Nelle relazioni internazionali il potere non è mai scomparso. Negli ultimi decenni è rimasto nascosto dietro istituzioni, trattati e commercio globale. Oggi è tornato a mostrarsi senza maschera.
Il “potere è potere”, per dirla con la regina Cersei del “Trono di Spade”, quando le relazioni diplomatiche regrediscono alle logiche di potenza del Novecento, quando il nuovo disordine globale sembra non fondarsi più, o almeno non soltanto, sul PIL e sulla creazione di ricchezza.
Il principio della forza sembra prevalere soprattutto nel martoriato Medio Oriente, dove la storia recente sgrana un dolente rosario di tragedie.
Nel 1977 John Kenneth Galbraith definiva Età dell’Incertezza quegli anni segnati dallo smarrimento: la crisi petrolifera del 1973 metteva fine ai “Trenta Gloriosi” anni della crescita del secondo Dopoguerra, i paesi avanzati si scoprirono improvvisamente vulnerabili al ricatto energetico. L’incertezza descritta da Galbraith era il dubbio razionale di chi non riusciva più a prevedere la direzione dello sviluppo economico e della diffusione del benessere.
Nel 2022, in GAM, avevamo aggiornato questa visione parlando di “Iper-incertezza”, riflettendo un contesto dove la velocità e la complessità degli shock globali rendevano pressoché impossibile ogni proiezione.
Oggi anche quella definizione sembra inadeguata, siamo entrati nell’Età del Caos.
Si tratta di un cambiamento strutturale, non di differenze semantiche: non siamo più di fronte a un futuro difficile da decifrare, ma a una frammentazione violenta dell’ordine mondiale e alla moltiplicazione dei centri di potere. Gli Stati Uniti si ritirano nella ridotta del nazionalismo isolazionista, gli spazi di influenza politica ed economica lasciati sguarniti vengono colmati da nuove alleanze e nuovi attori.
L’incertezza di Galbraith era figlia di un sistema che cercava ancora un equilibrio, il caos attuale nasce dal rifiuto del vecchio equilibrio e dall’incapacità (e inadeguatezza) di costruirne uno nuovo. Le regole del diritto internazionale, argine comune alle crisi, vengono ignorate o calpestate, prende il sopravvento una sorta di “anarchia geopolitica” dove la forza militare e la rottura sistematica di storiche relazioni diplomatiche e legami economici sono diventate le uniche costanti.
I mercati sembrano però dare prova di una certa assuefazione alla nuova età del caos, quasi “mitridatizzati” alle emergenze permanenti.
Nella scorsa settimana le borse hanno corretto senza panico, prevale l’aspettativa di un disimpegno da una guerra che a tutti conviene sia breve. Come in effetti fu breve la “Guerra dei dodici giorni” del giugno del 2025.
La reazione più violenta all’attacco all’Iran sono stati i rialzi a doppia cifra delle materie prime energetiche, tutto dipenderà dalla durata: nel conflitto dello scorso giugno l’obiettivo era circoscritto e comunicato con chiarezza, la distruzione dei siti nucleari iraniani. Questa volta gli obiettivi si confondono e sovrappongono, la strategia di medio termine non sembra altrettanto chiara.
I prezzi del petrolio sono tesi ma si trovano nella condizione di “backwardation”, ovvero il prezzo a breve è più alto rispetto a quello dei contratti futures con scadenze lunghe, un segnale di timori di shock dell’offerta e di scarsità immediata.
Per lo Stretto di Hormuz non transitano solo petroliere e cargo, da lì passa anche una parte del prossimo futuro dei mercati azionari. Nevralgico per la fornitura energetica globale, i mercati si interrogano su quanto durerà la fase acuta della crisi mentre la normalizzazione resta lo scenario base.
Ciò nondimeno, la compiacenza è essa stessa un’insidia, non vanno trascurati i pericoli di rischi di coda di possibili escalation.
Anche con la riapertura dello Stretto, la percezione del rischio rimarrà elevata, con conseguenze sulle coperture assicurative, più care o addirittura revocate, sulle rotte delle navi mercantili, a rischio di inversioni di rotta o deviazioni, sul traffico aereo e i flussi commerciali che potrebbero continuare a subire interruzioni. Fenomeni che contribuiranno ad aumentare i costi e i ritardi lungo i principali corridoi commerciali globali est-ovest.
Le preoccupazioni per l’inflazione hanno spinto in alto il rendimento del Treasury, il dollaro si è rafforzato.
Prezzi del petrolio più elevati, e il loro inevitabile canale di trasmissione verso l’economia reale, complicano il lavoro delle banche centrali che potrebbero essere costrette a mantenere condizioni finanziarie restrittive, con la traiettoria della disinflazione più incerta e irregolare.
In questi stessi giorni il governo cinese ha rivisto al ribasso le aspettative di crescita, portandole al 4,5%–5,0%. Il rallentamento nelle forniture di petrolio iraniano, per quanto non decisive per il fabbisogno energetico del Paese (la Cina dispone di scorte consistenti) contribuisce comunque ad aumentare il costo dell’approvvigionamento energetico.
Per le scelte allocative di portafoglio, uno scenario così imprevedibile suggerisce prudenza selettiva, non disimpegno. Diversificazione ampia, anche sulle materie prime, lo raccomandiamo da tempo, non una riduzione indiscriminata del rischio. La storia recente dei mercati mostra che gli shock geopolitici vengono spesso assorbiti con relativa rapidità; diventano eventi di rottura strutturale soltanto quando la distruzione dell’offerta è persistente.
Il costo in vite umane resta sempre incommensurabile rispetto a qualsiasi conseguenza sui mercati finanziari. Nella sua tragicità, questo è un evento ad alto impatto ma non è ancora un evento sistemico.
Le variabili decisive restano il tempo e il prezzo del petrolio. In un’epoca dominata dal rumore geopolitico, gli investitori ricordino una regola semplice: osservare i segnali, i meccanismi della trasmissione economica, non inseguire i rumori degli headline.
Anche nell’età del caos, i mercati continuano a premiare chi resta paziente e capace di distinguere tra rischio reale e paura momentanea.







