Se la guerra ha ristretto la gamma delle opzioni istituzionali, è stato l’equilibrio di potere all’interno della Repubblica islamica a determinare l’esito finale. In un certo senso, la questione della successione non è mai stata vista soltanto come una questione di qualifiche clericali o di simbolismo ideologico.
Era anche, molto concretamente, una questione di quale fazione dello Stato avrebbe definito l’ordine post-Khamenei.
All’interno della struttura di leadership ad interim, il presidente Pezeshkian era ampiamente considerato la figura più debole. Associato sul piano istituzionale al campo riformista, la sua posizione rifletteva tuttavia una strategia perseguita da tempo da moderati e riformisti all’interno del sistema: conquistare la presidenza per ottenere un posto in qualunque eventuale assetto di leadership ad interim fosse emerso dopo la morte di Ali Khamenei.
L’aspettativa era che una simile posizione potesse offrire leva per influenzare il processo di successione. In questo contesto, figure come l’ex presidente Hassan Rouhani, Hassan Khomeini — nipote dell’ayatollah Ruhollah Khomeini — o altri religiosi dalla reputazione relativamente moderata venivano spesso considerate alternative preferibili.
La loro selezione avrebbe preservato la struttura istituzionale della Repubblica islamica, ammorbidendone però potenzialmente l’orientamento politico.
Altri centri di potere dello Stato affrontavano la questione da una prospettiva molto diversa. Per gli attori radicati nel potere giudiziario, nell’apparato di sicurezza e in particolare nei Guardiani della Rivoluzione islamica (IRGC), la priorità era salvaguardare l’attuale configurazione del potere. Figure come il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i e il comandante ad interim dei Pasdaran Ahmad Vahidi erano strettamente allineate a questa visione. Così anche Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento ed ex comandante dei Guardiani, da tempo associato a reti favorevoli a Mojtaba Khamenei.
Questi allineamenti riguardavano meno l’affiliazione ideologica che gli interessi istituzionali. Negli ultimi due decenni, l’apparato della sicurezza — e soprattutto i Pasdaran — è diventato il pilastro più potente della Repubblica islamica. La sua influenza si estende alla sfera militare, all’apparato di intelligence e ad ampie porzioni dell’economia. Dal punto di vista di questi attori, la questione della successione riguardava fondamentalmente la preservazione di un ambiente politico nel quale la loro autorità e le loro reti sarebbero rimaste intatte.
Mojtaba Khamenei offriva una soluzione che pochi altri candidati potevano eguagliare. Pur non avendo la statura clericale formale di alcuni alti religiosi, possedeva un diverso insieme di vantaggi. Per anni aveva operato vicino al centro del potere, mantenendo relazioni con elementi chiave dell’apparato di sicurezza e acquisendo una profonda familiarità con il vasto apparato burocratico che circonda l’ufficio del padre.
Quell’apparato — costruito in decenni da Ali Khamenei — funziona come uno dei nodi centrali di coordinamento dello Stato iraniano. Un successore già inserito nelle sue reti avrebbe ridotto al minimo le perturbazioni in un momento delicato.
Altrettanto importante, Mojtaba rappresentava continuità non solo sul piano istituzionale, ma anche in termini di composizione delle élite. La sua elevazione rassicurava quanti, nel nucleo della sicurezza del sistema, temevano cambiamenti nella distribuzione di fondo del potere. Al contrario, candidati alternativi — in particolare quelli associati a circoli più pragmatici o riformisti — portavano con sé la possibilità, per quanto limitata, di riequilibrare i rapporti tra le fazioni concorrenti dello Stato.
L’ambiente strategico più ampio ha ulteriormente rafforzato questa preferenza per la continuità. L’élite al potere in Iran si trovava ad affrontare una combinazione senza precedenti di pressioni: un grande conflitto esterno, un profondo malcontento interno e una crescente incertezza sulla tenuta della base sociale del regime. In tali condizioni, sperimentare al vertice del sistema appariva rischioso. Un cambiamento istituzionale — anche limitato — avrebbe potuto facilmente innescare nuove rivalità o indebolire la coesione dell’apparato di sicurezza da cui il regime dipende in misura crescente.
Anche il sostegno del nucleo ideologico della Repubblica islamica ha pesato molto in questo calcolo. Sebbene la popolarità complessiva del regime si sia significativamente erosa, esso continua a fare affidamento su una base di sostenitori convinti che vedono il sistema non tanto come un fornitore di benefici economici e sociali, quanto come un progetto fondato su principi religiosi e rivoluzionari.
Qualunque mossa verso una trasformazione istituzionale esplicita — come l’abbandono della dottrina della velayat-e faqih o la sostituzione della Guida Suprema con un’autorità collettiva — rischierebbe di alienare questa componente.
In questo contesto, la candidatura di Mojtaba Khamenei offriva un potente vantaggio simbolico. In quanto figlio del leader defunto e membro di una famiglia profondamente associata alla narrazione ideologica della Repubblica islamica, poteva fungere da ponte tra l’élite della sicurezza del regime e la sua base lealista. La sua scelta rassicurava i primi sul fatto che la loro posizione istituzionale sarebbe rimasta protetta, mentre segnalava ai secondi che il progetto rivoluzionario sarebbe proseguito senza interruzioni.
Per queste ragioni, l’ascesa di Mojtaba riflette più dell’esito di manovre tra élite. Incarna quella che si potrebbe chiamare la logica della continuità assoluta: la preservazione non solo del quadro istituzionale della Repubblica islamica, ma anche della coalizione di attori che lo sostiene da decenni.
Nel mezzo della guerra e della crisi interna, questa logica ha infine prevalso sulle alternative che avrebbero potuto promettere aggiustamenti, ma portavano con sé il rischio di destabilizzare il nucleo del sistema.
Continuità in patria, coerenza all’estero
L’ascesa di Mojtaba Khamenei è significativa soprattutto per il tipo di continuità che rappresenta. La sua nomina preserva sia l’architettura istituzionale della Repubblica islamica sia la configurazione di potere che è arrivata a dominarla negli ultimi due decenni. In questo senso, la transizione segnala non solo la sopravvivenza del sistema, ma anche il consolidamento del suo carattere sempre più securitario.
Sul piano interno, Mojtaba era probabilmente l’unica figura in grado di rappresentare una continuità così completa.
Candidati alternativi come Rouhani o Khomeini avrebbero potuto preservare la struttura della Repubblica islamica introducendo però un tono politico e un orientamento di lungo periodo in parte diversi. La scelta di Mojtaba, al contrario, suggerisce che sia la struttura sia la logica di governo del sistema resteranno in larga misura immutate.
Date le circostanze attuali del regime — guerra, sanzioni e conseguenze di una brutale repressione interna — le prospettive di una riforma significativa appaiono limitate. La ristrutturazione economica resta vincolata da sanzioni e isolamento, mentre una liberalizzazione politica sostanziale rischierebbe di indebolire ulteriormente un regime che già affronta un profondo malcontento sociale.
In queste condizioni, la priorità immediata della leadership sarà con ogni probabilità il consolidamento più che la riforma.
I legami stretti di Mojtaba con l’apparato di sicurezza suggeriscono che il governo continuerà a fare forte affidamento sugli strumenti di controllo che negli ultimi anni sono arrivati a definire la Repubblica islamica.
Al tempo stesso, la leadership potrebbe cercare di rafforzare la coesione interna attraverso una selettiva ristrutturazione delle élite.
Resta incerto se Mojtaba continuerà a fare affidamento sulla vecchia generazione di funzionari che lavorava a stretto contatto con il padre oppure promuoverà gradualmente una leva più giovane all’interno dell’apparato di sicurezza.
Nei Pasdaran, comandanti più giovani hanno espresso sempre più spesso critiche nei confronti della cosiddetta vecchia guardia, combinando spesso una fedeltà ancora più dura al sistema con una visione un po’ più nazionalista. Tali tensioni potrebbero tradursi in cambiamenti ai vertici della gerarchia militare e della sicurezza mentre Mojtaba consolida la propria autorità.
Al di là dei confini iraniani, la logica della continuità ha un significato ulteriore. La strategia regionale della Repubblica islamica si fonda in larga misura su una rete di attori alleati all’interno dell’Asse della Resistenza.
Per questi gruppi, la Guida Suprema iraniana non è soltanto una figura politica, ma anche un punto di riferimento ideologico centrale. Il nome Khamenei porta con sé un notevole peso simbolico lungo tutta questa rete, e lo status di Mojtaba come figlio di un leader ampiamente presentato come “martire” rafforza quel capitale simbolico.
Anche se non possiede lo stesso livello di autorità religiosa del padre, la sua identità e la sua discendenza lo rendono particolarmente adatto a preservare un certo grado di coerenza ideologica tra questi attori.
Questa continuità invia inoltre un segnale importante ai partner esterni dell’Iran. Russia e Cina si sono mosse rapidamente per riconoscere la nomina di Mojtaba, definendola conforme agli assetti costituzionali dell’Iran.
Per Teheran, mantenere la fiducia di queste potenze è particolarmente importante in un momento di confronto con l’Occidente. Sia Mosca sia Pechino svolgono un ruolo cruciale nel fornire copertura diplomatica — soprattutto in istituzioni internazionali come il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite — e nel sostenere i partenariati economici e strategici dell’Iran.
Scegliendo un successore strettamente associato all’attuale orientamento strategico della Repubblica islamica, la leadership iraniana ha rassicurato questi partner sul fatto che il più ampio allineamento geopolitico di Teheran sarebbe rimasto stabile.
C’è anche una certa ironia nell’esito. La pressione esterna esercitata da Stati Uniti e Israele potrebbe aver contribuito a produrre proprio lo scenario che avrebbero preferito evitare. La guerra ha compresso il processo decisionale del regime e ha accresciuto il valore della continuità rispetto alla trasformazione.
Inoltre, la dichiarazione pubblica del presidente Donald Trump, che ha respinto Mojtaba come successore accettabile, ha involontariamente rafforzato l’argomento interno a suo favore.
Nella logica ideologica della Repubblica islamica, il candidato più apertamente osteggiato dagli avversari esterni può essere facilmente presentato come il custode più adatto del progetto rivoluzionario.
L’ascesa di Mojtaba Khamenei mette in luce uno schema ricorrente nell’evoluzione politica della Repubblica islamica: le crisi tendono a consolidare il sistema, non a trasformarlo. Momenti che altrimenti potrebbero aprire spazi per una riconsiderazione istituzionale spingono invece l’élite del regime verso una maggiore coesione e verso una più forte dipendenza dalle strutture che storicamente ne hanno sostenuto il dominio.
(Estratto da Appunti)







