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Parliamo seriamente di violenza giovanile?

Considerazioni impopolari sulla violenza giovanile. Il commento di Battista Falconi

È come se vivessimo una nuova pandemia, ce ne occupassimo solo all’emersione dei focus di contagio e provassimo a contrastarla non cercando un vaccino, bensì disponendo misure di contrasto ai contatti. Potremmo descriverla così, la fibrillazione più emotiva che razionale con cui si dibatte di violenza e giovani, cioè di ragazzi che ne sono vittime e artefici (anche in questo secondo caso i minori restano comunque vittime).

Lo scenario appare similare a quello di Covid. Il droplet in questo caso passa per la comunicazione digitale, per i dispositivi connessi a reti e social network. Il facile sillogismo è che per risolvere o almeno ridurre la diffusione di questa violenza “pestilenziale” -che porta poco più che bambini ad accoltellare la professoressa, pianificare stragi scolastiche, prendere a cinghiate una donna sull’autobus, ammazzare il coetaneo rivale a scuola o per la strada- basti limitare i media che sono l’amplificatore o il patogeno del male, come appare chiaro dal manifestarsi dei sintomi. Questa è la valutazione clinica di molti osservatori, anche esperti, almeno in teoria. In un web nemmeno troppo profondo e oscuro, il ragazzino assume informazioni per le sue nefandezze, chatta per portarle a termine o immaginarle, diffonde i video in cui le mostra e che divengono virali, per l’appunto.

L’adulto reagisce in modi standard: sgomento e orrore per l’accaduto, un cenno di autocritica generazionale, rinvio al cattivo esempio di un mondo sconvolto da conflitti feroci, ripetizione a mantra di parole chiave come ascolto e solitudine, affidamento a famiglia e scuola dei compiti di educazione con implicita accusa di non averli svolti adeguatamente, conseguente richiesta o concessione di risorse dedicate per assolverli, esperti che suffragano con qualche riferimento di letteratura scientifica o umanistica. Sfuma, in questo conformismo eziologico, diagnostico e terapeutico, persino la contrapposizione “destra vs sinistra”. Entrambe concordano che l’innovazione tecnologica consenta a fine di business la diffusione di contenuti pericolosi, ancorché la prima tenda ad accusare direttamente i giovani, specie se di origine straniera, e la seconda se la prenda con la “società”, senza tralasciare le accuse al governo che vanno sempre bene. Certo, ci sono i coltelli e anche lì la soluzione è ancor più ovviamente vietarli ed evitarli.

Non si nega certo che l’evoluzione tecno-mediale sia tanto accelerata da rendere necessario normarla, per quanto possibile, contrattando con le big tech (alcune recenti cause legali vanno in tal senso) e cercando di controllarne l’uso da parte dei minori. Ma la sua pervasività è dovuta a un’omeostasi globale che è impossibile arrestare. Non si nega neppure la ricorrenza di problematiche adolescenziali quali isolamento relazionale e dipendenza da schermo e social. Ma tenendo conto dell’eccezionalità statistica e delle specificità patologiche, nei casi in cui deflagra, e distinguendo l’articolazione fenomenologica, un maranza e un bullo che si impongono nel gruppo sono diversi dal “bravo ragazzo” che esplode improvvisamente.

Ci sono poi alcune ovvie condizioni demografiche, sociali e culturali di cui andrebbe tenuto conto. La prima è la progressiva rarità dei giovani, che determina tante lamentele e alcune proposte, per incentivare la genitorialità italiana o acquisire quella straniera. Ma senza interrogarsi sinceramente sulla riduzione dei figli da risorsa a problema, che coinvolge tutte le comunità umane, raggiunto un certo livello di benessere materiale, tant’è che si adotta anche di meno.

La seconda è lo smantellamento del sistema di regole che imponeva ai giovani i modelli adulti in modo verticale, attribuendo un potere impositivo oggi impraticabile a professori, genitori, preti, leggi, morali. Non abbiamo tenuto conto, nella rivoluzione degli ultimi decenni, che assieme a quelle regole specifiche scardinavamo le regole in assoluto, sostituendole con un sistema più comodo di confini soggettivi e aleatori tra obbligatorio, lecito e vietato. Ora ne constatiamo le controindicazioni.

La terza è che abbiamo giustamente espulso o marginalizzato le modalità di contrasto diretto che in passato fungevano da alfabetizzazione alla violenza, come il dileggio e l’aggressività, ma certe pulsioni esistono e in qualche modo vanno esorcizzate, altrimenti la loro periodica emersione in forma acuta è prevedibile. Detto ciò, non si stava affatto meglio quando accoglievamo, con quasi meno scandalo di oggi, giovani che si sparavano contro per ideologia, che assumevano sostanze psicotrope fino a morirne o rovinarsi irrimediabilmente, che si suicidavano per ragioni sentimentali in misura oggi impensabile.

Prendiamo in considerazione l’ipotesi che non si possa identificare sempre immediatamente una causa di qualunque errore. Né trovare la soluzione automatica perché non si ripeta. Il causalismo razionale affanna dietro all’evoluzione accelerata dei nostri tempi.

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