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Meloni, Tajani e Crosetto non sono più tanto trumpiani sull’Iran?

Che cosa è emerso dalle comunicazioni dei ministri Crosetto e Tajani in Parlamento. Il punto di Stefano Feltri tratto da Appunti.

Le informative in Parlamento dei membri del governo di rado aggiungono qualcosa a quello che già sappiamo. Ma questi non sono tempi normali, e anche un’occasione così istituzionale e un po’ rigida può rivelare molto più di quanto dicano i meri contenuti trasmessi.

Dalle audizioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani e della Difesa Guido Crosetto sul conflitto in Medio Oriente abbiamo appreso alcune cose importanti: che il governo è preoccupato, molto preoccupato, forse come mai prima d’ora.

E che la convergenza ideologica con Donald Trump è molto più a parole che nei fatti: la premier Giorgia Meloni è sempre molto attenta a legittimare anche le azioni più spregiudicate del presidente degli Stati Uniti, ma i suoi ministri si preoccupano invece soprattutto delle conseguenze.

Cercano di mitigare gli effetti degli strappi trumpiani. E se questo è sempre stato vero, emerge con un’inedita chiarezza di fronte alla realtà di una guerra che non ha limiti chiari.

Perché questa è l’altra novità importante delle comunicazioni al Parlamento dei due ministri più coinvolti sul dossier: il governo teme che questa stia diventando una guerra mondiale.

Il messaggio principale di Tajani è che l’Italia non è in guerra e non lo sarà mai. E questa è una osservazione all’apparenza banale, ma non scontata nel momento in cui l’appartenenza alle alleanze internazionali rischia di spingere il Paese verso il conflitto.

C’è stato il missile iraniano contro la Turchia, che è un Paese NATO e che è protetto dal famoso articolo 5 che prevede per lo Stato membro aggredito la facoltà di chiedere l’intervento dell’Alleanza atlantica a suo sostegno.

E ci sono gli attacchi contro le basi britanniche a Cipro, che rappresentano un doppio rischio: perché la Gran Bretagna, come la Turchia, è un Paese NATO con l’articolo 5 e perché Cipro, che non è nella NATO, è membro dell’Unione europea che prevede all’articolo 42.7 uno schema analogo di difesa collettiva.

Insomma, un po’ come alla vigilia della Prima guerra mondiale, queste alleanze difensive che nascono con uno scopo di deterrenza rischiano di causare automatismi che portano all’escalation se attaccare uno dei membri costringe tutti gli altri a intervenire.

Anche i Paesi bersaglio dei missili e dei droni iraniani ne sono ben consapevoli, dunque per ora hanno evitato di attivare le procedure formali di richiesta di aiuto dei partner, i quali però si mobilitano in autonomia anche per evitare che l’articolo 5 della NATO o 42.7 dell’UE vengano evocati rendendo impossibile il contenimento della partecipazione al conflitto.

Come spiega il ministro della Difesa Crosetto, però, l’Iran sta lavorando proprio a questo: cioè vuole attirare quanti più Paesi nella guerra, in modo da alzare il costo politico per chi l’ha iniziata, cioè Israele e Stati Uniti.

Per questo colpisce gli Emirati Arabi Uniti, che non avevano attaccato l’Iran, o l’Oman che ospitava i negoziati con gli Stati Uniti sul nucleare. Addirittura, l’Iran colpisce gli Emirati molto più di quanto colpisca Israele, più lontano e meglio difeso, e non soltanto bersagli militari, ma in modo mirato anche obiettivi civili:

Gli Emirati hanno subito molti più attacchi di Israele. Gli attacchi dell’Iran si sono concentrati su Paesi che, in teoria, non partecipano alla guerra — oggi anche l’Azerbaigian — e volevo darvi alcuni dati per far capire la dimensione di questa reazione iraniana.

Negli Emirati sono stati rilevati 186 missili balistici, di cui 172 intercettati, e 812 droni, di cui 755 intercettati. In Qatar 101 missili balistici, di cui 98 intercettati, e 39 droni, di cui 24 intercettati. In Bahrain 73 missili iraniani e 91 droni. In Kuwait 178 missili balistici e 384 droni.

L’Iran non può colpire Israele con i droni perché la distanza e il tempo di percorrenza renderebbero molto facile l’intercettazione. Per questo sta colpendo le nazioni vicine.

Dunque, da questa prospettiva, gli Emirati sono equiparabili all’Ucraina attaccata dalla Russia: non sono parte dell’aggressione di Israele e Stati Uniti, ma sono vittima della rappresaglia dell’Iran.

E quindi l’Italia si sente chiamata ad aiutarli usando la stessa base giuridica che consente l’esportazione di armamenti verso l’Ucraina: il governo vuole sostenere lo sforzo di difesa antiaerea di Dubai e Abu Dhabi, per resistere all’attacco iraniano.

Ancora Crosetto:

Oggi, visto quello che è successo in Turchia e quello che è successo a Cipro, ho dato mandato al Capo di Stato Maggiore della Difesa di innalzare al livello massimo la protezione della rete di difesa aerea e antibalistica nazionale, in coordinamento con gli alleati e con la NATO.

Perché, quando dico che di fronte a una reazione sconsiderata possiamo aspettarci di tutto, significa che davvero tutto può accadere.

Questa volta neppure la Lega di Matteo Salvini ha obiezioni, perché la parte più a destra della maggioranza sostiene con entusiasmo l’intervento americano contro il regime degli ayatollah. Un entusiasmo che manca del tutto nelle parole molto più pacate e allarmate degli esponenti del governo.

Crosetto sembra suggerire che il conflitto in Iran e quello in Ucraina possano saldarsi. E non soltanto perché adesso l’Iran usa contro i suoi rivali regionali gli stessi droni che ha fornito per anni all’esercito russo, con l’Ucraina che supporta gli Emirati nella difesa antiaerea.

Per il ministro della Difesa, il vero rischio sembra essere che la guerra in Iran possa spingere Vladimir Putin a tentare un approccio ancora più estremo all’Ucraina: gli Stati Uniti hanno cambiato il capo del regime in Venezuela, hanno abbattuto assieme a Israele la Guida suprema della rivoluzione iraniana Ali Khamenei, davvero Putin può sentirsi tranquillo?

Crosetto:

Una delle cose che noi ci siamo dimenticati — una delle analisi che in Italia non abbiamo mai fatto, e che in qualche modo ci rifiutiamo di fare perché siamo molto superficiali nell’affrontarla — è capire che cosa sta succedendo in Russia.

Chi segue la situazione russa sa che negli ultimi mesi Putin è stato messo in minoranza dagli integralisti nazionalisti, dai “generaloni”, quelli delle grandi vittorie, che lo accusano di aver usato il piede troppo leggero con l’Ucraina.

Lo hanno messo sotto una pressione interna molto forte, dicendogli: guarda cosa è successo in Venezuela, guarda cosa è successo in Siria, guarda da quanti anni stai attaccando l’Ucraina.

Lo stanno quindi spingendo ad aumentare il livello del conflitto, il che significa utilizzare altre armi nel conflitto.

Crosetto sostiene che Putin potrebbe essere tentato di usare “altre armi” in Ucraina. Una locuzione che, in questo contesto di massimo allarme, fa pensare all’impiego di armi nucleari tattiche, per chiudere la partita, sapendo che gli Stati Uniti e in generale la NATO non oserebbero certo favorire una escalation nucleare.

Putin, in fasi alterne, ha sempre evocato il pericolo atomico, come minaccia per scoraggiare il superamento di certe “linee rosse” nella fornitura di armi agli ucraini. Non ha mai dato seguito a queste minacce, ma le parole di Crosetto sollevano qualche inquietudine.

Questo timore che due guerre molto diverse – quella in Ucraina a sostegno degli aggrediti e quella in Iran, dove gli aggressori sono Israele e Stati Uniti – si sovrappongano spinge il governo Meloni a una prudenza inattesa.

Tajani arriva a un passo da criticare l’attacco contro il regime degli ayatollah. Certo, usa toni diversi da quelli del premier spagnolo Pedro Sanchez, ma il messaggio non è così distante:

“Restiamo convinti che la via diplomatica, per quanto complessa, sia l’unica in grado di produrre risultati duraturi, anche quando appare fragile, anche quando sembra distante”.

Poiché sono gli Stati Uniti e Israele ad aver abbandonato la via diplomatica dei negoziati con l’Iran, è chiaro chi sia il bersaglio di questa velatissima critica.

Anche le spiegazioni della necessità di un maggior impegno dell’Italia in Medio Oriente che i ministri offrono non sembrano connesse in alcun modo con lo scopo della guerra.

Tajani soprattutto sottolinea che la guerra minaccia gli italiani residenti nel Golfo e tutti quelli in Italia esposti all’ormai quasi certo aumento delle bollette dovuto allo shock sui prezzi delle materie prime:

Il governo è pronto a intervenire anche sul fronte economico per mitigare l’impatto di questa crisi, che purtroppo è già visibile. Preoccupa il blocco dello stretto di Hormuz, punto di passaggio vitale per gli approvvigionamenti energetici globali.

I prezzi del petrolio e del gas hanno già fatto registrare rialzi significativi. I premi assicurativi sulle rotte marittime sono aumentati. Si registrano aumenti dei prezzi al consumo, talvolta anche ingiustificati.

Il messaggio politico che emerge è che il governo interviene soltanto per contenere i danni della guerra, non perché ne condivida l’origine e lo scopo.

Dalla totale assenza di entusiasmo per l’opzione militare, discende la linea sull’uso delle basi americane in Italia.

Come chiarisce Crosetto, il tema ad oggi non si pone: sulla base di trattati bilaterali del 1951 e del 1954, segreti, e di un memorandum pubblico del 1995 gli Stati Uniti possono usare le basi in Italia per alcune attività in ambito NATO, incluse esercitazioni, ma non per lanciare operazioni di guerra. Per attività diverse, come per esempio per lanciare raid sull’Iran, serve il consenso dell’Italia:

Occorre infatti disporre nell’area di ulteriori presìdi per i nostri contingenti, per i nostri connazionali e per contribuire a contrastare un’incipiente crisi finanziaria ed energetica.

In particolare, l’agreement stabilisce che, da 70 anni, sono autorizzate le attività relative alle operazioni della NATO e quelle addestrative, di supporto e operative non cinetiche. Parliamo dunque di attività di supporto logistico, addestramento, cooperazione tecnico-operativa e di velivoli non destinati al combattimento.

Ad oggi non è pervenuta alcuna richiesta relativa a scenari diversi e al di fuori di questo perimetro. Non vi è stata alcuna anticipazione in tal senso, quindi non c’è alcun tema di basi da concedere.

Crosetto spiega che al momento non c’è alcuna richiesta e che non pensa ci sarà mai. Ma se anche ci fosse, la presidente del Consiglio Meloni gli ha già espressamente comunicato, dovrebbe essere il Parlamento a pronunciarsi.

Se la guerra combattuta per ora soltanto dall’alto dovesse diventare anche di terra – con il possibile sostegno degli Stati Uniti ai curdi o con l’invio diretto di truppe americane – è piuttosto chiaro che l’Italia non farebbe come con l’Iraq nel 2003 e rifiuterebbe ogni coinvolgimento diretto.

In questo contesto di guerra, Giorgia Meloni sembra all’improvviso non vedere più alcun beneficio nell’appiattirsi sulla linea di Donald Trump.

(Estratto da Appunti)

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