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Tim, lo scorporo della rete e il ruolo di Cdp (Costamagna e Gallia in bilico)

di

CLAUDIO COSTAMAGNA

Fatti, numeri, indiscrezioni e scenari dopo l’annuncio di Genish (Tim) nell’approfondimento di Michele Arnese

Che cosa succederà dopo l’annuncio dello scorporo della rete Tim? Che tempi ci sono per realizzare il progetto? Ci saranno sinergie-integrazioni con Open Fiber sulla banda larga? E che ruolo avrà Cassa depositi e prestiti, ora peraltro in subbuglio per la scadenza degli attuali vertici nominati da Matteo Renzi? Sono queste alcune delle domande che assillano addetti ai lavori, analisti e palazzi della politica. Ecco fatti, indiscrezioni, approfondimenti e scenari dopo l’accordo fra vertici di Tim e governo per il tanto atteso scorporo della rete dell’ex Telecom Italia.

L’ANNUNCIO SULLO SCORPORO

Ieri l’ad di Tim, Amos Genish, ha annunciato che il 6 marzo il progetto di societarizzazione della rete sarà all’ordine del giorno del consiglio di amministrazione di Tim il 6 marzo. Soddisfazione è stata espressa dal governo per bocca del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda. Il motivo? La separazione societaria rafforzerà i presidi sulla neutralità della rete, assicurando parità d’accesso a tutti gli operatori che la utilizzano, e delimiterà meglio – come da tempo auspicato anche dai passati governi – il perimetro delle attività strategiche ai fini del golden power, come è già per le società controllate da Tim, Telecom Sparkle e Telsy. In pratica si tratterà – sottolinea il Sole 24 Ore – “di un modello più avanzato di quello adottato da British Telecom con la separazione funzionale di Open Reach, che è una divisione autonoma, ma non ancora una società”. Per questo Genish ha detto: “E’ un passo gigantesco nel quadro regolatorio italiano, che ne farà il miglior modello in Europa sulla separazione”.

I FINI DI GENISH

Il ceo di Tim ha ottenuto almeno due risultati, ha scritto il Corriere della Sera: “Guadagnare tempo in attesa dell’esito delle elezioni e, forse, di un accordo tra Vivendi e Tim che però non sembra a portata di mano; spostare l’attenzione dalle vicende interne al gruppo telefonico, dove l’invadenza dei manager francesi sta creando non pochi malumori, anche al vertice”. L’ultimo arrivato, Michel Sibony, “braccio destro di Bolloré spedito a Roma come consulente per gestire il ricco budget degli acquisti di Tim, è stato oggetto di un audit interno su cui ora la Consob ha acceso un faro”, ha aggiunto il Corriere della Sera.

ILE PROSSIME TAPPE

Ma i tempi per la societarizzazione della rete Tim non sono brevi. Se ci sarà il via libera del board dell’ex Telecom Italia, partirà la pre-notifica all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Gli uffici dell’Authority presieduta da Angelo Maria Cardani dovrebbero valutare l’esistenza dei presupposti per la separazione volontaria della rete, informandone la Commissione europea che alla fine deciderà, “non prima però che sia completata l’analisi di mercato a giugno-luglio”, scrive il Sole 24 Ore: “Da quel momento ci vorranno 6-12 mesi per realizzare lo scorporo e rendere la società operativa”.

RICHIESTE E ATTESE DI TIM

Oltre ad accollare la futura società della rete di una parte del debito che la zavorra, Tim avrà un altro beneficio con la mossa dello scorporo: potrebbe puntare a una revisione del quadro regolatorio, superando l’attuale modello che prevede la fissazione delle tariffe in base al costo («Long run average incremental cost») prevedendo – scrive il Corriere della Sera – “l’adozione del modello Rab («Regulatory asset based») basato sul valore del capitale investito, applicato alle aziende che operano in monopolio come Terna”.

FRA DEBITO E RETI

In uno studio sulle tlc italiane dello scorso 2 febbraio, gli analisti di Mediobanca ipotizzano che Tim possa quotare il 40% della rete, dopo averla caricata di 6 miliardi di debito, così da incassare 3,6 miliardi di euro. L’ipotetica quotazione in Borsa e l’eventuale aggregazione con Open-Fiber (controllata da Enel e Cassa depositi e prestiti) potranno essere passaggi successivi. Finora, però, i vertici di Enel, per bocca dell’ad, Francesco Starace, si sono detti sfavorevoli. Starace lo scorso novembre ha bocciato la possibilità di una fusione fra le reti di Tim e Open Fiber con queste parole: “Siamo completamente contrari”. Starace aveva affermato che una tale operazione “sarebbe dannosa” e “non ha senso”, “non c’è nessun merito e non ci sono vantaggi”.

CHE COSA SUCCEDE DAVVERO IN CDP

Più possibilista in questo scenario i vertici della Cassa presieduta da Claudio Costamagna e guidata dall’ad, Fabio Gallia, spinti dal presidente di Open Fiber, Franco Bassanini. Ma la direzione di marcia della Cdp è influenzata da fattori politici. Infatti Costamagna e Gallia scadono in occasione dell’assemblea che nella seconda metà di maggio approverà il bilancio del gruppo Cdp. In ambienti istituzionali – ha scritto Business Insider Italia – ”si apprende che in caso di stallo elettorale, e in caso di una proroga de facto del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni (stimato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella), presidente e amministratore delegato del gruppo potrebbero avere una riconferma“. Ma negli ultimi giorni si rincorrono sempre più all’interno della Cassa voci secondo cui Gallia dice apertamente di guardare già fuori la Cassa. Inoltre Costamagna, già vicino a Romano Prodi e nominato presidente di Cdp su indicazione di Matteo Renzi, ha avuto nelle scorse settimane diversità di vedute con il ministro dell’Economia, Piercarlo Padoan, su diversi dossier: da Ilva ad Alitalia. Inoltre, a parte fibrillazioni con la struttura interna, Costamagna incontra lo sfavore del centrodestra mentre il Movimento 5 Stelle – come ha svelato Carlotta Scozzari di Business Insider Italia nell’articolo sull’incontro a Londra fra il candidato premier M5S Luigi Di Maio e la comunità finanziaria – sono critici con la presenza dei cinesi nell’azionariato di Cdp Reti.

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