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Web tax, tutti i dettagli sulla baruffa social tra renziani ed ex renziani del Pd

Carlo Calenda

Baruffa fra renziani o ex renziani sulla web tax all’europea tra giornali di carta e Twitter. La baruffa è andata in onda nei giorni scorsi dopo la proposta giunta dalla Commissione europea sulla tassazione dei giganti del web (qui l’approfondimento di Start Magazine).

Iniziamo dai non troppo amorevoli scambi di tweet fra Carlo Calenda e Sergio Boccadutri, tutti e due iscritti al Pd: il primo – il ministro dello Sviluppo economico – da pochi giorni; il secondo – Boccadutri – da molti anni e su posizioni renziane, con competenze su dossier digitali.

Tutto nasce da una domandina maliziosetta di Boccadutri. Eccola:

La risposta di Calenda sempre via Twitter è stata ancor più puntuta:

Boccadutri non ha replicato? Interpellato dal fondatore di Key4bix, Raffaele Barberio, il renziano doc ha così risposto.

La diatriba social nasce da posizioni differenti fra Calenda e Boccadutri, come si può evincere dagli scritti degli scorsi giorni sia di Calenda (con Massimo Mucchetti) sia di Boccadutri (con Giampaolo Galli).

 

L’INTERVENTO DI MUCCHETTI E CALENDA

Ecco i passi salienti dell’intervento pubblicato 4 giorni fa sul Corriere della Sera a firma di Calenda con Mucchetti, già editorialista del Corriere della Sera e nella passata legislatura presidente della commissione Industria del Senato eletto nelle liste del Pd bersaniano: “Se approvata, questa norma avrà effetti importanti. Anzitutto, approfondirà l’armonizzazione fiscale tra gli Stati membri, attraverso l’adozione della Consolidate corporate tax base. Ne conseguirà un chiaro indirizzo ad aggiornare il concetto di stabile organizzazione posto a fondamento dei trattati bilaterali contro la doppia imposizione. Accanto alla stabile organizzazione articolata sulla presenza fisica, come voleva l’economia manifatturiera del Novecento, si aggiungerà la stabile organizzazione virtuale, tipica dell’economia pienamente digitale”.

Mucchetti e Calenda puntano il dito contro il “partito della conservazione” che punterà – secondo loro – “a procrastinare ogni decisione per evitare l’approvazione della norma in tempo utile, e già si vanno rafforzando le resistenze di paesi come Cipro, Malta, Lussemburgo, Olanda e Irlanda che vedono nell’iniziativa della Commissione un rischio per i proventi della loro politica fiscale opportunistica che si colloca già oggi ai limiti di quanto consentito dai trattati”. Il plauso di Calenda e Mucchetti ha un’altra ragione economica: “La web tax ha però anche un obiettivo ben più ampio rispetto a quello puramente fiscale, facendo finalmente pagare, come fosse un’accisa, l’utilizzo dei dati personali, che rappresenta il petrolio del nuovo millennio. L’offerta di servizi digitali senza pagamento in denaro per quanto gradita dagli utilizzatori, non copre il valore intrinseco di questa nuova materia prima. In assenza di nuove tecnologie che diano al cittadino il potere contrattuale di recuperare direttamente almeno una parte del valore oggi ceduto senza adeguato compenso, lo Stato diventa il rappresentante comune dei suoi cittadini nello scambio ineguale con gli Ott”. “Se l’iniziativa della Commissione dovesse naufragare per gli egoismi nazionali di alcuni paesi – concludono Calenda e Mucchetti – Germania, Francia, Italia e Spagna dovranno procedere con una normativa nazionale coordinata che potrebbe rappresentare il primo passo concreto per la più ampia armonizzazione della corporate tax già prevista nel trattato Franco-Tedesco”

IL COMMENTO DI GALLI E BOCCADUTRI

Diverso il parere di altri due esponenti democrat: Boccadutri e l’economista Giampaolo Galli, già in Bankitalia, poi alla direzione generale di Confindustria e di Ania, quindi ex parlamentare Pd negli ultimi tempi su posizione non distante dai vertici del Pd renziano. Galli e Boccadutri hanno sottolineato, in un intervento sul Sole 24 Ore del 24 marzo, due “limiti principali di questa tassa, che secondo la Commissione darebbe un gettito di 5 miliardi qualora l’aliquota fosse fissata al 3%”. Il primo limite “è che un’imposta sul fatturato non è commisurata alla capacità contributiva del contribuente e può mettere in ginocchio un’impresa che non abbia utili. Il secondo limite è che si tratta di un’imposta indiretta, che, al pari dell’Iva, finisce per incidere principalmente sull’acquirente, rendendo più costosa la trasformazione digitale dell’economia europea. Al riguardo è utile ricordare che le attività che si vorrebbero assoggettare alla nuova imposta – essenzialmente i ricavi pubblicitari o da intermediazione in quelle attività in cui sono gli stessi utenti a mettere a disposizione grandi masse di dati – sono già soggette all’Iva, come chiunque può verificare guardando le fatture che riceve via mail, ad esempio da Google”. Concludono Galli e Boccadutri: “La nuova imposta aggiungerebbe dunque un 3% del fatturato non su tutte, ma su un sottoinsieme delle attività digitali e limitatamente ai rapporti fra imprese. Quindi per certi versi, si sta facendo molto rumore per nulla, tanto più che la nuova tassa sarebbe un costo deducibile ai fini dell’imposta societaria. In effetti, lo scopo dell’intero esercizio è quello di tassare gli utili delle imprese digitali che sono solo una frazione del loro fatturato. Si obietta che quella piccola frazione di cui siamo alla ricerca è quella che “davvero conta”, perché è l’unica pagata dagli azionisti delle multinazionali del web e non dal consumatore”.

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