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Web Tax: perchè l’Europa fatica a trovare una soluzione

La Web Tax continua a dividere i Ministri delle Finanze Europei: difficile trovare una soluzione comune. Verso il sistema indiano? 

Tutti la vogliono, nessuno la adotta. Parliamo della Web Tax, una nota dolente per i Big tecnologici e una annosa questione per Europa e Stati Membri. Se è vero che l’Italia intende fare i conti con i Big e chiedere loro quanto spetta al Fisco italiano, è anche vero che per misure più pesanti aspetta l’Europa. E l’attesa, almeno a quanto pare, non sarà breve.

Sì, perchè dopo i numerosi incontri, anche l’Ecofin di Tallin si è concluso con un nulla di fatto relativamente alla web tax. C’è la volontà comune di inserire questa nuova tassa, ma come farlo e quando ancora non è dato saperlo. Diverse sono le soluzioni proposte, ma sembra farsi strada il sistema indiano. Andiamo per gradi.

Il fenomeno del tax ruling e l’evasione fiscale

Quello che l’introduzione di una web tax dovrebbe evitare è il fenomeno del tax ruling, un meccanismo in base al quale un paese spiega ad una multinazionale quale trattamento fiscale avrà (o le sarà riservato) in anticipo, delineando una sorta di accordo.

Secondo Margreth Vestager, commissaria Antitrust Ue, che nei mesi scorsi, per questo fenomeno ha imposto una multa record da 13 miliardi di euro ad Apple, questa pratica sarebbe da considerare un aiuto di Stato indiretto. Vietato dalle leggi sulla concorrenza comunitarie.

La web tax

Una web tax internazionale dovrebbe introdurre a livello comunitario delle nuove linee guida a livello fiscale che obbligherebbero tutti gli operatori del mercato digitale ad aprire una partita Iva nel Paese in cui fatturano.

Un cambiamento importante, soprattutto, se si pensa che la normativa vigente prevede che  queste società possano avere una sola sede legale in Europa. Una norma che ha favorito Tax ruling, il meccanismo in base al quale un paese spiega ad una multinazionale quale trattamento fiscale avrà (o le sarà riservato) in anticipo, delineando una sorta di accordo. L’importo della tassazione che dovrà essere applicato è al momento sconosciuto.

Quanto ha perso l’Europa

A fare qualche calcolo su quanto il Vecchio Continente abbia perso fino ad oggi, per la mancanza di una web tax è un rapporto del Parlamento europeo: i 28 Paesi membri hanno perso gettito fiscale per 5,4 miliardi di euro tra il 2013 e il 2015 per mancati versamenti da parte di Google e Facebook. L’Italia, in particolare, avrebbe perso 549 milioni nel triennio.

Cosa è successo a Ecofin di Tallin

Dicevamo, la volontà degli Stati Membri di tassare i giganti tecnologi per gli introiti che fano nei diversi Paesi c’è. E i ministri delle Finanze UE lo hanno ribadito, impegnandosi a “procedere speditamente verso una posizione comune per il meeting di dicembre” sul fronte Web Tax. Con questo obiettivo, la Commissione “fornirà una comunicazione con diverse opzioni su come affrontare questa questione, prima del digital summit in cui si discuterà di nuovo allo scopo di consentire di arrivare a una qualche conclusione all’Ecofin di dicembre per stabilire una direzione”, ha riferito il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis al termine dei lavori.

Niente di concreto prima del 2018

Trovare una soluzione comune non sarà certo facile, visto che e politiche fiscali variano di Paese in Paese. Una proposta concreta, infatti, non arriverà prima della prossima primavera 2018.

E se non tutti gli Stati membri saranno d’accordo, allora si profila la soluzione che un gruppo di Paesi (tra cui Italia, Germania, Francia e Spagna) procedano autonomamente, tassando però il fatturato e non gli utili (Estonia vorrebbe tassare in base a numero dei clienti registrati) .

Una soluzione Globale?

C’è anche chi, come è emerso ad Ecofin di Tallin, è alla ricerca di una soluzione a livello globale. Irlanda, Malta e Lussemburgo chiedono una tassa approvata a livello mondiale e non un’iniziatiav europea sulla questione. “Bisogna coinvolgere Usa e Cina al prossimo G20 dobbiamo stare attenti a non tassare in Europa, poiché se scattassero i rincari per i consumatori, questi andrebbero a cercare servizi e prodotti in Cina”, avrebbe detto a margine dell’Ecofin il Ministro maltese Edward Scicluna.

Verso l’adozione della soluzione Indiana?

L’Europa potrebbe optare anche per il sistema indiano. In India c’è l’equalization levy, ovvero un’imposta compensativa sui ricavi delle imprese che non hanno una presenza economica significativa nei vari Paesi. La tassa si baserebbe sui contenuti digitali delle varie attività economiche.

Italia approva una web tax, tutta sua

L’Italia, intanto, ha bruciato i tempi. Nei mesi scorsi, infatti, il Governo ha approvato un emendamento alla manovrina che prevede l’istituzione di un percorso ad hoc per le multinazionali che operano nel digitale e che vogliono mettersi in regola con il fisco italiano, senza dover ricorrere per forza ad

Agenzia delle Entrate, tribunali e Guardia di Finanza, come già successo con Apple e Google. Si tratta di una web tax leggera, provvisoria. L’introduzione della norma, secondo Francesco Boccia, deputato del Pd e presidente della commissione Bilancio, potrebbe garantire allo Stato un miliardo di euro nel 2017.

web taxQuando arriverà una norma internazionale sulla questione, l’Italia potrebbe guadagnare molto di più. Secondo i calcoli realizzati dalla dalle principali associazioni dei consumatori. Con una aliquota pari al 20%, infatti, lo Stato italiano incasserebbe circa 3 miliardi di euro (cifra che arriva a 50-70 miliardi se si pensa all’Europa). Il nuovo gettito potrebbe abbassare la pressione fiscale delle imprese italiane e introdurre nuove misure di assistenza per le fasce più svantaggiate della popolazione.

Andare avanti da soli, è bene, ma è molto meglio se la questione la si affronti in maniera organica e a livello internazionale. E di questo ne è convinto, tra gli altri, l’ex premier Matteo Renzi. “Sono contrario a una web tax solo italiana perché alla fine ci fregano e se ne vanno da un’altra parte”, ha affermato Matteo Renzi in un intervista Tv, convinto che una decisione unilaterale dell’Italia possa avere ricadute poco piacevoli. “Sono d’accordo con Orlando, ci vuole un’unione fiscale europea. Dunque o si fa a livello europeo o saremmo penalizzati come Paese, non solo a livello fiscale ma anche occupazionale”.

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