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Nuovo caso Sigonella? L’analisi del generale Tricarico

L'Italia ha vietato l'uso della base di Sigonella agli Stati Uniti: "Fuori dal quadro Nato serve autorizzazione”. Conversazione con Leonardo Tricarico, già capo di Stato maggiore dell'Aeronautica militare

Il caso Sigonella riapre il nodo basi Usa.

Il diniego italiano all’utilizzo della base siciliana apre un nuovo fronte di riflessione nei rapporti tra Roma e Washington. La decisione del ministro della Difesa Guido Crosetto, maturata dopo aver scoperto un piano di volo americano comunicato a operazione già in corso, riporta al centro il tema della sovranità nazionale sulle basi militari e dei limiti operativi degli alleati alla luce delle regole d’ingaggio e degli accordi internazionali.

Un episodio che, nel pieno delle tensioni in Medio Oriente, solleva interrogativi più ampi non solo sul ruolo dell’Italia, ma anche e soprattutto sulla postura europea e sugli equilibri all’interno dell’Alleanza Atlantica.

Start Magazine ne ha parlato con il generale Leonardo Tricarico, presidente della Fondazione Icsa, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare.

Generale, il diniego agli Stati Uniti dell’uso della base di Sigonella da parte del nostro Paese rappresenta un momento decisivo. Si tratta di un episodio isolato o di un segnale più ampio di ridefinizione dei rapporti tra Italia e alleato transatlantico storico?

“Direi che si tratta di un segnale, il cui isolamento è da interpretare soltanto in relazione agli altri paesi europei. Salvo la Spagna, mi pare che ancora una volta ci sia da sottolineare l’assenza dell’Europa in quanto tale o addirittura c’è stata una posizione apparentemente europea, molto apparentemente europea, quella dell’Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue, Kaja Kallas, che l’altro giorno ha rimbrottato il Segretario di Stato Usa Marco Rubio. Non si sa se con un consenso unanime dei Paesi membri, con parole anche abbastanza grossolane, comunque con accuse dirette. Non so invece se si sia operata per fare una cosa che veramente andrebbe fatta, cioè mettere insieme una visione comune dell’Europa rispetto a questa guerra che sta rischiando di far precipitare gli equilibri del Medio Oriente e livello globale”.

Secondo lei siamo di fronte a un nuovo caso Sigonella come quello dell’11 ottobre 1985 ai tempi di Bettino Craxi?

“Il Presidente Craxi dovette intervenire a posteriori, quando un fatto illecito era già stato compiuto ed era in procinto di proseguire. In questo caso non so se il nostro governo abbia avuto una richiesta di utilizzo della base, comunque che l’abbia ricevuta o no è un intervento preventivo”.

Da quanto emerso dalle ricostruzioni stampa, i voli americani non rientravano nelle attività logistiche previste dagli accordi. Può chiarire quali sono le regole d’ingaggio per basi militari come Sigonella e cosa distingue un volo autorizzato da uno che richiede un via libera politico esplicito?

“Io non so quali voli siano stati effettuati. Posso dire che ci sono regole che vanno seguite. Sono regole che risalgono agli anni 50, da questi principi fondamentali è derivata una regolamentazione che è arrivata a definire nel dettaglio, base per base, quali dovevano essere le norme, osservate dai Paesi ospitati, che non è mai sufficiente rimarcare ospitati. Si tratta infatti di basi italiane, concesse in uso e chi le utilizza è da ritenersi un ospite. C’è un principio fondamentale cui si uniformano le norme – sia quelle del 50, la norma Nato SOFA (Status of Forces Agreement), sia quelle discendenti – ed è che tutte le attività che vengono compiute su queste basi devono essere inquadrate nel contesto Nato. Al di fuori di questo contesto va chiesta sempre un’autorizzazione esplicita al governo italiano”.

Come ha citato poco fa, la Spagna ha fatto un passo decisamente più netto, chiudendo non solo le basi ma anche il proprio spazio aereo e i voli legati all’operazione in Iran. Secondo lei siamo di fronte a un cambio di postura in Europa verso le operazioni americane?

“Non abbiamo capito quale postura abbia l’Europa. Credo che la scelta di affidare la responsabilità della politica estera europea a un esponente di un Paese baltico, e di fare lo stesso per il commissario europeo alla Difesa, anch’egli proveniente dalla stessa area, abbia determinato una sensibilità – forse eccessiva – verso la guerra russo-ucraina e il fronte nord. Non altrettanto si può dire, invece, per quanto riguarda la loro attenzione e visione strategica sul fronte sud, che è quello di cui stiamo parlando. Quindi è auspicabile che quanto prima, se l’Europa vuole dare prova di vitalità, metta a punto, se possibile, una visione comune dei Paesi europei rispetto al conflitto in atto e a quello che in prospettiva potrebbe destabilizzare anche irreversibilmente gli equilibri internazionali”.

Quindi, in conclusione, c’è il rischio di una frattura politica all’interno dell’Alleanza Atlantica?

“In questo momento si può parlare di Nato soltanto se la Turchia decidesse avvalersi della facoltà di invocare l’articolo 5, in quanto attaccata da un paese ostile, verosimilmente l’Iran, già in più occasioni con missili intercettati dal sistema dell’Alleanza. In tutti gli altri casi non è possibile parlare di Nato perché il suo principio fondante è quello di essere un’alleanza difensiva. L’operazione invece che Israele e Stati Uniti stanno conducendo nei confronti dell’Iran e dei paesi vicini non si può classificare come un’operazione difensiva. L’Alleanza segue quindi un proprio binario, ha regole e ambiti ben definiti, e può interagire con quanto sta accadendo solo nella misura in cui uno Stato membro – come la Turchia – sia oggetto di un attacco. Al momento, tuttavia, non risulta che Ankara abbia manifestato la volontà di avvalersi di questa facoltà”.

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