In una lunga intervista video Steve Bannon chiede a Jeffrey Epstein: “Pensi di essere il diavolo in persona?”. Lui risponde: “No, ma ho buoni specchi”. Una battuta, forse un riferimento al film L’Avvocato del diavolo, nel quale il riflesso rivela la natura demoniaca di Al Pacino.
Ma lo specchio c’entra, in questa storia. Perché il caso Epstein sta diventando uno specchio nel quale l’élite globale si riflette e vede restituirsi, appunto, una versione mostruosa e deforme della propria immagine. Una versione più aderente al vero di quella costruita con il supporto di team di addetti stampa e fiumi di denaro.
Il caso Epstein è però anche uno specchio nel quale ci riflettiamo noi, come individui, come società come sistema dei media, nel tentativo di capire se quello che vediamo è una forma di verità prima irraggiungibile o – appunto – il riflesso di qualcosa che abbiamo sempre saputo sulla natura del potere, su quanto corrompe, e sul grado di impunità che reclama.
Il video di Steve Bannon e Jeffrey Epstein è un dialogo tra l’uomo che ha segnato l’inizio della rivoluzione politica di Donald Trump e quello che ne sta costruendo la fine. Il finanziere che si è rivelato genio politico, Bannon, e il finanziere che si è rivelato un pedofilo e il perno di un sistema di relazioni e forse ricatti senza precedenti, Epstein.
Quell’intervista, che risale probabilmente al 2019, pochi mesi prima che Epstein si suicidasse in carcere a Manhattan, è tra i milioni di documenti che il Dipartimento di Giustizia ha dovuto pubblicare nei giorni scorsi per adempiere a una legge approvata all’unanimità dal Congresso.
L’obbligo è divulgare tutto quando in possesso del governo federale, accumulato nelle varie cause in cui Epstein era coinvolto, in particolare l’ultima, quella che lo ha portato in carcere nel 2019 e non è mai arrivata al processo per morte dell’imputato.
Sembra che il Dipartimento di Giustizia abbia prima pubblicato e poi cancellato alcuni file che riguardano Donald Trump e feste con minorenni, ma quello che c’è vale già un’analisi approfondita.
Tentare un riassunto è impossibile, allora proviamo a dare dei criteri di gestione di questo materiale: ci sono documenti giudiziari, e tante, tantissime email. Epstein usava la mail come noi in Europa usiamo WhatsApp: messaggi anche molto brevi, scambi rapidi su politica, finanza, scandali vari.
Che ci dicono molto, moltissimo, o forse non ci dicono niente, nel senso che corroborano molte delle convinzioni su Epstein e il suo mondo di relazioni, ma non sono evidenze sufficienti a darci certezze.
Il diavolo in persona
La domanda più semplice a cui rispondere, forse l’unica che ha un verdetto chiaro, è sulla natura di Epstein: era il diavolo incarnato? Sicuramente sì.
Già sapevamo che Epstein aveva costruito un sistema di abusi e ricatti sistematico, in Florida e sulla sua isola di Little St James, nei Caraibi: mandava la sua ex fidanzata Ghislaine Maxwell a reclutare ragazzine – ma sarebbe più corretto dire bambine – in difficoltà, offriva loro la prospettiva di massaggi troppo ben pagati, che diventavano subito abusi sessuali. Poi Epstein e Maxwell inducevano le vittime a diventare reclutatrici.
Grazie a un accordo molto – troppo – indulgente Epstein riesce a ottenere una pena molto mite nel 2007, che è un po’ il primo momento in cui si incrina la sua bolla di omertà e perversione.
Dai documenti diffusi dal Dipartimento di Giustizia emergono i dettagli, le foto, i commenti di questo pedofilo sistematico: ci sono mail nelle quali Epstein si discute se siano meglio i bambini o i formaggi cremosi, una mail sembra indicare addirittura che due ragazzine siano morte in una seduta di sesso violento e i loro cadaveri siano stati sepolti nei terreni del ranch Zorro di Epstein, a Santa Fe, in New Mexico.
Non sappiamo chi sono gli interlocutori di Epstein in alcune di queste mail, non sappiamo se alcuni dei contenuti siano stati verificati da qualche giudice, ma se così fosse dovrebbero esserci tracce di queste indagini nelle carte. E non sembra esserci.
Tutti sapevano tutto di che genere di gusti aveva Epstein e che feste si organizzavano sulla sua isola. O come minimo sapevano che rapporto avesse Epstein con le donne.
Lo sapevano anche quelli che in questi anni hanno provato a minimizzare: dal regista Woody Allen al linguista Noham Chomsky, fino a Bill Gates: il fondatore di Microsoft avrebbe fatto sesso con alcune “ragazze russe “ e poi chiesto e Epstein medicine da somministrare di nascosto alla moglie Melinda dopo aver scoperto di malattie veneree.
Ma si può solo usare il condizionale, perché non si sa neppure se quelle bozze di mail Epstein le abbia mandate, se siano vere o ricatti o altro. Di sicuro il rapporto con Epstein è stato il detonatore che ha fatto esplodere il matrimonio di Bill Gates.
Sapeva di quelle feste e di quei comportamenti anche Donald Trump, citato centinaia e centinaia di volte nei documenti, nelle mail in cui si parla di quali ragazze portare alle feste a cui è presente (non quelle di pelle scura, pare), e che ha frequentato il pedofilo Epstein per anni, anche nel suo club Mar-a-Lago.
La cosa incredibile è che perfino Elon Musk ha mentito su Epstein: quando ha litigato con Trump e ha lasciato la guida del Dipartimento per l’efficienza governativa, la scorsa primavera, Musk aveva attaccato Trump su X dicendo che c’era il suo nome negli “Epstein files”. Era vero, ma c’è anche quello di Musk che nel 2012 chiedeva di partecipare ai “party più selvaggi” sull’isola del finanziere.
Epstein era sicuramente “il diavolo incarnato” e chi lo frequentava lo sapeva. E allora perché aveva un network così solido e potente?
Le teorie del complotto nel mondo MAGA, a cominciare da QAnon, hanno sostenuto per anni che il mondo fosse governato da una setta di pedofili, appartenenti a un’élite globale dedita ad arricchirsi e a concedersi perversioni di ogni genere.
Gli Epstein Files sembrano validare questi deliri, che ora non paiono più così assurdi, tranne per un paio di dettagli: oltre a molti esponenti del mondo Democratico, la rete di Epstein includeva soprattutto i protagonisti dell’attuale destra americana, da Donald Trump a Musk all’attuale segretario al Commercio Howard Lutnick.
E poi si scopre che Epstein conosceva Christopher Poole, il fondatore di 4Chan, la piattaforma di contenuti digitali dalla quale si sono irradiate teorie del complotto come quella di QAnon.
Lo scopo
Come uno specchio, gli Epstein files riflettono però molte altre teorie del complotto che sono circolate in questi anni: perché Epstein manteneva tutto questo giro criminale di feste a sfondo sessuale, legali e più spesso illegali, nel quale coinvolgeva i personaggi più potenti a cui riusciva ad accedere? Soltanto per condividere le sue perversioni?
La teoria che dietro tutto questo ci fosse il tentativo di costruire le premesse per un ricatto viene riflessa nei file in modo sfocato: ci sono alcuni indizi – per esempio una lettera piena di allusioni a Les Wexner, il miliardario del marchio Victoria’s Secret che è stato il primo a sostenere l’ascesa finanziaria di Epstein – ma nessuna conferma definitiva. Si trovano allusioni a telecamere, a video compromettenti.
Ma è possibile che in tutti questi anni, con milioni di documenti pubblicati, non si trovi traccia di pressioni, ricatti, lamentele dei ricattati?
Forse non li ricattava direttamente Epstein, hanno sostenuto i tanti che nei sotterranei di Internet da anni sostengono che Jeffrey Epstein fosse un agente del Mossad israeliano, incaricato di costruire situazioni che poi avrebbero permesso ad altri di controllare personaggi potenti ripresi in contesti inappropriati o criminali.
E allora ecco negli Epstein Files le mezze prove: ci sono quasi quattro ore di conversazione di Epstein con Ehud Barak che sembrano risalire al 2013, quando Barak era ministro della Difesa di Israele.
Epstein gli spiega come gestire il passaggio dal governo al settore privato e come fare milioni con le sue connessioni personali costruite mentre era al potere: fare la lista di chi deve quali favori e poi passare all’incasso.
Poi spiega a Barak che deve assolutamente incontrare Peter Thiel, che ha fondato un’azienda interessante: Palantir.
Oggi Thiel è considerato l’uomo più influente sull’amministrazione Trump, ha preparato e sostenuto l’ascesa del vicepresidente JD Vance, già dipendente di Thiel, e Palantir ha ricevuto 900 milioni di dollari di commesse dal governo nell’ultimo anno.
L’ICE, la milizia che deporta migranti e uccide americani nelle strade di Minneapolis, usa i software di Palantir per decidere dove concentrare i propri controlli, così come l’esercito israeliano usa gli algoritmi di Palantir per decidere dove e chi uccidere a Gaza nella caccia ai terroristi di Hamas.
In uno scambio con Barak del 2018, Epstein sembra chiedere al suo amico israeliano di chiarire che lui – Epstein – non è un agente del Mossad. Con uno smile molto allusivo che sembra suggerire il contrario.
Le cose si complicano
Quindi Epstein è il fulcro della cospirazione giudo-pluto-massonica che le destre antisemite hanno sempre denunciato?
Di sicuro sembra un buon testimonial, il problema è che le sue mail sembrano rivelare anche altre identità, e rendono impossibile schiacciare il finanziere pedofilo su una sola definizione.
Ci sono una serie di scambi con contatti russi di altissimo livello che forse includono persino Vladimir Putin. Poi si parla di ragazze russe mandate a New York per ricattare qualcuno.
E allora diventa irresistibile la tentazione di unire i puntini e trovare conferme alla principale teoria del complotto progressista – ognuno ha le sue – che vede Trump come un agente russo, consapevole o meno, portato alla Casa Bianca con elezioni truccate nel 2016.
Ma non finisce qui, sulla base di uno scambio di email con Peter Thiel, Epstein si guadagna anche il ruolo di grande regista e forse finanziatore della svolta a destra della politica mondiale, partita sempre nel 2016 con la Brexit: “Questo è soltanto l’inizio”, scrive a Thiel. “Di cosa?”, chiede il finanziere che non capisce. “Tribalismo, opposizione alla globalizzazione, nuove alleanze”, risponde Epstein.
La verità impossibile
Gli Epstein Files sono una specie di Wikileaks al contrario: se Julian Assange rubava documenti ufficiali per rivelare quello che il potere faceva nell’ombra, nel caso di Epstein è il potere – il congresso, il Dipartimento di Giustizia – che pubblica documenti privati che dovrebbero dimostrare, a seconda degli intenti, chi è colpevole e chi innocente.
In entrambi i casi, tanto per Wikileaks quanto per gli Epstein Files, finiamo per avere la conferma di quanto sospettavamo: nel caso di Assange degli abusi e delle violenze dei governi occidentali in guerra, in particolare in Iraq, per gli Epstein Files dei rapporti di affari intrecciati con le perversioni più indicibili e gli abusi più impuniti.
Come nel caso di Wikileaks, però, è difficile prevedere l’impatto di lungo periodo di queste rivelazioni.
Trump finirà sotto impeachment? Non si capisce quali altre evidenze manchino per stabilire che sui suoi rapporti con Epstein abbia mentito più volte e che probabilmente abbia avuto rapporti inappropriati, se non illeciti, con molte ragazze del giro di Epstein.
Alcune carriere stanno finendo bruscamente nell’infamia – vedi l’economista Larry Summers, o l’ex principe Andrew – altri non sembrano preoccuparsi delle frequentazioni con Epstein, tipo Peter Thiel.
Forse un giorno ricorderemo gli Epstein Files come l’inizio di una nuova e definitiva fase di populismo anti-élite: al Forum di Davos gran parte degli speaker, incluso il presidente del World Economic Forum Borge Brende, hanno avuto almeno scambi di mail con il finanziere pedofilo.
I grandi giornali – incluso il New York Times – hanno passato anni a deridere le teorie del complotto su Epstein quando arrivavano da destra, dal mondo MAGA, e ora non sanno bene come maneggiare questa valanga di apparenti conferme alle tesi più spericolate.
Trump è stato il prodotto del populismo e della sfiducia nelle élite, ma ora potrebbe essere la vittima più rilevante di questo nuovo discredito che trasforma gli eroi del popolo di ieri nei bersagli da abbattere oggi.
Se Epstein era il diavolo in persona, da qualche abisso dove forse è ora è tornato, deve osservare con un ghigno soddisfatto la quantità di caos che è riuscito a scatenare.
(Estratto da Appunti)






