Quali sono i punti salienti del post di Palantir? E perché sta destando così tante polemiche?
Palantir ha sintetizzato sui suoi profili social, in ventidue punti, gli elementi salienti e caratterizzanti del volume ‘The Technological Republic’, in un lungo post divenuto, specialmente su X, autentico casus belli di polemiche feroci e speculazioni concettuali.
Volendo tematicamente raggruppare i punti, l’apertura è affidata a una verità tanto scomoda quanto oggettiva: è grandemente sbagliato dimenticare le radici militari dell’innovazione tecnologica, della Rete e della stessa Silicon Valley.
D’altronde basta ripercorrere una qualunque storia della Silicon Valley per trovarsi davanti il ruolo e il peso del Dipartimento della Difesa e dei suoi finanziamenti nello sviluppo del Tech americano. Basta con l’illusione di un Tech puramente consumeristico, la tirannia delle app, come la chiama Karp.
Poi c’è un attacco frontale al soft power i cui esiti, secondo la società di Thiel e Karp, sono stati fallimentari, un aspetto questo che spiega anche la chiusura di USAID e simili strutture durante la seconda amministrazione Trump.
Ma quali sono gli aspetti più controversi?
I punti più controversi e che maggiore interesse hanno suscitato sono: quello sul servizio militare obbligatorio: in tutta evidenza si tratta di un aspetto con cui ormai da tempo anche in Europa stiamo familiarizzando, basta pensare alla foto della Presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola in compagnia del figlio in divisa.
Il nostro dibattito pubblico è talmente inquinato da aver portato ovviamente a una reazione ‘pacifista’, in realtà masochista o eterodiretta da attori statali ostili all’occidente, contro la stessa Metsola. Uno dei punti affronta proprio il tema dell’odio di sé anti-occidentale e direi che è difficile dare torto a quel genere di osservazione.
Comunque nel caso di Palantir a indignare è che la proposta arrivi da una società privata…
Il settore della difesa è così peculiare, così connesso alla sfera pubblica, che a me appare naturale, anche alla luce della posizione di Palantir, che vengano lanciate determinate suggestioni; anche perché Palantir realizza software di sicurezza e di intelligence, non armi in senso stretto. Per questo deve posizionarsi anche nel cuore del dibattito pubblico.
Si tratta quindi di una visione più organica del ruolo dello Stato, nella quale si inscrivono anche gli attacchi a un certo modo iper-burocratico di gestire la cosa pubblica e a una politica inerte.
Ci sono poi dei punti culturali-geopolitici, generalmente i più indigesti per alcuni, visto che riaffermano nella maniera più decisa la differenziazione radicale tra occidente e resto del mondo, in termini di sviluppo sociale, culturale, istituzionale.
È un “manifesto politico” come molti, criticamente, lo hanno giudicato?
Il Wall Street Journal recensendo il volume di Karp ha parlato di un testo ambizioso come un trattato di filosofia politica. Il libro ha una vocazione politica, anche se non parlerei di un manifesto. E manifesto non è certamente il riassunto per punti postato sui social. Si tratta di concetti molto cari a una certa tradizione americana e che è stata riaffermata di recente anche dal CTO di Palantir Shyam Sankar, col suo volume ‘Mobilize’.
Non bisogna dimenticare che in America esiste una consolidata tradizione che nell’imprenditore vede una figura intimamente politica, spesso più efficiente del funzionario elettivo o di quello di carriera. Palantir nasce nel cuore di quella tradizione, riaggiornandola alla luce della evoluzione tecnologica. Non ho dubbi sul fatto che Palantir piacerebbe a un James Burnham o a un George Gilder.
Però non c’è una certa commistione tra azienda, business e politica istituzionale?
Il settore della difesa e quello della sicurezza sono connessi alla sfera pubblica, da sempre.
Palantir ha avuto, con contratto governativo del maggio 2025, l’affidamento della gestione dei dati delle agenzie pubbliche americane, cercando di superare, come previsto da executive order del marzo 2025, la ritenzione informativa che da sempre caratterizza gli uffici pubblici: lo sta facendo con l’integrazione delle sue varie piattaforme, che va sotto l’ambizioso nome di ‘Ontology’.
C’è poi Maven, nel settore della difesa, e che è divenuto l’infrastruttura centrale del sistema di difesa del Pentagono.
Quindi Palantir è parte, senza dubbio, del circuito governativo. Lo è in maniera esibita, segnaleticamente scoperta, anche provocatoria, come d’altronde sono sia Thiel che Karp.
Ma quali sono le novità davvero rilevanti rispetto a quanto detto finora dal fondatore Thiel?
La novità non sta nei ventidue punti e nemmeno nel libro di Karp. Appartengono tutti a una tradizione chiara e che chiunque abbia familiarità con il lessico politico e imprenditoriale americano riconosce bene.
La novità sta nella poderosa levata di scudi di putiniani, neonazisti, comunisti, intellettuali ‘critici’, complottisti, Dugin (quel Dugin), David Icke (quel David Icke), Varoufakis tra un balletto a Mosca e l’altro che si lamentano del ‘tecnofascismo’ e del capitalismo della sorveglianza.
Hanno tutti torto i critici?
Dobbiamo essere molto chiari su questo: un conto sono le critiche sensate e motivate, le quali però devono partire dal necessitato punto di sapere cosa davvero sia e cosa faccia Palantir, altro a dirsi l’attivazione di un rumore di fondo strumentale che vuole l’occidente debole, inerme e nel nome di un falso e fallace ‘pacifismo’ si appresta, in metafora, a snudare il collo al taglio della giugulare.
D’altronde che questa indignazione a comando sia strumentale ce lo dice il fatto che ogni volta che Palantir è chiamata in causa si sollevano ondate di indignazione e di paura, mentre quando si scoprono gli altarini di altre realtà si osserva un quasi religioso silenzio.
Avete mai sentito particolari polemiche anche solo simili a queste quando Google ha lavorato a contatto con il governo cinese a Project Dragonforce, un motore di ricerca censurato come da volontà del Partito Comunista cinese?
Probabilmente molta gente non ha mai nemmeno sentito nominare Project Dragonforce.
Torniamo su un aspetto: + vero che i progetti e le azioni di Palantir sono in sostanza anti Cina e solo pro Usa?
Richiamandomi a quanto ho sostenuto prima, il vero tema è che l’Europa, in tutto questo caos, si trova a fare quel che le riesce meglio: nulla.
Schiacciata dai due giganti USA e Cina, la UE non può che rimanere alla finestra, indignandosi e monitorando la situazione, cosa questa che è diventata un tragico meme.
Ormai non ci facciamo più nemmeno caso, ma quando ragioniamo la UE non la evochiamo nemmeno.
Palantir ha una posizione nettamente filo-occidentale, origina da un preciso evento storico, l’11 settembre e si rifiuta di vendere i propri prodotti a realtà non occidentali.
La storica polemica tra Peter Thiel e Google, accusata dal primo di avere posizioni filo-cinesi, oltre che laboratori dislocati in Cina, è stata riattualizzata da Alexander Karp.
Palantir opera in linea con la normativa europea, e con gli interessi NATO: Maven dal marzo 2025 viene usato infatti dalla stessa NATO.
Quando opera sul versante civile in Europa è compliant con la normativa GDPR in tema di protezione dei dati personali e il suo dipartimento interno libertà civili e privacy è stato nel corso del tempo molto potenziato per soluzioni privacy by design.
Palantir non tratta e non opera stoccaggio dei dati che rimangono in capo all’utilizzatore finale, privato o pubblico che sia. Mette a disposizione l’infrastruttura di raffinamento dei dati e di estrazione di pattern informazionali che possono trasformarsi in criteri decisionali.
Trovo bizzarro, ma altamente indicativo, il fatto che la Cina ci appaia quasi molto meno inquietante di Palantir, ma questo è un bug di un dibattito pubblico intossicato dal terzomondismo e dall’odio anti-occidentale.
In Europa anche alcune componenti degli establishment sbuffano contro Palantir, eppure molti governi europei hanno stretto accordi con l’azienda americana. Come mai?
Ironia del caso, pochi giorni fa, prima che scoppiasse questo surreale caso, ho sottoposto un saggio scientifico che si intitola ‘La repubblica tecnologica europea’.
Si tratta della mia analisi e della mia risposta alle dichiarazioni che il ministro per la trasformazione digitale tedesco ha rilasciato, intervistato da Politico: dice che andrebbe costituita una Palantir europea.
Mi trova molto concorde, ma il punto è questo: perché non esiste una Palantir europea?
O meglio, perché nonostante brillanti menti europee lavorino da anni nella Silicon Valley e anche in Palantir, in Europa dopo anni di comitati, commissioni, tavoli, libri verdi, bianchi, turchini siamo ancora alle dichiarazioni di intenti?
Perché l’Europa sconta ancora una tremenda dipendenza hardware e software da vendor privati extra-europei? Molte amministrazioni pubbliche hanno continuato a usare un noto anti-virus russo per molto tempo anche dopo l’aggressione all’Ucraina. Oppure, per citare un caso a me molto caro, solo adesso si iniziano a scoprire le proprietà, in termini di indipendenza strategica e di sovranità digitale, dell’open source.
I servizi di intelligence francesi, e la Francia è una delle più robuste voci che reclamano indipendenza europea contro Trump, usano da sette anni Palantir e a dicembre 2025 hanno rinnovato il contratto di servizio per altri tre anni.
Semplicemente, e lo sanno bene i francesi, i tedeschi, gli inglesi, i polacchi, lo sanno bene pure alla NATO, non c’è una alternativa valida o anche solo credibile. Sanno l’indigesta verità: che è necessario difendersi e proteggersi, al di là di tutte le belle parole su norme, pace, eguaglianza.
La cosa peggiore è che nonostante le parole e l’indignazione nessuno sta davvero lavorando per una alternativa credibile.
I politici che si indignano ma che non decidono nulla sono parte essenziale del problema.







