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Mps, ecco perché BlackRock punta su Lovaglio (nonostante i proxy advisor)

La partita strategica su Mediobanca, il ruolo di Grilli, le divisioni tra Norges e Vanguard e l’incognita delle quote votanti: cosa c’è dietro l’orientamento (non ufficiale) del primo asset manager al mondo pro Lovaglio in Mps

È una questione di strategia. Alla vigilia dell’assemblea del 15 aprile, spunta una notizia destinata a incidere sugli equilibri del Monte dei Paschi di Siena: secondo fonti di stampa qualificate, BlackRock si sarebbe orientata a votare a favore della lista della Plt Holding della famiglia Tortora, che ricandida Luigi Lovaglio come amministratore delegato. Una presa di posizione pesante, considerando che si tratta del maggiore asset manager al mondo guidato da Larry Fink. Ma anche, per ora, solo ufficiosa.

IL “GIALLO” BLACKROCK TRA INDISCREZIONI E PRASSI

La notizia circola, ma resta senza conferma ufficiale. Un elemento che non sorprende: BlackRock, per prassi consolidata, non anticipa pubblicamente il proprio orientamento di voto prima delle assemblee.

In questo caso, come riportato da Reuters, il fondo si limita a ribadire che le decisioni vengono prese “esclusivamente nell’interesse finanziario di lungo periodo dei clienti”. Nessuna indicazione esplicita sul voto. Ma le fonti convergono.

Alla vigilia della record date del 2 aprile, BlackRock risultava detenere circa il 5,196% del capitale Mps, quota poi limata al 4,98% il 7 aprile, dunque dopo la data che determina il diritto di partecipare e votare in assemblea.

Un dettaglio che introduce uno dei temi più sottovalutati – ma decisivi – della partita.

IL VERO PESO: TRA QUOTE DICHIARATE E VOTI EFFETTIVI

In assemblea le percentuali sulla carta contano fino a un certo punto. Il vero peso si misura sui titoli effettivamente portati al voto: le partecipazioni possono essere distribuite tra più veicoli e non tutte le azioni vengono depositate. Tradotto: anche chi ha quote rilevanti può presentarsi con un pacchetto molto più leggero.

E proprio qui sta uno dei punti chiave per capire quanto potrà pesare davvero la scelta (non ufficiale) di BlackRock nell’assemblea del 15 aprile.

La conta vera, in generale, si farà sulle azioni effettivamente registrate e utilizzate per il voto. Anche alla luce di un altro dato: l’affluenza attesa si aggira intorno al 70% del capitale. Il che significa che anche variazioni minime nelle percentuali votanti possono spostare gli equilibri.

FONDI DIVISI: NORGES DA UNA PARTE, VANGUARD DALL’ALTRA

L’eventuale schieramento di BlackRock con la lista Plt non avviene in un vuoto, ma dentro un quadro articolato – e diviso – tra i grandi investitori internazionali.

Da una parte c’è Norges Bank, che ha ufficializzato il sostegno alla lista della famiglia Tortora. Una scelta che conferma, almeno in parte, quanto anticipato da Pierluigi Tortora – come evidenziato da Startmag – quando in un’intervista a Mf rivendicava di avere dalla sua parte i grandi fondi, tra cui proprio BlackRock e Norges.

Dall’altra parte si muove invece Vanguard, che secondo indiscrezioni di stampa sarebbe orientato verso la lista del cda uscente. E con Vanguard si colloca anche un blocco più ampio di investitori istituzionali, spesso allineati alle raccomandazioni dei proxy advisor.

Iss e Glass Lewis, infatti, hanno entrambi suggerito il voto a favore della lista del consiglio uscente che candida Fabrizio Palermo. Una posizione che ha già trovato seguito in alcuni fondi pensione americani – Calpers, Teacher Retirement System of Texas e New York City Comptroller – che hanno annunciato il proprio sostegno al cda, pur con un peso quantitativo limitato.

Anche per questo, ogni scelta individuale pesa più del normale.

LA VARIABILE UBS E LE QUOTE “CHE CONTANO DAVVERO”

A rendere il quadro ancora più complesso contribuisce la presenza di Ubs, che ha comunicato una partecipazione complessiva potenziale pari al 5,2%.

Ma anche qui il dato va interpretato. Solo circa il 2% corrisponde a diritti di voto in azioni, mentre il resto è composto da posizioni lunghe e strumenti finanziari. Inoltre, queste posizioni sono state segnalate dopo la record date.

In altre parole: non tutto ciò che appare nei comunicati Consob si traduce automaticamente in voti in assemblea.

IL NODO STRATEGICO: MEDIOBANCA (E GENERALI)

Ma il nodo vero è un altro: perché BlackRock avrebbe scelto di sostenere la lista Lovaglio?

La risposta porta dritto al dossier Mediobanca. Non si tratta di un’operazione qualsiasi. Il progetto delineato sotto la gestione Lovaglio prevede l’integrazione di Mediobanca nel gruppo Mps, fino al suo delisting da Piazza Affari e alla creazione di un unico polo bancario. Un passaggio che ridisegnerebbe gli equilibri del sistema finanziario italiano.

Il punto è che Mediobanca non è solo una banca: detiene circa il 13,2% di Generali, una partecipazione che vale intorno ai 7 miliardi di euro e rappresenta uno degli snodi più sensibili del capitalismo finanziario nazionale. Con la fusione, quella quota finirebbe sotto il controllo diretto del nuovo gruppo Mps, accorciando la catena di comando tra Siena e Trieste e rafforzando il peso strategico del Monte.

Lo scontro interno al board nascerebbe proprio dai piani futuri legati a Mediobanca. Secondo Repubblica , la scelta di BlackRock sarebbe legata anche alla volontà di dare continuità a questo progetto industriale. Sotto questa luce acquisisce nuovo significato anche il commento apparentemente generico riferito da Reuters circa “l’interesse finanziario di lungo periodo dei clienti”.

Non è un caso che proprio su questo terreno si sia consumato uno degli attriti più significativi tra Lovaglio e alcuni soci, in particolare Francesco Gaetano Caltagirone. Come ricostruito da Startmag, il nodo Mediobanca-Generali è stato uno dei principali punti di frizione nelle settimane precedenti.

In questo senso, sostenere Lovaglio significa – per un investitore come BlackRock – scommettere sulla prosecuzione di una strategia ben precisa, non semplicemente su un nome.

IL RUOLO (NON SECONDARIO) DI VITTORIO GRILLI

Dentro questa lettura strategica si inserisce anche il nome dell’ex ministro dell’Economia Vittorio Grilli.

Secondo Repubblica, i suoi suggerimenti avrebbero avuto un peso nelle valutazioni degli investitori. E il riferimento non è neutro: Grilli è oggi presidente di Mediobanca ed è stato indicato come figura chiave anche nella costruzione della lista Plt.

Già il Giornale, il 22 marzo, parlava apertamente di un suo ruolo nell’“attivazione” della discesa in campo di Lovaglio e nella visione di un grande gruppo integrato, sul modello di una “Jp Morgan italiana”.

CONTINUITÀ CONTRO DISCONTINUITÀ

A rafforzare questa lettura c’è anche la posizione dello stesso Lovaglio.

In un’intervista a Bloomberg Tv , il banchiere aveva sottolineato come un cambio al vertice, in una fase di integrazione complessa come quella con Mediobanca, rappresenterebbe un rischio. Un messaggio che sembra aver trovato ascolto almeno in una parte degli investitori internazionali.

Ma il mercato non è compatto. I proxy advisor e una parte significativa dei fondi continuano a vedere nella lista del cda una soluzione più solida sul piano della governance e dell’equilibrio tra continuità e rinnovamento.

I SOCI ITALIANI, I “SAGGI” E L’AGO DELLA BILANCIA

Sul fronte domestico, il quadro resta fluido ma con alcuni passaggi chiave già avvenuti.

I consigli di amministrazione delle holding di Francesco Gaetano Caltagirone si sono riuniti alla vigilia dell’assemblea per decidere la linea di voto, avvalendosi del parere del comitato degli indipendenti – i cosiddetti “saggi” – composto dall’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria, dall’ex presidente Consob Giuseppe Vegas e dall’avvocato Roberto Santi. Un passaggio che conferma la rilevanza della decisione e la necessità di blindarla sotto il profilo della governance.

Con il suo 13,5%, il gruppo Caltagirone è allineato alla lista del cda, rafforzando il fronte pro-Palermo, manager considerato vicino all’imprenditore romano.
Restano poi decisive le mosse di Delfin (17,5%) e Banco Bpm (3,7%), che dovranno sciogliere le riserve a ridosso dell’assemblea. La holding dei Del Vecchio potrebbe essere l’ago della bilancia ma, pur essendo stata favorevole alla continuità con Lovaglio, potrebbe alla fine optare per una linea più prudente, tra astensione e possibile convergenza su Assogestioni, anche alla luce delle implicazioni giudiziarie legate al dossier Mediobanca. Per Piazza Meda, invece, la decisione è attesa nelle prossime ore. Una scelta che, in un’assemblea così aperta, potrebbe risultare determinante.

E poi c’è il Tesoro, che con circa il 4,9% ha già fatto sapere che non depositerà le azioni, aumentando il peso relativo degli investitori privati.

In questo quadro, anche un’indiscrezione come quella su BlackRock finisce per pesare più dei numeri, perché segnala una scelta strategica e riapre una partita che in realtà riguarda non solo il vertice di Mps, ma gli equilibri futuri dell’intero sistema finanziario.

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