Mentre i bombardamenti americani e israeliani continuano a martellare l’Iran da sabato scorso, si parla sempre più insistentemente di un possibile coinvolgimento di forze curde in un’offensiva terrestre contro Teheran.
Rapporti pubblicati da svariati quotidiani e agenzie di stampa descrivono discussioni in corso tra l’amministrazione Trump e vari gruppi curdi, con l’obiettivo di aprire un fronte terrestre nel nord-ovest iraniano.
La Casa Bianca smentisce accordi formali, ma le telefonate di Trump a leader curdi, il ruolo della CIA e i movimenti lungo il confine Iraq-Iran raccontano una storia più complessa e rischiosa.
CHE COSA HA IN MENTE TRUMP PER L’IRAN
L’idea di usare milizie curde iraniane per un’incursione di terra sembra partita da Israele.
Secondo Axios, Benjamin Netanyahu e il Mossad hanno proposto per primi di sostenere questi gruppi per conquistare porzioni di territorio curdo in Iran, creando pressione sul regime e magari innescando una ribellione più ampia.
La CIA si è unita in seguito, inserendo l’operazione in una campagna di destabilizzazione di Teheran che va avanti da mesi, se non anni.
Come scrive il New York Times, l’agenzia ha già fornito armi leggere a questi gruppi in un programma segreto preesistente, non per rovesciare il governo, ma per distrarre e creare problemi di sicurezza interna.
Il Financial Times conferma che si tratta di un’iniziativa congiunta Usa-Israele, mentre CNN sottolinea che il supporto armato è iniziato ben prima dell’attuale guerra, forse già nel 2025, quando le tensioni tra Washington e Teheran erano tornate a salire.
LE TELEFONATE DI TRUMP AI GRUPPI CURDI
Il presidente Trump ha preso l’iniziativa in prima persona. Domenica scorsa, come riporta Axios, ha parlato con Massoud Barzani e Bafel Talabani, i due pesi massimi del Kurdistan iracheno (rispettivamente dei partiti KDP e PUK), chiedendo loro di facilitare il passaggio di combattenti curdi iraniani oltre confine.
Martedì, secondo la CNN, il presidente ha avuto un colloquio separato con Mustafa Hijri, capo del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (KDPI).
La portavoce Karoline Leavitt ha minimizzato: ha detto che le chiamate riguardavano la base americana nel nord dell’Iraq e ha negato qualsiasi piano concordato per un’insurrezione curda.
Eppure le fonti anonime citate dalla stampa – funzionari americani, israeliani, curdi – concordano sul fatto che l’argomento principale fosse proprio questo: come sfruttare i curdi per aprire un secondo fronte terrestre.
CHI SONO I GRUPPI CURDI CUI PENSA TRUMP
Al centro della discussione ci sono i gruppi curdi iraniani basati in Iraq: KDPI, PJAK (Partito della Vita Libera del Kurdistan), Komala, PAK (Partito della Libertà del Kurdistan) e altri.
Axios racconta che sei giorni prima della guerra questi gruppi hanno formato una coalizione comune e che nelle ultime settimane hanno spostato centinaia di uomini verso il confine.
L’Associated Press cita un esponente del PAK che dice di essere in attesa vicino a Sulaymaniyah, pronto a entrare in Iran entro una settimana se arriverà il via libera.
CNN parla di migliaia di combattenti già posizionati, in attesa di supporto Usa e israeliano.
I curdi iracheni, invece, dovrebbero limitarsi a un ruolo logistico: lasciare transitare armi e uomini, aprire il confine. Ma Barzani e Talabani hanno espresso molte perplessità, temendo ritorsioni iraniane.
Il Kurdistan iracheno ha già subito attacchi da milizie filoiraniane e droni di Teheran; Qubad Talabani ha ribadito una posizione di neutralità.
Tra l’altro, i gruppi curdi iraniani non sono un monolite: PJAK è legato ideologicamente al PKK turco, il che crea frizioni con il KDP e il PUK, più pragmatici e legati a Washington e Ankara. Questa frammentazione potrebbe complicare qualsiasi coordinamento.
OBIETTIVI E RISCHI DELLE VOGLIE CURDE DI TRUMP
L’obiettivo strategico è chiaro: costringere l’esercito iraniano a dividere le forze, creando un fronte terrestre che renda più efficaci i bombardamenti aerei.
Il New York Times descrive come gli strike Usa e israeliani abbiano già colpito postazioni di confine, caserme dei Guardiani della Rivoluzione, torri di comunicazione e prigioni nella regione curda iraniana, preparando forse il terreno per un’infiltrazione.
Axios vede nella mossa un modo per incoraggiare diserzioni e proteste interne, soprattutto dopo le repressioni dello scorso gennaio.
Ma i dubbi sono tanti e pesanti. I curdi non hanno carri armati né artiglieria pesante; potrebbero finire usati come “carne da cannone”, come avverte un funzionario citato da Axios.
Il Financial Times riporta richieste curde di intelligence, armi, addestramento e una no-fly zone, ma non risulta che ci sia stato un sì definitivo.
NBC News ricorda che i gruppi curdi sono frammentati, con agende diverse, e che molti temono un altro abbandono americano, come è successo in Siria dopo la lotta all’ISIS o dopo la rivolta del 1991 in Iraq, quando gli Usa lasciarono massacrare migliaia di curdi da Saddam.
Inoltre l’Iraq centrale ha rafforzato le frontiere e Baghdad ha promesso a Teheran di non permettere incursioni dal suo territorio.
La Turchia, che ha truppe in Kurdistan iracheno e combatte il PKK da decenni, osserva la situazione con estrema preoccupazione: Ankara teme che un rafforzamento di PJAK possa riaccendere il conflitto interno.







