Skip to content

disordine internazionale

Come imparare a vivere nel nuovo disordine internazionale?

L'imprevedibilità di Trump non fa escludere svolte clamorose, ma il futuro dei prossimi anni è ormai tracciato. E non sarà un nuovo ordine internazionale, tantomeno di impronta liberale. La lettera di Michele Magno

Caro direttore,

“si parva licet”, concordo con Gianfranco Pasquino. In uno scritto recente, l’eminente politologo ha centrato il punto (“Alla ricerca dell’ordine politico internazionale perduto”, Paradoxaforum, 12 gennaio 2026). Che è questo: l’imprevedibilità di Trump non fa escludere svolte clamorose, ma il futuro dei prossimi anni è ormai tracciato. E non sarà un nuovo ordine internazionale, tantomeno di impronta liberale. Sarà una tripartizione imposta dai rapporti di forza: Usa, Cina e, per quel che può, la Russia. Una postazione di comando occupata da tre leader ultrasettantenni, che non possono e non vogliono scambiarsi alcun impegno reciproco, e che peraltro non sarebbero in grado di rispettare.

Venendo all’Unione europea, i suoi cittadini (sono circa quattrocentocinquanta milioni) hanno fin qui vissuto in condizioni di (relativo) benessere, di democrazia, di pace. Hanno imparato le durissime lezioni della storia e, “come direbbe Niccolò Machiavelli, con un po’ di fortuna e molta virtù sono diventati dei veri e propri privilegiati. Hanno vissuto la loro intera vita protetti dallo scudo grande e semi gratuito offerto dalla Nato” [Pasquino]. Con pochissime ma importanti eccezioni (il francese Raymond Aron e l’italiano Altiero Spinelli), gli intellettuali e i politici europei non si sono preoccupati del possibile ritorno della guerra nel nostro continente, e neppure del consolidamento dell’ordine liberale internazionale. In effetti, le democrazie non si fanno la guerra fra loro. Le loro opinioni pubbliche lo impedirebbero. Tant’è che la guerra è apparsa sul suolo europeo solo quando un regime totalitario ha attaccato che aveva scelto di entrare nell’Ue e di appartenere al mondo occidentale.

Già il presidente francese François Mitterrand auspicava che l’Europa si estendesse dall’Atlantico agli Urali. Una prospettiva inaccettabile per il Cremlino. Ciononostante, l’Unione ha continuato ad ampliarsi anche nei Balcani, e fra i paesi candidati all’adesione si trovano altri stati ex comunisti. Per altro verso, non va sottaciuto il rilievo, non solo economico, del recente accordo  commerciale con i paesi del Mercosur e del recentissimo trattato di libero scambio stipulato con l’India di Narendra Modi. Ovviamente, tutto ciò comporta anche maggiori responsabilità sulla scena internazionale mondiale.

Probabilmente nessuna di queste scelte è stata pensata avendo come obiettivo esplicito, se non la creazione di un nuovo ordine internazionale, quanto meno la riduzione dell’attuale disordine planetario ad alto tasso conflittuale (via dazi o via armi). Ma, opportunamente orientate, potrebbero aprire scenari promettenti. Questi ultimi, tuttavia, non sono ancora dietro l’angolo. La torsione autoritaria dell’America trumpiana con le sue mire imperiali, la politica espansionistica dei totalitarismi di Pechino e Mosca, continueranno a sfidare la capacità di resistenza dell’Ue e della stessa Gran Bretagna.

Negli ultimi mesi le loro attuali leadership, almeno quelle dei cosiddetti paesi “volenterosi”, hanno manifestato incoraggianti segnali di risveglio da un lungo torpore. Ma anche qui: in tutti quei paesi (Italia inclusa) sono presenti robusti partiti e forti movimenti sovranisti ostili all’autonomia e all’unità europea, e che guardano con simpatia al triopolio (ciascuno con le proprie preferenze) che tiene le redini della Terra. La strada, insomma, è ancora in salita.

Torna su