Gli Stati Uniti hanno pubblicato un nuovo regolamento che dimezza le procedure autorizzative per le società intenzionate ad avviare l’estrazione di minerali dai fondali marini: è una pratica nota come deep-sea mining che, per quanto ancora emergente, promette di sbloccare l’accesso a grandi quantità di materiali per i settori della difesa, dell’energia e dell’elettronica. Non è ancora chiaro se il deep-sea mining sia sostenibile commercialmente né se il suo impatto ambientale sia superiore o inferiore rispetto alle attività minerarie sulla terraferma, dato che le conoscenze scientifiche sugli ecosistemi abissali sono scarse.
SNELLIMENTO BUROCRATICO
La revisione normativa pubblicata lunedì dalla National Oceanic and Atmospheric Administration, un’agenzia governativa, accorpa in un unico processo autorizzative due fasi prima distinte, ovvero quella dell’esplorazione mineraria e quella del prelievo delle risorse. In questo modo, i tempi per la lavorazione delle domande saranno più brevi, ma anche la valutazione di impatto ambientale verrà ridimensionata.
GLI STATI UNITI E L’INTERNATIONAL SEABED AUTHORITY
Ma la regolazione statunitense sul deep-sea mining è controversa soprattutto perché si applica anche alle acque al di fuori della giurisdizione nazionale. Gli Stati Uniti fanno riferimento a una legge propria, il Deep Seabed Hard Mineral Resources Act del 1980, perché non hanno mai ratificato la Convenzione sul diritto del mare del 1982 e quindi non sono membri dell’International Seabed Authority, un’organizzazione legata alle Nazioni Unite che si occupa di regolamentare le attività minerarie nei fondali a livello globale.
La Cina è il paese che contribuisce di più al bilancio dell’International Seabed Authority e ha ricevuto da questa cinque licenze esplorative, più di ogni altro paese. Diversi membri dell’organizzazione, comunque – in particolare la Francia -, sono contrari al deep-sea mining per via del suo impatto ambientale in larga parte ignoto.
L’ORDINE ESECUTIVO DI TRUMP
Lo scorso aprile il presidente Donald Trump aveva firmato un ordine esecutivo proprio per incoraggiare il deep-sea mining e – così recitava il documento – “rivitalizzare il dominio americano sui minerali nei fondali marini”.
IL RUOLO DI THE METALS COMPANY
L’azienda di deep-sea mining tecnologicamente più avanzata è la canadese The Metals Company, che da anni cerca di avviare lo sfruttamento minerario della zona di Clarion-Clipperton, un’area situata nelle acque internazionali dell’oceano Pacifico – tra le Hawaii e il Messico – che è particolarmente ricca di noduli polimetallici, ovvero degli agglomerati rocciosi contenenti elementi critici come il nichel, il manganese, il cobalto e il rame.
I processi estrattivi di The Metals Company non prevedono delle vere e proprie trivellazioni, bensì l’aspirazione in superficie dei noduli posizionati sul fondale, raccolti da dei robot.




