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Nexi, perché Cdp ha silurato Bertoluzzo

Tra regia dei soci (in primis Cdp), nodo Borsa e malumori sulla gestione, cambio al vertice di Nexi: Mingrone prende il posto di Bertoluzzo. Fatti, nomi e approfondimenti.

Cambio della guardia a Nexi. Paolo Bertoluzzo lascia dopo dieci anni la guida del gruppo dei pagamenti digitali e il testimone passa a Bernardo Mingrone, già deputy general manager e direttore finanziario della società. Una successione formalmente lineare, ma che in realtà racconta molto di più: nuovi equilibri tra soci, mercato sempre più scettico e una crescente insofferenza per una gestione ritenuta non più allineata alla fase attuale, secondo gli azionisti forti della società.

LA REGIA DEI SOCI E IL PESO DI CDP

Il punto di partenza è negli assetti proprietari. Secondo quanto risulta a Startmag, la decisione è stata presa da Cassa depositi e prestiti, che detiene circa il 19,1% del capitale, d’intesa con l’altro grande azionista, Hellman & Friedman, al 22,2%, oggi i due veri perni della governance dopo l’uscita definitiva di Bain e Advent.

Non è un dettaglio. Per Cdp, Nexi rappresenta un asset strategico nell’infrastruttura europea dei pagamenti digitali. E questo spiega anche il livello di attenzione sulla governance e sulle scelte industriali.

Una decisione presa in tempi rapidi ma non frutto dell’emotività. Il cambio non è stato dettato da un impulso improvviso, bensì da una valutazione maturata nel tempo. E la scelta è ricaduta su Mingrone per garantire operatività immediata, essendo lui un dirigente di lungo corso all’interno della società. Alla base, sempre secondo quanto risulta a Startmag, c’è una insoddisfazione per l’andamento complessivo della gestione, rafforzata da segnali arrivati con chiarezza dal mercato.

IL VERDETTO DELLA BORSA

Ed è proprio la Borsa ad aver pesato in modo decisivo. Nexi arriva a questo passaggio con un titolo in difficoltà su tutti gli orizzonti temporali: dai 9 euro dell’Ipo del 2019 fino ai massimi sopra i 19 euro toccati tra il 2020 e il 2021, per poi scivolare progressivamente sotto quota 3 euro.

Dai picchi, il titolo ha perso oltre l’80% del proprio valore. Negli ultimi sei mesi il calo è stato intorno al 40%, mentre nell’ultimo anno la discesa è stata altrettanto significativa. E ancora più recente è il segnale più forte: il tonfo di inizio marzo, quando la presentazione del piano industriale ha provocato ribassi fino al 20% in una sola seduta.

Neppure la nomina di Mingrone ha invertito subito il sentiment: a Piazza Affari oggi il titolo ha ceduto circa il 2,5%, scivolando sotto i 3 euro e sottoperformando il mercato. Un segnale chiaro di cautela da parte degli investitori.

I NUMERI (E I LIMITI) DELLA CRESCITA

Eppure i numeri dell’era Bertoluzzo raccontano una trasformazione profonda. Lo stesso ex ceo rivendica come in dieci anni Nexi sia diventata un leader europeo dei pagamenti, con un Ebitda oltre 1,9 miliardi e una generazione di cassa sopra gli 800 milioni. Una crescita costruita anche attraverso acquisizioni importanti, che oggi però presentano il conto: il gruppo ha svalutato per circa 3,7 miliardi gli asset acquistati negli anni passati, riflettendo il ridimensionamento delle valutazioni del settore.

Il modello sta cambiando. In base al piano industriale, Nexi prevede di generare circa 2,4 miliardi di euro di cassa nel triennio 2026-2028 e di restituirne oltre 1,1 miliardi agli azionisti sotto forma di dividendi. Una scelta che segna il passaggio da una logica di espansione a una di stabilizzazione, ma che il mercato ha accolto con freddezza.

UNA STRATEGIA SOTTO PRESSIONE

Il piano industriale ha segnato proprio questo cambio di paradigma: meno crescita aggressiva, più focus sulla cassa. Ma gli investitori hanno mostrato perplessità sulla visibilità dei ricavi e dei margini nel breve termine.

Pesano fattori strutturali: la rinegoziazione di contratti con le banche, la pressione competitiva e un contesto in cui nuove tecnologie, dall’intelligenza artificiale alle piattaforme digitali globali, stanno ridefinendo il settore dei pagamenti.

È in questo contesto che maturano le valutazioni degli azionisti.

MINGRONE, CONTINUITÀ OPERATIVA E FOCUS SULL’ESECUZIONE

La scelta di Mingrone va letta in questa chiave. Non un manager esterno, ma una soluzione interna e immediatamente operativa. Una figura che conosce la macchina – è in Nexi dal 2016 – e che ha gestito in prima persona le leve finanziarie del gruppo.

Il presidente Marcello Sala lo ha definito “la persona più idonea a guidare Nexi nella sua nuova fase di sviluppo”, evidenziando la sua capacità di operare “in contesti complessi e in evoluzione”.

Lo stesso Mingrone ha parlato di “fondamenta solide”, citando scala europea, capacità di generazione di cassa e potenziale di crescita. Un messaggio che punta alla continuità, ma con un accento più marcato sull’esecuzione.

IL SEGNALE PERSONALE

Non a caso, il primo atto è stato un investimento diretto. Il nuovo amministratore delegato ha acquistato azioni Nexi, definendo l’operazione “un segnale concreto del mio impegno verso il futuro della società” e della fiducia nel suo potenziale.

Un gesto che vuole parlare al mercato più delle parole.

GOVERNANCE, EREDITÀ E NUOVA FASE

Il cambio al vertice si accompagna a un riassetto più ampio della governance. Alcuni consiglieri hanno lasciato il board e sono stati sostituiti, in linea con i nuovi equilibri tra gli azionisti. Un segnale che la partita non riguarda solo il management, ma l’intero assetto di comando del gruppo.

In questo contesto si chiude anche la lunga stagione di Paolo Bertoluzzo, che rivendica i risultati ottenuti: la trasformazione di Nexi in un leader europeo dei pagamenti, con ricavi e margini in crescita e una forte generazione di cassa.

Ma il mercato guarda avanti. E oggi chiede altro: visibilità, ritorni e capacità di competere in un settore sempre più affollato.

È qui che si gioca la partita di Mingrone.

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