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E se gli inglesi avessero anticipato la fine dell’Unione europea?

Brexit

Analisi di Roberto Sommella, autore di “Euxit”

Se l’ambasciatore inglese in Italia, Jill Morris, con tono cordiale ma fermo ribadisce che non c’è alcuna possibilità di un secondo referendum ma la necessità di trovare un accordo vantaggioso per entrambe le parti, bisogna pur aprire una riflessione. Per chi crede che l’Europa dei Trattati abbia gli anni contati, la Brexit è infatti la prova lampante che gli inglesi hanno capito prima degli altri l’insostenibilità del progetto, l’occasione storica e inaspettata per lasciare la nave alla deriva. I britannici non sono gli unici. Ai tanti scricchiolii nazionalisti che arrivano dall’Est, dove Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca mostrano una crescente insofferenza ai principi di democrazia che hanno sottoscritto sottraendosi dalla povertà dell’era post sovietica, si devono aggiungere la crescita dei partiti di destra un po’ dappertutto e i piani non certo unionisti del governo austriaco.

Gli europeisti dalla fede incrollabile devono quindi saper leggere senza retorica il caso britannico. E non fermarsi alle apparenze. Confrontando i punti dell’accordo raggiunto dall’ex premier David Cameron per restare nell’Unione Europea con quelli che Theresa May ha siglato per uscirvi, il paragone, contenuto nell’edizione inglese di Euxit appena uscita, non regge: molto meglio il primo di quello siglato la notte dell’8 dicembre 2017. Possibile che siano impazziti dall’altra parte della Manica?

europa

Sulla carta così sembrerebbe. Innanzitutto, il patto in vigore stabilisce che i cittadini europei, circa 3 milioni, residenti oggi in Inghilterra, manterranno i loro diritti e verranno considerati al pari dei cittadini britannici. Per otto anni su tutte le questioni verranno chiamati ad esprimersi i tribunali dell’isola, che dovranno però tener conto delle decisioni della Corte di Giustizia Europea. L’intesa di Cameron, che sarebbe diventata peraltro vincolante in tutta l’Unione, permetteva invece a Londra di azionare un ‘’freno d’emergenza’’ di ingresso dei cittadini non britannici, limitando poi l’accesso ai servizi sociali dei nuovi lavoratori per quattro anni in presenza di necessità previdenziali.

Per quanto riguarda l’assegno di divorzio, il conto da versare a Bruxelles sarà tra i 45 e i 55 miliardi di euro, ma nel frattempo la Gran Bretagna dovrà continuare a pagare almeno fino al 2022 il suo contributo al bilancio europeo. Ma se si rilegge l’accordo Cameron-Tusk, concretizzato poi nel documento del febbraio del 2016 dal Consiglio Europeo, si scopre che la Gran Bretagna avrebbe ottenuto la possibilità di non entrare mai nell’euro, senza pagare un penny nei salvataggi di altri paesi, garantendosi peraltro la permanenza nel mercato unico, la blindatura della piazza finanziaria di Londra e la possibilità di bloccare iniziative legislative non gradite.

Anche dal punto di vista amministrativo il confronto non regge. Secondo quanto stabilito dal patto dell’Immacolata, la Gran Bretagna resterà almeno due anni, dopo il 29 marzo 2019, giorno in cui finiranno le trattative, sottoposta alla legislazione europea. In cambio riceverà ancora i fondi comunitari. Ma, aspetto non marginale, non cadrà il divieto di aiuti di stato. Il pacchetto sovranità di Cameron prevedeva una maggiore agibilità al Regno Unito e nessun coinvolgimento in accordi su moneta unica, Trattato di Schengen, sicurezza e giustizia.

L’Inghilterra, sempre sulla base di quanto stabilito tra Theresa May e dal Presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker, scomparirà poi dal punto di vista della rappresentanza politica. Non avrà più un commissario e nemmeno i 73 deputati, che saranno divisi tra paesi dell’Ue e non eletti, come aveva proposto il presidente francese, Emmanuel Macron, con una lista transnazionale. Nessuna poltrona nemmeno per i vertici europei. Tutto ciò, evidentemente, non sarebbe accaduto con il lodo Cameron, se avesse vinto il Remain al referendum del giugno 2016. Come più agevole sarebbe stato restare nell’Ue per la piazza finanziaria. La City, dove si scambiano al giorno derivati denominati in euro per oltre 800 miliardi di euro, oggi rischia di rimanere con un buco nella sua legislazione e proprio per questo il sindaco di Londra, Sadiq Khan, sta cercando di restare dentro il mercato unico.

Quello che sembrava un compromesso per ora è diventato un successo per chi in Europa è rimasto. Proprio David Cameron, ha ammesso che l’uscita rappresenta un errore ma non una catastrofe. Nessuno a Bruxelles si è invece chiesto se la Brexit non sia per caso una vittoria di Pirro per l’Ue. Se gli inglesi hanno deciso, fino a prova contraria, di perdere oggi molti soldi per restare liberi per sempre, forse hanno avuto l’occasione inaspettata di considerare finita e non riformabile l’Unione Europea da qui ai prossimi dieci anni.

Tratto da Euxit, emergency exit for Europe, Rubbettino Editore 2018

 

 

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