Come reazione immediata all’attacco, sin dalle 10:45 le autorità iraniane hanno provveduto a chiudere lo spazio aereo nazionale. La replica cinetica è seguita a breve distanza tra le 11:44 e le 11:56, quando l’IDF, che aveva già fatto attivare le sirene su tutto il territorio israeliano alle 10:13 e dichiarato formalmente lo stato di emergenza alle 10:26, ha segnalato l’arrivo di una prima salva di missili, a cui ne sono succedute svariate altre nelle ore successive, che però non hanno seguito uno schema strutturato. Queste, infatti, nonostante in una prima fase siano state indirizzate prioritariamente contro Israele e una pluralità di basi militari statunitensi in Medio Oriente, con la progressiva erosione degli arsenali a più lungo raggio di Teheran, in particolare con l’esaurimento di MRBM e SRBM, si sono concentrate sempre di più in una campagna diffusa contro obiettivi anche simbolici, senza che si tenesse conto dell’impiego di tattiche saturanti. Sotto questo punto di vista, sembra che Teheran avesse accuratamente pianificato uno scenario di minaccia esistenziale alla Repubblica Islamica, valorizzando il ritorno di esperienza dalla Guerra dei 12 Giorni. In questo senso, avrebbe predisposto avvicendamenti, ridondanze di comando e rappresaglie automatiche decentrate per preservare la capacità operativa in caso di gravi interruzioni della catena di comando. In effetti, la disarticolazione della struttura C2 iraniana da parte israeliana, sebbene non si sia rivelata completa, dato che il Presidente della Repubblica, Masoud Pezeshkian, e altre figure di spicco come il Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale (SNSC – Supreme National Security Council), Ali Larijani, si sono salvate, ha indubbiamente compromesso le capacità di risposta coordinata da parte delle forze militari iraniane. Nonostante ciò, si pone in evidenza il fatto che l’apparato istituzionale iraniano si è dimostrato per ora in grado di resistere al tentativo di decapitazione israelo-statunitense implementando dei piani di contingenza appositamente sviluppati per garantire il mantenimento del controllo complessivo dello sforzo bellico.
Nel complesso, l’intento plausibile della risposta da guerra totale iraniana è quello di portare a una regionalizzazione del conflitto idonea a generare sufficiente instabilità, sotto il profilo economico-finanziario con riflessi anche a livello globale, tale da forzare soprattutto, ma non solo, i Paesi arabi del quadrante a fare leva per una cessazione delle ostilità. In quest’ottica, sono stati effettuati dei bersagliamenti anche contro una pluralità notevole di Paesi della regione, le cui aree civili colpite sono risultate ben più vulnerabili delle installazioni militari statunitensi e del territorio nazionale di Israele.
Nel corso della prima fase della ritorsione iraniana, tra i bersagli primari colpiti mediante l’impiego di una pluralità di vettori missilistici e di OWA UAVs sono rientrate, oltre a Israele stesso, numerose basi militari statunitensi, ivi incluse la base aerea di Al Udeid in Qatar (12:28), i quartieri generali della Quinta Flotta statunitense nell’area di Juffair in Bahrain (12:32), la base aerea di Ali Al-Salem in Kuwait (12:43), la base aerea di Al-Dhafra negli Emirati Arabi Uniti (12:43) e la base aerea di Prince Sultan in Arabia Saudita (13:13). A partire dalle 14:03, poi, sono seguite ulteriori e numerose ondate di missili e droni iraniani, che ha colpito non solo Israele, dove sono stati causati diversi danni anche dai detriti degli intercettori, ma anche il Qatar (Doha), gli Emirati Arabi Uniti (Dubai e diverse aree intorno ad Abu Dhabi), il Kuwait (Kuwait City), il Bahrain (Manama) e l’Oman (Duqm). Nella giornata di lunedì, poi, si è registrato anche l’abbattimento di diversi assetti OWA UAVs nei pressi della base aerea britannica di Akrotiri vicino a Limassol, a Cipro. In generale, nella mattina di domenica (09:30) Israele ha dichiarato che nelle prime 24 ore di conflitto l’Iran ha lanciato un totale di circa 150 missili balistici contro il suo territorio, numero di poco inferiore a quello registrato nella prima notte della Guerra dei 12 Giorni.
Contestualmente, l’escalation regionale del conflitto da parte dell’Iran ha reso necessario anche per gli Stati del Golfo intervenire in maniera diretta per garantire la difesa del proprio spazio aereo. In quest’ottica, i bollettini ufficiali pubblicati dai Ministeri della Difesa dei vari Paesi della regione hanno permesso di estrapolare due dati di rilievo: l’entità effettiva dei bersagliamenti a lungo raggio iraniani e l’efficacia delle architetture di difesa aerea degli Stati attaccati. Dalla loro analisi, tuttavia, il quadro che emerge è significativamente frammentario per via della disomogeneità di quanto reso pubblico dai vari Paesi. Sotto questo punto di vista, risalta il divario esistente tra assetti rilevati e abbattuti, che risulta in favore di questi ultimi sia nel caso dei missili sia dei droni. Per tale ragione, si ritiene plausibile che il totale dei vettori rilevati sia in realtà superiore rispetto a quello ufficialmente dichiarato. Nel complesso, comunque, nonostante l’incompletezza dei dati, emerge in modo distinto la scala degli attacchi condotti dall’Iran nella regione, che hanno compreso parecchie centinaia di missili, in netta prevalenza balistici, e più di un migliaio di OWA UAVs.
Parallelamente, le reazioni dell’Iran sono risultate fortemente connesse anche a quello che nel corso della conferenza stampa del Segretario della Guerra Pete Hegseth al Pentagono di lunedì mattina è stato definito come uno dei tasselli chiave, insieme ai bersagli missilistici e nucleari, del Fronte Meridionale gestito dagli Stati Uniti, ossia le capacità navali iraniane, in particolar modo in relazione a un loro potenziale impiego per la chiusura dello Stretto di Hormuz. Questa, infatti, è stata paventata dall’IRGC già alle 18:50 di sabato, quando sono state inviate numerose trasmissioni in altissima frequenza (VHF – Very High Frequency) comunicanti il divieto per qualsiasi nave di attraversare lo Stretto. Tuttavia, nelle ore successive all’annuncio si è continuato a registrare del traffico navale nell’area, fatto che ha reso chiare le difficoltà iraniane di implementare le proprie dichiarazioni a livello pratico.
In quest’ottica, assume rilievo il tentativo statunitense di prevenire eventuali operazioni di minamento da parte iraniana dello Stretto di Hormuz mediante il bersagliamento di diverse basi navali dell’Artesh e dell’IRGC nel Golfo Persico e nel Mar Arabico, in particolare quelle di Konarak e di Bandar Abbas. In questo contesto, è stato confermato l’affondamento di una corvetta iraniana di classe Moudge (nota come Jamaran in Occidente), della portadroni IRIS Shahid Bagheri, della nave base avanzata IRIS Makran, di diverse corvette di classe Bayandor e di tre fregate iraniane di classe Alvand, tra le navi più grandi e sofisticate della Marina Militare iraniana, che è stata nel complesso fortemente disarticolata anche nei suoi centri di C2. In questo contesto, sebbene non si sia registrata una vera e propria chiusura dello Stretto, si sottolinea come la campagna di bersagliamento indiscriminata condotta dall’Iran ha comunque portato a gravi conseguenze per il traffico marittimo nell’area. Infatti, entro la mezzanotte di domenica sono state colpite almeno 5 petroliere civili da droni o missili iraniani nell’area dello Stretto e il Golfo Persico, in particolare la Skylight (bandiera di Palau), Ocean Electra (bandiera indiana), la MKD Vyom (bandiera delle Isole Marshall), la Hercules Star (bandiera spagnola) e la Stena Imperative (bandiera statunitense). Il danno al settore energetico, peraltro, è stato aggravato dalla chiusura di diverse raffinerie, incluse quella saudita di Ras Tanura e gli impianti offshore di QatarEnergy per la produzione di GNL, colpiti dagli attacchi iraniani. Per concludere, all’ambito delle tensioni collegate alla situazione nell’area dello Stretto di Hormuz si colloca anche la dichiarazione degli Houthi concernente la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, a cui però per il momento non sono seguite azioni concrete.
In parallelo, oltre al probabile tentativo di tradurre in termini militari il blocco dello Stretto di Hormuz, si profila inoltre il rischio di azioni puntuali di guerra irregolare, tra cui attentati esplosivi, disordini violenti e attacchi cibernetici, contro obiettivi israelo-statunitensi in senso ampio, anche al di fuori della regione. I tentati assalti alla Green Zone di Baghdad e al Consolato statunitense di Karachi potrebbero rappresentare sotto questo aspetto un primo segnale anticipatore di tale minaccia. Uno scenario ulteriormente confermato dalla decisione statunitense di elevare in modo generalizzato lo stato di allerta (FPCON – Force Protection Condition) per le proprie basi militari al livello Charlie, il secondo più elevato della scala e corrispondente a una situazione di rischio imminente, ma non specifico. Al tempo stesso, poi, si riporta che anche le Ambasciate statunitensi di Kuwait City (Kuwait) e Riyadh (Arabia Saudita) sono state colpite nell’ambito degli attacchi ad ampio spettro iraniani.








