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Vi spiego analogie e differenze fra le attuali Bce e Fed

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L’analisi dell’editorialista Angelo De Mattia

Anche la Federal Reserve ha il problema di conseguire il target dell’inflazione fissato, in modo abbastanza simile a quello stabilito dalla Bce, al 2%. Sennonché la banca centrale americana ne prevede il conseguimento entro la fine dell’anno, termine che non è così ravvicinato per l’Eurozona. Poiché pil, occupazione, investimenti, export sono tutti in miglioramento e in un’ascesa non di breve respiro, si può condividere l’ipotesi che viene avanzata dagli osservatori, dopo l’audizione parlamentare del presidente dell’autorità monetaria, Jerome Powell, secondo la quale nel corso dell’anno, anziché tre, potranno essere quattro gli aumenti dei tassi di interesse che saranno decisi. Il neopresidente, che si è detto non in grado di valutare gli effetti della riforma fiscale sugli investimenti e sulla produttività, è stato molto attento a mantenersi nell’ambito delle strette competenze della Fed e a evitare che dalla politica monetaria si passasse a domande sulla politica economica e la finanza pubblica. Nelle dichiarazioni e nelle risposte date emerge, in ogni caso, una linea di continuità con la tradizione della Fed e con la presidente Janet Yellen, alla quale Powell è succeduto.

Quanto questa rigorosa distinzione delle due funzioni sia dovuta al recentissimo insediamento e alla sponsorizzazione recente da parte di Trump o, al contrario, costituisca una linea stabile del governo della moneta, lo vedremo nei prossimi mesi, soprattutto quando verrà al pettine il nodo della revisione, annunciata da Trump in senso permissivo, della riforma bancaria voluta da Obama. Nell’Eurozona, invece, è ancora lontano l’obiettivo-vincolo di inflazione vigente per la Bce, quello di un tasso di poco inferiore al 2%. Solo pochi giorni fa Mario Draghi, nell’audizione al Parlamento europeo, lo ha ancora una volta rilevato con il corollario che, stando così le cose, non si possono di certo smobilitare le misure non convenzionali, tanto meno passare a una politica dei tassi che avvii una restrizione. Lo stesso capo della Bundesbank, Jens Weidmann, ha dichiarato che la politica monetaria resterà ancora accomodante, anche quando gli stimoli diventeranno meno intensi, legando questo evento alla risalita dei prezzi oltre al generale trend dell’economia. Il fatto è che l’ordinamento che conferisce alla Banca centrale il mandato imperativo del mantenimento della stabilità dei prezzi non è aggirabile e richiede una coerente linea di condotta.

Intanto però la Bundesbank, come ieri è stato ricordato su questo giornale, ha realizzato nel 2017 profitti per circa 2 miliardi (rispetto a 1 miliardo dell’anno precedente), dovuti al Quantitative easing e ai tassi negativi sui depositi accesi presso di essa. Sarebbe il caso, a tal proposito, di spolverare l’antico detto napoletano rilevando come la Buba, considerati gli ingenti profitti – che si premura di escludere dalle principali finalità di una banca centrale – in effetti «chiagne e…». In definitiva, le politiche delle due principali banche centrali, la Fed e la Bce, sono destinate a divergere non tanto o non solo per l’andamento dell’economia, che in linea generale non è negativo anche nell’Eurozona, ma per la politica volta al mantenimento della stabilità dei prezzi. Più in particolare, se si guarda al tasso di disoccupazione sotto il 4%, si può dire che la Fed, sebbene non abbia ancora pienamente raggiunto l’obiettivo sull’inflazione, ha vinto la battaglia della crescita e dell’occupazione. Non altrettanto può dirsi, purtroppo, per la Bce.

(articolo di Mf/Milano Finanza)

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