Skip to content

borsa

Aggiungi Startmag.it

alle tue fonti preferite su Google

Borsa, chi vince e chi perde con la guerra Usa-Iran

Usa-Iran: tregua (fragile) di due settimane. Ecco le implicazioni per gli investitori. L'analisi di Andrea Delitala, Head of Multi Asset Euro di Pictet Asset Management.

A un’ora e mezza dalla scadenza dell’ultimatum di Trump all’Iran (h 2:00 CET dell’8 aprile), il Presidente USA ha accettato la proposta iraniana in 10 punti che porta a un cessate il fuoco di due settimane, in modo da dare tempo ai negoziati di concordare una tregua più duratura a partire dal prossimo venerdì: gli inviati USA (Witkoff e Kushner), guidati dal vicepresidente Vance, incontreranno le autorità iraniane, capeggiate dal presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf. Gli incontri si terranno in Pakistan, Paese che ha guidato la mediazione con il forte sostegno della Cina.

Tra le ragioni che hanno portato a questo risultato ci sono certamente considerazioni militari legate al deperimento degli stocks di missili americani e dei Paesi del Golfo, sia offensivi che difensivi. Nonostante le perdite e i danni maggiori siano stati subiti dall’Iran, la sua capacità di resistenza è stata probabilmente sottovalutata così come la dotazione balistica (si ritiene utilizzata al 50%) e di droni, con i quali sono state danneggiate ripetutamente le infrastrutture petrolifere del Golfo, strategia da parte dell’Iran che l’ha isolato politicamente, ma che ha anche messo pressione strategica sugli aggressori.

I termini di questa tregua, che lo stesso Vance ha definito fragile, sono più vicini alla proposta iraniana (salvo per la durata) che a quella americana, ma ora si dovrà negoziare una pace che vedrà vecchie e nuove criticità, a partire dall’arricchimento dell’uranio, la dotazione di missili balistici e, novità più delicata, la pretesa sovranità dell’Iran sullo Stretto di Hormuz, via di passaggio cruciale del commercio marittimo, in particolare di energia (20% dell’approvvigionamento mondiale, circa metà di quello asiatico). Tra queste, un compromesso potrebbe essere l’utilizzo civile dell’uranio sotto stretta sorveglianza IEA e una dotazione minima di missili per autodifesa; ai fini economici, la questione cruciale è ovviamente la riapertura dello stretto alla navigazione regolare. Su questo, la richiesta iraniana di sovranità non è ricevibile. Tuttavia, qualche forma di responsabilità sulla sicurezza, in cambio di un pagamento per il transito potrebbe essere tollerata, almeno pro tempore, onde consentire all’Iran di reperire mezzi per finanziare parte della necessaria ricostruzione. Dopotutto, nel caso delle grandi petroliere capaci di trasportare circa 2 milioni di barili, la tariffa di 1$/b, ovvero 2 mln di dollari a nave, corrisponderebbe a poco più dell’1%, prezzo ampiamente risparmiato da parte dei compratori se il prezzo del petrolio ridiscende stabilmente sotto i 100$b.

Ci troviamo, dunque, nello scenario a cavallo tra i primi due che avevamo preso in considerazione con una cessazione, per ora provvisoria, delle operazioni militari USA (TACO-Trump Always Chickens out) dopo oltre un mese di conflitto, con la speranza di un accordo negoziato (come invocato su Al Jazeera dal ministro degli Esteri iraniano, Araghchi, la scorsa settimana).

Nell’immediato, i rischi riguardano la tenuta “militare” della tregua: ad esempio, la divergenza, già emersa, di interpretazione tra Iran e Israele (e forse anche tra USA e Israele?) sull’inclusione o meno dei teatri secondari che coinvolgono le “proxies” iraniane Houthi e, soprattutto, Hezbollah. L’intensificazione degli scontri in Libano segnala il rischio di questi focolai. Nel medio termine, tutto dipenderà dal buon esito o meno dei negoziati, quindi abbiamo due settimane di tempo per scoprirlo. È difficile pensare a un ritorno della circolazione marittima al regime prebellico; nella migliore delle ipotesi, sarà necessaria una forza di garanzia (pattugliamento?) internazionale (con probabile compresenza di paesi del Golfo, europei e asiatici) per garantire il passaggio sicuro delle navi.

Il Brent è subito tornato sotto i 100$, a ridosso di 90$ ed è previsto a circa 75$ per fine anno (circa 15$ meno di martedì 7 e altrettanti sopra i livelli di inizio anno). A questi livelli, il sentiero corrisponde al miglior scenario tra quelli paventati nel nostro report di un mese fa. L’impatto su crescita e inflazione europee sarebbe di circa -0,5% e +0,8% rispettivamente, con l’inflazione che, dopo un picco (transitorio) anche sopra il 3%, dovrebbe assestarsi attorno al 2,8% in media d’anno. Questo sarebbe un livello tutto sommato gestibile, senza dannosi eccessi di zelo da parte della BCE, che potrebbe accontentarsi di un rialzo dei tassi da 25punti base (due al massimo). Azioni e obbligazioni sono salite sensibilmente recuperando oltre la metà delle perdite da fine febbraio: la tabella qui di seguito mostra quanto ciascuna classe di attivo si discosta dalla tendenza prevalente prima dello scoppio del conflitto (e la massima deviazione raggiunta lo scorso 27 marzo).

Da questo semplice esame si conferma l’impatto (aggiustato per il rischio) maggiore subito dall’oro (la peggiore asset class), dall’euro/dollaro e dalle obbligazioni (nella tabella si evidenzia la salita dei tassi USA, ma per l’Eurozona sarebbe anche più evidente) rispetto alle azioni; questo resta vero anche dopo il rimbalzo successivo all’annuncio della tregua. Quindi, in prospettiva, una normalizzazione convincente dovrebbe avere maggiore impatto (sempre risk adjusted) sulle obbligazioni rispetto che sulle azioni e, in generale, sulle altre variabili in “zona rossa”.

La reazione positiva all’annuncio della tregua, del tutto coerente con il migliorato flusso di notizie dal punto di vista direzionale, riflette probabilmente anche la chiusura di posizioni corte ed altre tecnicalità, portando il +5% delle borse europee e il quasi 3% del BTP oltre la corretta proporzione.

Torna su