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Acciaio, che ne sarà di British Steel e dell’ex Ilva?

Il governo britannico sta per procedere alla nazionalizzazione di British Steel, che possiede gli ultimi due altiforni del Regno Unito. La situazione della società britannica è molto simile a quella di Acciaierie d'Italia: entrambe, peraltro, sono state prese di mira da Michael Flacks.

Il governo del Regno Unito sarebbe in procinto di procedere alla nazionalizzazione di British Steel, che si trova in una situazione molto simile a quella di Acciaierie d’Italia: entrambe le società sono in amministrazione straordinaria ed entrambe sono le uniche, nei rispettivi paesi, a essere dotate di altiforni per la produzione di acciaio “primario”.

COSA FARÀ IL GOVERNO BRITANNICO CON BRITISH STEEL

Secondo le fonti del Financial Times, il governo britannico procederà a breve con la piena nazionalizzazione di British Steel dopo che un anno fa aveva fatto ricorso ai poteri speciali per assumerne il controllo ed evitare così la chiusura degli altiforni da parte del gruppo cinese Jingye, che l’aveva acquisita nel 2020.

La gestione profittevole degli altiforni di Scunthorpe si è rivelata complicata già in passato. Nel 2016, infatti, British Steel venne ceduta dal gruppo indiano Tata Steel al fondo di private equity Greybull Capital, che la acquistò al prezzo di 1 sterlina. Solo pochi anni dopo, però – nel 2019 -, la società fallì, per passare poi in mano a Jingye.

L’intervento pubblico ha evitato il licenziamento di 3500 operai, ma British Steel è in perdita e il governo britannico sta spendendo centinaia di milioni di sterline per mantenerla in attività: più precisamente, 377 milioni solo tra aprile e gennaio scorso; entro giugno la spesa potrebbe arrivare a 615 milioni. Il caso di Acciaierie d’Italia, che perde circa un milione di euro al giorno e dipende dai prestiti governativi, è molto simile.

LA SITUAZIONE CON JINGYE

Il governo britannico non può vendere British Steel, né in parte né tutta, e non può nemmeno prendere delle decisioni sulla sua strategia industriale perché la società è ancora sotto il controllo economico di Jingye. Il gruppo cinese ha rifiutato l’offerta di 100 milioni di sterline presentata il mese scorso da Londra, chiedendo un indennizzo di oltre 1 miliardo.

Per sbloccare la situazione, il governo britannico ha recentemente classificato British Steel come “asset strategico nazionale”: in questo modo, potrebbe fare ricorso alla legislazione in materia di sicurezza nazionale per imporre la nazionalizzazione della società.

LA TRANSIZIONE DI BRITISH STEEL

Come detto, lo stabilimento di British Steel a Scunthorpe ospita gli ultimi due altiforni attivi del Regno Unito, rilevantissimi perché producono acciaio primario, una varietà ottenuta dal minerale ferroso che è qualitativamente diversa dall’acciaio “secondario”, ricavato dai rottami. Il sito di Scunthorpe produce il 95 per cento dell’acciaio utilizzato nella rete ferroviaria del Regno Unito.

Il governo, tuttavia, vorrebbe incoraggiare l’elettrificazione dei processi di British Steel in modo da ridurne le emissioni – anche il governo italiano ha preparato, per l’ex-Ilva, un passaggio dagli altiforni ai forni elettrici -, ma la transizione causerebbe la perdita di migliaia di posti di lavoro.

IL PIANO DI MICHAEL FLACKS

L’imprenditore inglese Michael Flacks, noto per aver fatto fortuna risanando aziende in difficoltà e in trattative per l’acquisto di Acciaierie d’Italia, ha detto di essere interessato a comprare British Steel per aggregarla all’ex-Ilva e farne un grande conglomerato siderurgico europeo.

LA SITUAZIONE DI ACCIAIERIE D’ITALIA

A fine dicembre i commissari di Acciaierie d’Italia hanno avviato una trattativa in esclusiva con il fondo di Michael Flacks – Flacks Group, con sede negli Stati Uniti – per la vendita della società. Il fondo ha offerto solo 1 euro per acquisire gli impianti dell’ex-Ilva, promettendo però un investimento di 5 miliardi: il piano di rilancio prevede il raddoppio della produzione siderurgica a quattro milioni di tonnellate all’anno e l’aumento del numero degli addetti a 8500 unità.

Come riportato da Energia Oltre, però, c’è tensione tra Flacks Group e il governo italiano. Il fondo, infatti, “ha definito ‘irricevibili’ alcune richieste dei commissari straordinari, invocando un supporto pubblico più marcato — un vendor loan — per far ripartire gli impianti”. Su cinque altoforni del sito di Taranto, attualmente ne è in funzione solo uno – l’altoforno 4 -, ma nei prossimi mesi dovrebbe tornare in attività anche il 2. L’altoforno 1, invece, fermo dallo scorso maggio a causa di un incendio, rimane ancora sotto sequestro per decisione della procura di Taranto.

Il piano di Flacks Group prevede la partecipazione del governo al capitale sociale di Acciaierie d’Italia con una quota del 40 per cento, che il fondo potrebbe eventualmente acquistare in futuro al prezzo di 500 milioni-1 miliardo.

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