burocrazia. Le esenzioni per le major sono lente da ottenere e le nuove regole su royalty e tasse restano vaghe.

Senza chiarezza fiscale e garanzie reali, nessuno investe sul serio.

Inflazione e bolívar in caduta libera

Per la gente comune il cambiamento è ancora invisibile. L’inflazione a febbraio ha toccato il 618%, la più alta del pianeta. Il dollaro sale ogni giorno e il governo continua a stampare bolívar per coprire le spese.

Gli economisti come Asdrúbal Oliveros prevedono un calo all’incirca al 150% entro fine anno e una crescita del PIL intorno al 12%. Sarebbe già un miracolo, ma resta un miracolo fragile.

Amnistie, prigionieri e un futuro in bilico

Delcy Rodríguez ha liberato 700 prigionieri politici, un numero mai visto prima, e tollera manifestazioni.

Eppure restano 480 detenuti, la metà del governo è ancora gente di Maduro e il nuovo ministro della Difesa ha un passato pesantissimo.

L’amnistia esiste sulla carta ma esclude chi ha chiesto interventi stranieri e viene gestita dallo stesso sistema giudiziario di prima.

María Corina Machado vuole tornare a Caracas e mobilitare la piazza, mentre Trump le chiede di aspettare. Rodríguez dice che le elezioni arriveranno, ma solo dopo un “accordo politico” che sa tanto di rinvio.

Chi comanderà davvero?

L’Economist conclude la sua analisi descrivendo un’opposizione convinta che “questo è il momento” e una Machado determinata a non farsi da parte. Ma il regime sembra voler guadagnare tempo per far girare un po’ l’economia, spendere populisticamente e presentarsi alle urne con qualche risultato in tasca.

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