“Non scapperemo, non indietreggeremo. Non ci metteremo al riparo con giochi di Palazzo da far pagare agli italiani”, annuncia determinata la premier, Giorgia Meloni. E, quindi, avanti fino in fondo con questo governo, di cui viene ribadita compattezza e solidità. Anche con ringraziamenti ai due alleati vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, che le siedono accanto alla Camera, in quella che per le opposizioni avrebbe dovuta essere l’Informativa più difficile, dopo la batosta referendaria subìta dalla maggioranza sulla riforma della giustizia.
Ma il campo largo o campo progressista, come lo chiamano sia Elly Schlein che Giuseppe Conte, ormai in aperta competizione per la leadership, pur essendo arrivato primo con il No e con largo stacco non ha vinto, per parafrasare Pierluigi Bersani alle Politiche del 2013.
Che le opposizioni non abbiano vinto sul piano politico generale (ci sono le Politiche per questo) al referendum lo certifica il gioco di rimessa al quale sono costrette sia alla Camera che al Senato. La premier le spiazza giocando d’attacco, lanciando la sfida a farsi “vera alternativa di governo”, ad andare al confronto sulla “politica vera”, a fare proposte anche di politica estera, ricordando che il suo governo è fermamente contrario ad “alchimie di Palazzo, rimpasti, fasi 2,3,4 cari ad altre maggioranze, ad altri premier”. Meloni traccia un solco profondo, destinato a lasciare traccia, tra il suo governo e quelli precedenti dove in più di dieci anni ha sempre governato la sinistra. E lancia un monito: il prossimo governo non sarà scelto con le alchimie di Palazzo, ma come questo “con le elezioni”, dal voto degli italiani. Noi, la novità, sottolinea “saremo un’anomalia, ma siamo contro una politica che vuole sopravvivere a se stessa” senza assumersi l’onere di cercare di “cambiare le cose”. Ricorda alle opposizioni, citando una frase cara a Schlein, che se la segretaria del Pd si dice “testardamente unitaria” rispetto a una “maggioranza variopinta”, lei, Meloni, può ben dire di essere “testardamente unitaria” rispetto all’asse euro-atlantico, quel fronte dell’Occidente unito che “dura da 80 anni”, in barba a chi le chiede addirittura di scegliere “tra Europa e Usa”.
Risponde all’anti-trumpismo a prescindere, da propaganda, pur ricordando le sue critiche a Trump, a partire dai dazi e la “guerra non condivisa”, che già altri presidenti prima di lui (Obama e Biden) avevano iniziato a spostare i propri interessi sul bacino dell’Indo-Pacifico. Ma per tutta risposta alla sfida Schlein e Conte rispondono con il solito copione della rissa contro un “governo in 4 anni ha fatto 0 riforme”. Dopo aver contribuito a bocciare proprio la prima, quella sulla riforma della giustizia, il cui cantiere, avverte la premier, deve restare aperto per portare l’Italia “al livello delle democrazie occidentali”.
Che Meloni abbia citato per due volte Schlein farebbe ipotizzare superficiali ipotesi sul fatto che veda in lei la leader delle opposizioni. Ma che le cose non stanno così e che nel “campo progressista” la vittoria del No anziché fare a pezzi il governo ha riaccesso al contrario la guerra di leadership lo dice di fatto Conte che sibila: “Non sarà Meloni a decidere chi è il leader del campo progressista”. E alla fine solo Angelo Bonelli, leader dei Verdi in Avs, con la Sinistra di Nicola Fratoianni, si dice pronto ad andare a elezioni anticipate.







