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Colpire l’isola iraniana di Kharg: azzardo calcolato?

Obiettivi e scenari sul raid Usa contro obiettivi militari sull’isola iraniana di Kharg. Il punto di Torlizzi tratto da X.

Kharg Island: la logica dell’azzardo calcolato Il raid statunitense contro obiettivi militari sull’isola iraniana di Kharg segna un passaggio strategico delicato nella guerra nel Golfo.

IL RUOLO DELL’ISOLA DI KHARG

Kharg è il cuore del sistema petrolifero iraniano. Da questa piccola isola nel Golfo Persico transita circa il 90% delle esportazioni di greggio del Paese. Qui convergono gli oleodotti che collegano i grandi giacimenti dell’Iran, Ahvaz, Marun, Gachsaran, con i terminal di carico per le superpetroliere dirette soprattutto verso l’Asia.

I NUMERI

Colpire direttamente le infrastrutture petrolifere avrebbe significato togliere immediatamente dal mercato fino a 1,5-1,7 milioni di barili al giorno. Non è successo. Gli Stati Uniti hanno scelto di colpire obiettivi militari evitando depositi, pipeline e pontili di carico. Il messaggio è chiaro: escalation controllata. Ma il precedente è stato stabilito.

PERCHE’ FU RISPARMIATA

Per decenni Kharg è rimasta sostanzialmente intoccabile anche nei momenti più tesi della rivalità regionale. Durante la guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta gli attacchi colpirono petroliere e infrastrutture periferiche, ma il nodo centrale delle esportazioni iraniane venne risparmiato proprio per evitare un’escalation energetica globale. Ora quella linea rossa appare meno solida.

L’AZZARDO CALCOLATO

Ed è qui che entra in gioco la logica dell’azzardo calcolato. Il bombardamento delle strutture militari di Kharg Island con l’infrastruttura petrolifera lasciata intatta sembra infatti dettato dall’orologio dei mercati. Washington sa che riaprire lo Stretto di Hormuz con un’operazione militare richiederebbe settimane, forse mesi. Tempo che il mercato del petrolio semplicemente non ha. L’annuncio del raid non è stato casuale: comunicato nel fine settimana, con circa 48 ore per permettere ai mercati di assorbire lo shock prima dell’apertura asiatica.

LE MIRE DI TRUMP

Allo stesso tempo Trump ha segnalato esplicitamente il possibile passo successivo: le infrastrutture energetiche iraniane. Un ultimatum implicito a Teheran affinché smetta di ostacolare i transiti nello Stretto.

DOSSIER BRENT

Sul piano politico interno il calcolo è altrettanto chiaro. Se il rischio è comunque quello di vedere il Brent avvicinarsi a 200 dollari al barile, meglio affrontare lo shock ora, con diversi mesi di margine prima delle elezioni di midterm per gestire la normalizzazione.

L’UNICA MOSSA RIMASTA

L’alternativa, dichiarare vittoria e ritirarsi, lascerebbe invece l’Iran con una leva permanente sulla giugulare energetica del sistema globale. Per Washington è una prospettiva inaccettabile. Hormuz deve riaprire. E in questo contesto, l’azzardo calcolato potrebbe essere l’unica mossa rimasta.

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